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I rintocchi della campana greca e le paure delle economie vulnerabili

L' Unione Europea, la crisi e il nodo della crescita

 

 

 

I l vero problema della Grecia non è il debito, ma la crescita: con una crescita forte anche un debito elevato diventa sostenibile perché si formano le risorse per ripagarlo senza dover stringere troppo la cinghia. Così Francesco Giavazzi sul Corriere del 18 febbraio. Per l' Italia, una settimana prima, avevo sostenuto una tesi simile: anche il nostro Paese - anzi, soprattutto il nostro Paese - da tempo registra una crescita insufficiente in presenza di un pesante debito pubblico, e solo una politica fiscale accorta ha sinora frenato i disavanzi che hanno scatenato la speculazione contro la Grecia.

Ma, senza crescita, quanto potrà durare? Se così stanno le cose, se il toccasana è la crescita, una domanda sorge spontanea: com' è possibile stimolarla? Com' è possibile - per un Paese che nel recente passato non è stato capace di crescere (l' Italia) o è cresciuto facendo uso di «droghe» pesanti, di disavanzi pubblici e privati, interni ed esteri (Grecia, Spagna, Irlanda) - mettersi a correre senza droghe, e anzi espellendo quelle che aveva assunto, ripagando i debiti che aveva contratto? Ci si potrebbe chiedere: perché poi senza droghe? Per la Grecia alcuni suggeriscono proprio una ripresa «drogata» dalla svalutazione: esca dalla camicia di forza dell' euro, torni a una dracma pesantemente svalutata, rilanci le esportazioni e non ripaghi, o ripaghi solo in piccola parte, un debito che, essendo espresso in euro, diverrebbe insostenibile in dracme svalutate.

 

Insomma, faccia come l' Argentina nel gennaio del 2002. Ma il contesto internazionale era allora profondamente diverso, una fase di forte crescita internazionale era alle porte e l' Argentina non era un membro dell' Unione europea. Una decisione di questo genere, in condizioni mondiali recessive, avrebbe un effetto devastante sulla tenuta del sistema monetario europeo, incentiverebbe la speculazione, indurrebbe altri Paesi euro in difficoltà a ricorrere a decisioni analoghe, e più in generale diffonderebbe un clima di beggar thy neighbour, di «frega il tuo vicino», che sinora è stato tenuto sotto controllo, nonostante la gravità della crisi. E neppure avvantaggerebbe, nel medio periodo, il Paese che ha svalutato, che ben presto si ritroverebbe di fronte i suoi vecchi problemi. Governi allo stremo, sotto l' attacco della speculazione internazionale e incapaci di controllare forti tensioni interne, potrebbero essere tentati. Mi limito ad augurare che sappiano resistere.

 

Torniamo allora alla nostra domanda: com' è possibile riattivare la crescita, e senza droghe? Temo che la campana greca abbia rintocchi severi, rintocchi che sia l' Unione europea, sia i singoli Paesi che la compongono, e in particolare i più deboli, farebbero bene ad ascoltare. Se uno degli scopi dell' Unione era quello di favorire la convergenza tra le economie europee, occorre amaramente riconoscere che questo scopo non è stato raggiunto e che la «strategia di Lisbona» disponeva di strumenti troppo deboli per raggiungerlo. Anzi, la stessa solidità dell' euro, la possibilità di sostenere disavanzi commerciali e di bilancio pubblico per lunghi periodi - disavanzi che in monete nazionali avrebbero provocato un immediato attacco speculativo - ha alimentato l' illusoria sensazione di esserne al riparo indefinitamente e favorito quegli atteggiamenti irresponsabili le cui conseguenze stanno venendo al pettine.

 

Ora si discute di programmi di emergenza e non possiamo che augurarci il loro successo nel frenare la speculazione. Ma è l' intero disegno economico dell' Unione, la possibilità di far convivere in un' unione monetaria - difesa soltanto da poche regole «stupide» sui saldi di bilancio - società così diverse e governi ai quali vengono lasciate tutte le decisioni fondamentali di politica economica, che va rivisto drasticamente. I rintocchi della campana greca sono ancor più preoccupanti per le economie vulnerabili ad attacchi speculativi.

 

Quali che siano le soluzioni che verranno adottate per superare l' emergenza - sia che l' Unione europea trovi una strategia efficace, com' è di gran lunga preferibile, sia che si ricorra al Fondo monetario internazionale, come alcuni sostengono - per un Paese costretto a richiedere il loro intervento le conseguenze sono molto simili: sudore, lacrime e sangue. Sia il Fondo, sia l' Unione imporranno condizioni pesanti per l' aiuto prestato, sicuramente circa i saldi di bilancio e i tempi di risanamento, probabilmente intervenendo anche su singole misure di politica economica: la sovranità dello Stato sarà severamente limitata. In questa situazione dove va a finire la crescita, il toccasana che consentirebbe di sostenere e ripagare con poca fatica anche un debito molto elevato? Si fa presto a dire crescita! Ma la crescita, senza svalutazione, sarà solo quella che il Paese saprà trarre dalle sue risorse interne, dalla forza della sua economia, dalla sua coesione sociale, dalla percezione diffusa dell' emergenza, dalla qualità del governo. Una crescita fiacca, probabilmente, se gli andamenti del passato permarranno in futuro, che è sempre la previsione più probabile. Solo se la campana greca solleciterà un moto di orgoglio nazionale, di coesione, di buon governo, questa facile previsione potrà essere smentita.


http://www.corriere.it   (22 febbraio 2010)

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