I ragazzi del '99
Storie di vita
Esistevano “i ragazzi del ‘99” anche al di là delle frontiere italiane….
Mio nonno, infatti, nacque nel 1899, giusto in tempo per essere spedito sul fronte dell’Isonzo nel ’17 a sparare contro ragazzi italiani come lui. Odiava Francesco Ferdinando, l’erede al trono ucciso a Sarajevo e adorava l’Italia.
Era nato in una povera famiglia contadina e sarebbe diventato bracciante come i suoi fratelli, se il maestro e il parroco – le uniche autorità del villaggio – non l’avessero segnalato al padrone come possibile candidato per la borsa di studio, che colui metteva a disposizione ogni anno ad un ragazzo, scelto tra i figli particolarmente dotati dei suoi servi. La filantropia del barone comunque era supportata da interessi personali nemmeno tanto velati: il ragazzo prescelto doveva frequentare la scuola agricola in modo da tornare al feudo come fattore istruito.
Nonno mi aveva raccontato più volte l’emozione provata, quando il maestro, assieme ad altri 4 ragazzi lo aveva invitato al castello per il colloquio decisivo. Si preparò con cura indossando un vestito che sua madre prese in prestito da qualche cugino. Aveva lucidato i suoi scarponi piuttosto malandati fino a farli brillare con il grasso di maiale che continuavano ad emanare una puzza rancida anche nel sontuoso salotto del castello, mettendolo in imbarazzo misto di rabbia anche se probabilmente solo lui sentiva l’agro odore.
Al colloquio era presente anche il prete che abilmente dirigeva la presentazione mettendo in luce più che altro il grado di devozione delle famiglie dei ragazzi che non le loro potenzialità. Il signore con un cenno della mano interruppe però presto l’untuoso discorso del sacerdote e fece delle domande dirette ai ragazzi circa i loro progetti di vita.
Erano dei ragazzini di 10-11 anni….che prospettiva di vita avrebbero potuto avere al di fuori di continuare a fare i contadini come i loro genitori, nonni, bisavi da generazione a generazione?
Mio nonno da sempre avrebbe voluto studiare arte. Il maestro lo sapeva, ma ancor prima dell’incontro con il barone gli aveva sconsigliato di farne parola… un qualsiasi desiderio personale avrebbe potuto compromettere la borsa di studio, cosi anche lui rispose con frasi di circostanza suggeritogli dal maestro ma qualcosa, forse lo sguardo fiero - che mi rimanda ancor oggi una sua vecchia fotografia che lo ritrae da ragazzino - avrà colpito il barone, perché alla fine gli era stato aggiudicato all’agognata borsa di studio.
Poteva dunque continuare gli studi seppur in un campo abbastanza distante dai suoi interessi, ma era felice lo stesso e molti anni dopo, da maestro di un piccolo villaggio mise in atto gli insegnamenti appresi nella scuola d’agricoltura: mise su una vigna modello, aveva 40 arnie di api che producevano diversi tipi di miele e i suoi alberi da frutta dai incroci particolari erano famosi nel circondario….
E non rinunciò nemmeno all’arte. Dopo aver finito la scuola d’agricoltura non volle tornare al paese. Il padre, timoroso di perdere il pezzo di terra che il Signore gli concedeva e di cui affitto doveva essere rinnovato annualmente lo costrinse a presentarsi comunque al signore per chiedergli perdono per la sua insolenza di non voler tornare a fare il fattore al feudo ma di voler iscriversi all’accademia delle belle arti.
Il vecchio barone si era mostrato tutto sommato benevolo, anche se gli disse:
- E’ un desiderio onorevole voler migliorare la propria posizione, ma è da ribelli voler capovolgere l’ordine delle cose. Un contadino che vuole diventare un artista! Inaudito!
Fu una fortuna che al colloquio non era presente il figlio rampante del barone, ben più duro ed esigente del vecchio padrone che in qualche modo cercava di mantenere un atteggiamento paternalistico con i propri braccianti. Prima di congedarlo, fece un accenno con chiari intenti “pedagogici” alla fiaba di Fedro La rana e il bue e chiarì che non avrebbe sborsato nemmeno un centesimo in più per i progetti altezzosi di un contadinello inebriato dai propri sogni.
A San Martino però aveva rinnovato il contratto d’affitto della famiglia ed ogni tanto chiedeva perfino informazioni su “signorino artista” suscitando le risate ironiche dei servi presenti e mettendo in imbarazzo il vecchio padre.
Nonno, dopo un esame alquanto accurato e severo, riuscì ad ottenere un posto gratuito all’accademia delle belle arti. In cambio del vitto e alloggio doveva servire al refettorio i suoi compagni di studi, doveva dare una mano anche nelle pulizie delle camerate ma allegramente sopportò tutto, anche le umiliazioni perché poteva fare ciò che amava fare. Dopo il primo anno con l’aiuto dei suoi professori riuscì anche ad ottenere qualche lezione privata che gli assicurò un po’ di soldi da poter spendere per sé e gli permise – cosa ancor più importante – di conoscere un altro mondo. Infatti, dopo le lezioni i genitori benestanti dei suoi allievi talvolta lo invitarono a rimanere a prendere una tazza di cioccolata calda o un the. In quelle occasioni in genere si continuava a parlare di arte e lui ascoltava avidamente i discorsi sui viaggi, su terre lontane e in particolare sull’Italia, sui tesori di Venezia, Firenze e Roma. Talvolta prendeva in prestito qualche libro d’arte – oggetti irraggiungibili per le sue tasche – che restituì sempre avvolti in carta velina in uno stato perfetto. Nessuno poteva immaginare che nei lunghi pomeriggi domenicali mentre i suoi compagni uscivano a godere un po’ di libertà, lui preferiva ricopiare da questi libri alcune vedute, o qualche quadro particolarmente bello. Raccolse tutto in un grosso carteggio che io ancora vidi da bambina che portava il titolo vergato con lettere gotiche piene di ghirigori:
ITALIA, PAESE DELL’ARTE
Non si laureò però ….non quella volta. Appena compiuto 18 anni, dovette partire per il fronte di Isonzo.
Mi aveva raccontato decine di volte la vita in trincea, i tentativi di fraternizzare con i “nemici”, la voglia di puntare le armi contro gli ufficiali austriaci arroganti e crudeli e poi scappare, attraversare le linee nemiche per vedere almeno Venezia che conosceva dai libri come il palmo della sua mano e poi …poi poteva succedere qualsiasi cosa.
Non mise in atto i suoi propositi, la guerra stava per finire e dopo l’armistizio tornò a casa, affamato e lacero come tutti i suoi compagni.
E Venezia rimase lì…nei suoi sogni.
Diventò insegnante, mise su famiglia e i viaggi di piacere non facevano parte del suo tenore di vita.
Aveva 75 anni, quando mi sposai. Gli proposi subito un viaggio in Italia, ma disse di essere troppo vecchio ormai per queste cose e che preferiva conservare i suoi sogni che forse erano più belli della realtà.
Poi a 83 anni gli diagnosticarono un tumore ai polmoni. Mi scrisse una lettera, che ho qui…avanti a me:
“Agica, come ben sai in tutta la mia vita ho fatto ciò che dovevo fare. I sogni dei miei cari erano più importanti dei miei sogni…ora, però vorrei fare una follia, forse l’unica follia della mia vita. Vorrei visitare Italia.”.
Sarò grata per sempre al mio ex marito che dedicò un mese ad un viaggio calibrato alle esigenze di un signore anziano e malmesso in salute: dopo una breve permanenza tra i meravigliosi monti di Canazei dove nonno aspirava avidamente l’aria pura per racimolare un po’ di energia e benessere per il resto del viaggio, visitammo Venezia, Firenze, Roma e ovviamente Napoli e dintorni da Pompei a Paestum.
Eravamo noi a portarlo in giro.
Ma fu lui la nostra guida.

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