I racconti shock dei nazisti "Che gioia uccidere italiani"
I dialoghi dei soldati della Wehrmacht rivelati in un libro da due storici tedeschi
«In Italia, in ogni luogo dove arrivavamo, il tenente ci diceva sempre
"cominciate ad ammazzarne un po´". Io parlavo italiano, avevo compiti
speciali». Conversazione quotidiana tra un caporalmaggiore della Wehrmacht e un
suo compagno di prigionia, registrata dai servizi segreti alleati durante la
seconda guerra mondiale. Una delle tante. Citando e narrando questi documenti,
un libro d´imminente uscita in Germania racconta con la precisa freddezza degli
storici una realtà agghiacciante, che i tedeschi del dopoguerra, nelle due
Germanie e dopo la riunificazione, avevano amato rimuovere: la Wehrmacht non fu
l´esercito implacabile ma "pulito" e cavalleresco. Fu nell´animo
collettivo pieno complice sia dell´Olocausto, sia dei crimini di guerra.
Ancora una volta la Germania
democratica, antinucleare, pacifista fino al no alle bombe contro Gheddafi,
rifà i conti con il passato.
"Soldaten, Protokolle von Kaempfen, Toeten und Sterben", cioè
"Soldati, protocolli del combattere, dell´uccidere e del morire",
s´intitola il libro degli storici Soenke Neitzel e Harald Welzer, in uscita per
i tipi della S. Fischer Verlag di Francoforte (524 pagine, 22,95 euro). Un
documento nuovo, testimonianza dell´onestà spietata con se stessi con cui i
nuovi tedeschi guardano alla loro Storia. Per anni, Neitzel e Welzer hanno
studiato oltre 150mila pagine di archivi dell´Intelligence Service britannico e
dello Oss americano. Erano le registrazioni dattiloscritte dei colloqui tra
prigionieri tedeschi, selezionati a caso dai servizi alleati. I britannici
effettuarono l´operazione soprattutto a Trent Park, concentrandosi sugli
ufficiali, gli americani a Fort Hunt privilegiando soldati semplici e graduati.
Volevano capire la psicologia del nemico, scoprirono l´orrore. Ignari d´essere
ascoltati, soldati e ufficiali della Wehrmacht parlavano liberamente, si
vantavano a gara tra chi era stato più spavaldo e spietato.
«In un villaggio in Russia c´erano partigiani. E´ chiaro che dovevamo fare
terra bruciata, uccidemmo donne, bambini, tutto e tutti», dice un soldato a un
altro. Oppure, ricordando l´aggressione alla Polonia: «Bombardavamo e
mitragliavamo a volo radente attorno a Poznan, volevamo fare tutto il possibile
con le mitragliatrici di bordo. Soldati, civili? La gente non mi faceva pena,
ma uccidemmo anche cavalli, per i cavalli fui dispiaciuto fino all´ultimo
giorno».
Diciotto milioni di uomini, 4 uomini tedeschi adulti su 10, servirono nella
Wehrmacht. Queste conversazioni di prigionia tra gente comune, non tra nazisti
convinti prescelti nelle SS, narrano l´adesione spontanea alla guerra totale
hitleriana. Torniamo ai massacri in Italia: «Il tenente ci diceva, ammazzatene
venti, così avremo un po´ di pace, alla minima loro sciocchezza via altri
cinquanta. Ra-ta-ta-ta con le mitragliatrici, lui urlava, "crepate,
maiali", odiava gli italiani con rabbia». Anche altrove: «In Caucaso, se
uccidevano uno di noi, il tenente non aveva bisogno di impartire ordini.
Pistole pronte, donne, bambini, tutto quel che vedevamo, via!»:
Il raptus sterminatore non contagiava solo fanti, bensì anche marinai della
Reichskriegsmarine e i piloti della Luftwaffe tanto mitizzati come cavalieri
dell´aria. «Col nostro U-Boot affondammo un cargo trasporta-bambini», dice il
marinaio Solm nel 1943 a
un compagno di prigionia. (Ndr erano le navi con cui i bimbi inglesi venivano
portati in salvo dai bombardamenti, in Usa e Canada).
«Tutti affogati? Sì, tutti. E la nave? Seimila tonnellate».
Durante la Battaglia
aerea d´Inghilterra, affrontare in duello Spitfires e Hurricanes della Royal
Air Force non faceva piacere, ma accanirsi sui civili sì. «Avevamo un cannone
da 20 mm,
volando bassi su Eastbourne abbiamo visto una festa in una villa, abbiamo
sparato, ragazze in abito sexy e uomini eleganti schizzavano via nel sangue,
amico mio che divertimento!», si confessano gli ex piloti Baeumer e Greim. Poi
c´era il sesso di guerra: «In quella casa a Radom in Polonia», disse il soldato
Wallus, «ci portavano con i camion, ogni donna doveva avere una quindicina di
noi ogni ora, ogni due settimane dovevano sostituirle». Con le partigiane,
ancora più duri, ricorda il militare Reimbold: «In Russia prendemmo una spia,
le infilzammo i seni con spini, le infilammo la canna del fucile di dietro, poi
ce la facemmo. Poi la buttammo giù dal camion, le tirammo granate attorno,
figurati, urlava ogni volta che esplodevano vicino!».
Repubblica 4.4.11

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