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I quattro grandi film del 2009

Non fa piacere constatare come la cultura, nelle sue rare punte buone, sia tanto più avanti della politica, tanto più degna, nel nostro stupido paese più che altrove.

 

 

Il cinema è così cambiato dalla fine degli anni settanta dello scorso secolo - le sale e il pubblico, non solo la produzione e gli autori - da dar ragione a una convinzione che ho diviso in passato con pochi ma che sembra ormai di dominio comune: essere stato, il cinema, un tipico prodotto della società industriale, nato e morto (o mutato dalle radici) con essa, come la scuola dell’obbligo, il gioco del calcio e naturalmente la fabbrica.


Altrettanto naturalmente le cose (gli usi e costumi degli umani, i loro modi di produrre e essere gestiti o gestirsi collettivamente) non muoiono da un giorno all’altro, le rivoluzioni sono a volte rapide e violente e a volte impercettibili, la decadenza degli imperi può durare secoli.
Nella storia d’Italia le grandi mutazioni sono state portate dall’Unità, da due guerre mondiali, dal fascismo, dalla Resistenza, dal miracolo economico, dal ’68 e da ultimo, alla fine degli anni settanta, da una mutazione che ha travolto l’intero pianeta, la più vasta e radicale dal 1492: dopo l’evo moderno, l’evo post-moderno.


Il cinema - frutto della possibilità di “riproducibilità tecnica dell’opera d’arte” e dell’amplificazione della cultura popolare in cultura di massa, trionfo per appena sessant’anni, dalla fine degli anni dieci alla fine dei settanta, del più ampio progetto di conoscenza che abbia riguardato nella storia gli analfabeti e i poco colti, concentrato di tutte le forme espressive precedenti, possibile strumento di immense possibilità di manipolazione delle idee che però solo la televisione, guidata da pochi centri propulsivi politico-pubblicitari, ha potuto sfruttare appieno - ha visto le mutazioni del sonoro, del colore, degli effetti speciali, del digitale, e alla fine quella del pubblico, che non aveva più bisogno di lui per addormentarsi e sognare sogni sempre più condizionati, manipolati in vista del consumo-e-consenso.


Oggi il cinema di massa si permette raramente di essere un’arte per tutti, come è stato in passato, soffocato da denari e strutture con l’unico scopo del consumo-consenso, ma permette ai suoi margini una libertà di cui gli autori di ieri hanno goduto assai meno, e se il regista-artista sa farsi anche imprenditore di se stesso può avere un controllo pieno sulla sua opera. Non tutti gli imprenditori che si vogliono artisti sono artisti, va da sé, ma per nostra fortuna succede spesso che lo siano. Ed è il caso - mi scuso per la lunga premessa - dei quattro film italiani che quest’anno si sono decisamente distaccati dai “prodotti” e hanno saputo essere arte. Diversissimi tra loro, e anche questo è un bene.


Due sono usciti sinora nelle sale, "Baaria", il miglior film di Giuseppe Tornatore, e "Vincere" di Bellocchio, un regista meno acuto di quanto egli non ritenga di essere, ma artista sì, e che sa ancora stupire quando non si fa imprigionare da idee velleitarie. Gli altri due film usciranno tra gennaio e febbraio, e sono il lungometraggio documentario, ma sarebbe meglio dire il "poema", di Pietro Marcello "La bocca del lupo", di cui questo giornale ha molto parlato quando venne presentato al festival di Torino, e "L’uomo che verrà" di Giorgio Diritti, che evoca la strage di Marzabotto con un’ampiezza da romanzo, una misura da classico. Un film che mi ha sconvolto, per l’altissima tensione morale e direi religiosa, filosofica e non solo storica.


Quattro grandi film in un anno non bastano a salvare una cinematografia, ma non sono un risultato da poco, soprattutto se ci aggiungiamo alcune opere mediamente buone, pur dentro i meccanismi di una cattiva normalità produttiva (la Comencini, Rubini…) e molti piccoli film marginali, documentari o a soggetto, che rifuggono dalle banalità di stampo televisivo.


Possiamo aggiungere a mo’ di consuntivo dell’anno, due o tre buoni romanzi (pochi, pochissimi), alcuni gruppi teatrali nuovi e vivaci, eccetera.
Ma è il cinema a sorprendere di più, proprio perché, nonostante "Gomorra" e "Il divo", boccheggia, annaspa e tentenna, condizionato dai costi e dalle pressioni “professionali” (ma mai quanto gli scrittori dagli editor). È un buon segno, anche se non fa piacere constatare come la cultura, nelle sue rare punte buone, sia tanto più avanti della politica, tanto più degna, nel nostro stupido paese più che altrove.

 

http://www.unita.it  20 dicembre 2009

 

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