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I principi della Carta letti ieri a Milano dai parenti dei caduti negli anni di piombo

Dieci storie di vittime del terrorismo per ricostruire una cultura capace di dialogare partendo dai principi costituzionali


 


Noi-Io-La Carta costituzionale», per provare a estrarre una morale dall’assurdità di un gesto folle, l’impazzimento (in)civile che ha travolto l’Italia buia degli Anni Settanta. Dieci storie di vittime del terrorismo, dieci piante gracili che attraverso la viva voce e il percorso di figli (8) e sorelle (2) possano fertilizzare la società, diano spazio al ricordo e all’esempio, pescando articolo per articolo, comma per comma dalla nostra Costituzione repubblicana. Per ricostruire una cultura capace di dialogare e, finalmente, sostanziare quello Stato di diritto propugnato nella Carta fondamentale.

Ieri sera a Milano, nell’aula magna della Bocconi, in memoria di Roberto Franceschi, lo studente bocconiano freddato da un colpo di pistola della polizia durante una manifestazione studentesca, correva un livido 23 gennaio 1973, questo esperimento si è tradotto in una lunga e delicata riflessione a più voci sui valori fondanti della nostra comunità. Una serata organizzata dalla Fondazione Roberto Franceschi a cui lo stesso presidente Giorgio Napolitano ha voluto indirizzare un messaggio affettuoso.

Introdotti da Michele Serra, che ha malinconicamente definito gli ospiti il distillato di «un’Italia purtroppo minoritaria, combattiva ma minoritaria», c’era (ma solo in video) Umberto Ambrosoli (Milano, 11 luglio 1979); c’era Carlo Arnoldi (12 dicembre ’69); Alfredo Bazoli (Brescia, 28 maggio 1974); Nando Dalla Chiesa (Palermo, 3 settembre 1982); Cristina Franceschi (Milano, 23 gennaio 1973); Alessandra Galli (Milano, 19 marzo 1980); Maria Iannucci (Milano, 18 marzo 1978); Benedetta Tobagi (Milano, 28 maggio 1980). E poi c’era Mario Calabresi, direttore de La Stampa, figlio del commissario di polizia Luigi Calabresi, ucciso a Milano il 17 maggio 1972, e c’erano Claudia e Silvia Pinelli, le figlie del ferroviere anarchico «Pino» Pinelli, morto precipitando dalla finestra della questura di Milano il 15 dicembre 1969, tre giorni dopo la strage di Piazza Fontana. Ognuno sul volantino d’invito è presentato con la data dell’uccisione del proprio caro, una specie di lapide voluta, stampata a futura memoria. Era la prima volta che Mario Calabresi e Claudia e Silvia Pinelli s’incontravano, almeno in un dibattito pubblico. Si erano sfiorati una volta al Quirinale, ma senza mai confrontarsi.

Ognuno di loro ha scelto un articolo della nostra Costituzione, filtrandolo attraverso la propria spoon river personale che, per una sera, si è fatta collettiva, sentita, partecipata.

Ambrosoli, in un messaggio registrato, l’articolo 97 «sul buon andamento e l’imparzialità della pubblica amministrazione. Dove si accede mediante concorso, salvo i casi stabiliti dalla legge». Quante volte, invece - si chiede Ambrosoli - ci capita di esercitare un rapporto con la PA che non sia finalizzato a un suo esercizio imparziale, anticamera della divisione del mondo in furbi e onesti?».

Arnoldi l’articolo 28: «… i funzionari e i dipendenti dello Stato sono direttamente responsabili degli atti compiuti in violazione di diritti...». Suo padre è uno dei 7 lavoratori morti nella strage di piazza Fontana. «Da ragazzo avevo fiducia che uscisse una verità sull’attentato - dice - invece… ma dobbiamo ricordarci che lo Stato siamo noi, anche se 40 anni fa è mancato…».

Bazoli l’articolo 49 sulla libertà di associazione dei cittadini. Scelto perché sua mamma che insegnava francese stava partecipando alla manifestazione contro la violenza eversiva che falcidiava Brescia. «Morì sulle pietre della piazza del municipio, dove si esercita simbolicamente la democrazia…».

Calabresi l’articolo 21 sulla libertà di stampa. «Chi ha scritto la Costituzione sapeva bene cosa volesse dire censurare i giornali sotto il fascismo, il valore della libertà di stampa. Persone deportate, finite in carcere...». Però il papà di Calabresi fu anche vittima di una campagna di stampa lunghissima. «Per questo la grande libertà che ci garantisce la Costituzione - dice Calabresi - deve richiedere una grande responsabilità. Dobbiamo sempre tenere presente la storia delle persone di cui scriviamo, senza adeguarci a slogan e conformismi. La libertà dev’essere la libertà di coltivare dubbi».

Dalla Chiesa l’articolo 54: «tutti i cittadini hanno il dovere di essere fedeli alla Repubblica, e chi la serve deve servirla con disciplina e onore...».

Pinelli l’articolo 13 sulla libertà personale che è inviolabile. Sempre. Elogiando «un Presidente illuminato come Giorgio Napolitano che, 40 anni dopo, ha riconosciuto come mio padre fu vittima due volte: prima di pesantissimi infondati sospetti e poi di una fine assurda». E così via gli altri figli e parenti: Franceschi, Galli, Iannucci e Tobagi. Perché il dolore privato si faccia sempre più impegno pubblico.

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