I padroni dei simboli.
Così parole e immagini diventano propaganda
Un blocco di potere economico e politico senza valori
caratterizza la nostra epoca Il senso delle istituzioni è ormai diventato un
ferrovecchio di cui fare a meno – Anticipazione dell’intervento di
Zagrebelsky alla Biennale Democrazia
Secondo una classica visione della struttura delle nostre società, esse sono
costruite su tre funzioni, riguardanti rispettivamente la politica, l’economia
e la simbologia. Queste funzioni conformano rispettivamente le volontà, le
necessità e le mentalità. Quale di queste tre funzioni sia più importante,
sarebbe difficile dire. Forse nessuna, il che è quanto dire che tutte e tre
sono ugualmente necessarie.
Non abbiamo nozione di alcun gruppo di individui costituiti in società senza un
potere politico, senza un’attività rivolta alla provvista dei beni materiali,
senza una funzione destinata al nutrimento delle menti. Se tutte e tre le
funzioni sono necessarie, quella simbolica è però l’unica che dia un senso, un
significato d’insieme alle altre due, che ci dica perché stiamo e vogliamo
stare insieme.
La teoria dice che nelle società bene organizzate, cioè equilibrate, le tre
funzioni sono reciprocamente indipendenti; una sorta di tripartizione dei
poteri sociali. La storia ci dice invece che, essendo in questione il potere,
ciascuna delle tre tende a imporsi sulle altre due e ad asservirle. Si potrebbe
tratteggiare la storia delle nostre società come un continuo spostamento del
baricentro da uno all’altro, all’altro ancora e così distinguerle a seconda del
predominio del "politico", dell’"economico" o del
"simbolico". Il potere simbolico, tuttavia, di tutti è il più sottile
e pervasivo, ma fra tutti il più debole. Non ha dalla sua né la forza fisica,
né quella dei bisogni materiali ed è perciò sempre stato il terreno più esposto
alla capitolazione. Di una relativa, anche se sempre contestata, autonomia ha
goduto nel periodo medievale, quando era monopolizzato dalla Chiesa e dai suoi
ministri, forti d’una certificazione divina. La Chiesa è stata
effettivamente, allora, una formidabile fucina di simboli politici, avendo di
fronte a sé un potere civile fragile e bisognoso di sostegno e l’economia
curtense non rappresentando un centro di potere competitivo. Ma questo
monopolio è venuto meno da quando la cosiddetta secolarizzazione delle società
ne ha rotto la compattezza, aprendo a visioni del mondo d’altra matrice,
orientate al regno di quaggiù dove vige non il dogma unico ma la pluralità
delle opinioni. Nel regno di quaggiù, poi, la funzione simbolica si è trovata a
fare i conti, con sproporzione di mezzi, con la politica, che dispone dello
Stato e dei suoi poteri coercitivi, e con l’economia basata sulla
concentrazione di capitali immensi, capaci di tutto condizionare, se non
comperare.
Chi sono dunque i padroni del mondo simbolico nel quale oggi viviamo? Se ci
chiediamo chi muove le parole, le immagini, le cose che esprimono
simbolicamente i valori, le aspirazioni, in genere le idee che plasmano le
nostre società, andremmo probabilmente a cercarli in quel blocco di potere
economico e politico chiamato lobbicrazia, che caratterizza in senso ormai sempre
più chiaramente nichilistico la nostra epoca. Un’epoca definita come quella del
"finanzcapitalismo" e del "grande saccheggio", del valore
estraibile dagli esseri umani e dagli ecosistemi. È in quella compenetrazione
d’interessi che nasce la commissione di schemi di pensiero, valori e modelli di
comportamento, alla quale rispondono centri di ricerca, accademie, think-tanks,
"opinionisti" ai quali la visibilità e il successo sono assicurati
dalla misura della loro consonanza. L’influenza sul pubblico è poi assicurata
dall’accesso a strumenti di diffusione capillari e omologanti.
La funzione simbolica diventa così una funzione passiva e servente. I simboli,
strumentalizzati, imbrogliano circa il loro senso. Promettono il bene di chi li
consuma e invece promuovono il bene di chi li produce. Si traducono in
propaganda e in pubblicità. Il loro ideale è la società come superficie tutta
liscia su cui scorrere liberamente. Se increspature all’omologazione vi sono,
riguardano il folklore o l’arte d’avanguardia; l’uno a benefizio dei molto
semplici, l’altra a beneficio dei molto raffinati. Ma non sono loro, quelli
decisivi per i padroni dei simboli: è la massa quella che conta.
Il simbolo è un terzo tra due persone; in ogni caso è un segno riconosciuto
dalle parti in causa che, essendo comune, non è proprio di nessuna di essa. Ciò
che è di tutti, in certo senso, non è di nessuno in particolare. Il simbolo non
si appiattisce e nessuno vi si può confondere. Solo così può svolgere i suoi
compiti di unificazione, diffusione di fiducia, promozione di lealtà e di
sentimento d’appartenenza. Se qualcuno se ne impadronisce, governandone i
contenuti, inculcandoli come propaganda o come pubblicità nella testa degli
altri, facendone così strumento di governo e di dominio delle coscienze, il
simbolo cambia natura. Allora, può diventare strumento di trasformazione degli
uomini in masse fanatizzate, può diventare il diapason del potere totalitario.
Lo strumento del demagogo opera la più ardita delle identificazioni politiche:
il popolo nel suo capo e il capo nel suo popolo. Il capo è organo del popolo e
il popolo è organo del capo. Sono la stessa cosa. In questa identificazione,
viene a mancare lo spazio per simboli "terzi" perché il capo stesso è
il simbolo: il segno di tutti valori, le aspettative, le speranze convergenti
del suo popolo.
Napoleone, Franco, Mussolini, Hitler, Stalin, Mao, Castro, i nord-coreani Kim
Jong-il e Kim il-Sung e, esemplarmente, l’orwelliano Grande Fratello
rappresentano le figure moderne di questo genere d’identificazione. Essi
stessi, nella loro corporeità, vera o fittizia, si sono proposti immediatamente
come simboli politici, cioè come fattori unificanti, e così hanno fagocitato le
istituzioni e le leggi, cioè quegli strumenti della convivenza che gli uomini
si sono dati, costruendole su simboli "terzi". Sono soverchiate dagli
uomini del potere che esibiscono il loro volto, la loro voce, le loro fattezze,
mille volte riprodotti, ritrasmessi, amplificati. Si sono cioè trasformati essi
stessi, direttamente, in istituzione e legge.
Il simbolo si confonde col corpo e viceversa. Così, tutte le distinzioni che
vengono da una lunga storia del diritto pubblico tra persona privata e carica
pubblica svaniscono. Le regole sono "impicci", le costituzioni
"gabbie", la legalità angheria Il "senso delle
istituzioni", che distingue l’etica pubblica dalla morale privata, diventa
un ferrovecchio su cui si può ironizzare. Le dimore personali sono equiparate
ai palazzi delle istituzioni, anzi sono interscambiabili. La fortune private
sono intoccabili come se fossero pubbliche e quelle pubbliche sono disponibili
come se fossero private. Queste e altre confusioni si giustificano non come
privilegio del capo, ma come diritto del popolo, tanto più in quanto il primo
sia stato eletto dal secondo e l’elezione sia concepita come investitura
salvifica. Tutto deriva infatti dall’identificazione simbolica del capo con il
popolo e del popolo con il capo. L’arbitrio del capo, simbolicamente, non è più
tale, ma diventa l’onnipotenza del popolo, che può esibirsi come la forma più
pura di democrazia.
Questa versione del simbolo, però, è la sua estrema corruzione diabolica.
Potremmo dire è il Lucifero dei diaboli. Infatti, si traduce nell’esaltazione
del potere personificato, che è l’esatto contrario di ciò che ci attendiamo dai
simboli politici: essere fattore d’unificazione "terzo", cioè
impersonale, cioè nemico d’ogni demagogia Si traduce, infine, in un rischio
mortale per la società stessa. La scomparsa della persona fisica, coincide con
la fine del simbolo, cioè di ciò senza cui essa non sta insieme. La
dissoluzione del corpo fisico del capo finisce così per coincidere con la
dissoluzione del corpo sociale, cioè con instabilità, disordini, lotte
fratricide. Ecco il prezzo che pagano i popoli quando si mettono nelle mani di
qualcuno dicendogli: vai, noi ci riconosciamo in te, perché tu ti riconosci in
noi.
. La Repubblica, 12 aprile 2011

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