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I nuovi equilibri del mondo

America, Cina, Europa : scenari del futuro prossimo.

 

 

Lo scenario dei rapporti di forze tra i protagonisti del mondo multipolare è profondamente cambiato: lo sapevamo, ce lo avevano chiaramente mostrato la crisi e la recessione, forse più ancora i diversi strumenti messi in campo dai governi per contrastarne gli effetti, ma oggi possiamo leggerne il senso strategico nel messaggio che, con ironica contemporaneità, ci inviano dall' Oriente il viaggio di Obama in Cina e, dall' altro capo del pianeta, le nomine decise a Bruxelles per i nuovi incarichi nell' Unione Europea dopo il Trattato di Lisbona.

Pechino ha accolto il primo presidente americano «del Pacifico», come ha detto Obama, con la solennità e il folklore attesi, ma non ha ceduto al suo charme e si è mostrata impervia alle aspettative di Washington sulle questioni concrete, salvo beninteso sul rapporto privilegiato con gli Stati Uniti. Non è sorprendente che il Tibet, Taiwan e i diritti umani abbiano trovato una collocazione periferica e retorica.

Non diversamente dalla visita di Nixon, la Cina guarda soprattutto, come sempre sub specie aeternitatis, al rapporto diretto ed esclusivo con gli Stati Uniti: profondamente diversi nell' assetto internazionale, questi superpotenza militare e nucleare, talassocrazia classica, quella potenza continentale che opera per linee interne di espansione politica e conquista nei continenti lontani fonti di approvvigionamento e materie prime per un' economia di trasformazione. Il grande creditore sa di dover aver cura del grande debitore, vitale sbocco per i suoi prodotti, al quale concede il credito alle proprie condizioni, prigioniero però delle contraddizioni della difesa del cambio, del suo renminbi certo, ma anche del dollaro in cui sono denominati i suoi giganteschi averi.

È troppo facile vedere l' una, potenza in ascesa e l' altra, in ripiego: conviene piuttosto guardare alla loro complementarità. Il punto fondamentale mi sembra la pervicace difesa dei propri interessi che Pechino persegue - non è sorprendente, tutti gli Stati lo fanno o dovrebbero farlo - quietamente, ma senza concedere nulla al trade-off diplomatico fidando sulla resistenza del suo sistema misto di capitalismo comunista. Potrà forse sbagliarsi: se la contrazione degli scambi metterà in pericolo la crescita dovrà stimolare maggiormente la domanda interna e riformare i servizi suscitando la richiesta di apertura e liberalizzazione che la prosperità comporta. Dovrà forse ritoccare la divisa verso l' alto, ma lo farà quando lo avrà deciso, non per concessione. L' "impero di mezzo" si ritiene padrone del tempo.

Dall' altro lato del pianeta colpiscono - forse più dell' «occasione perduta» come scrive giustamente Carl Bildt - la perseverante regia della Germania nella scelta delle nuove figure dell' Unione Europea, il suo significato politico. Berlino gioca ormai decisamente in proprio avvalendosi della saldezza politica e dell' economia che resiste alla recessione alleandosi di volta in volta la Francia mutevole o la Russia che cerca una strada tra Stati Uniti e Cina. Frau Merkel non vuole un presidente del Consiglio Europeo che dia ombra ai governi che contano, il primo Ministro belga è stato il suo candidato dall' inizio, né un ministro degli Esteri innovativo e ingombrante, Lady Ashton farà al caso suo: degnissimi rappresentanti dei governi, non figure di prua.

Le decisioni di politica estera e di difesa dell' Unione saranno appannaggio delle capitali. Berlino guarda invece ai portafogli economici della Commissione, alla Banca Centrale Europea tra due anni per il presidente della Bundesbank per saldare le due anime di Francoforte, come era all' inizio il voto dei tedeschi. Le avvisaglie si avvertivano con Schroeder, ma oggi sembra così lontano il tempo di Adenauer e anche quello di Kohl che fece dell' unificazione tedesca un processo europeo e atlantico, anziché solo nazionale, temendo in cuor suo la scomparsa dell' ancoraggio postbellico. La nuova Germania è anch' essa impervia al trade-off diplomatico e persegue senza esitare i propri interessi: non sembra sentire più il monito che ci ricordava Sabino Cassese:" Im Zweifel fuer Europa ", nel dubbio, per l' Europa.

Il fronte intergovernativo ha segnato a Bruxelles una vittoria su quello comunitario: l' integrazione politica è più lontana, sarà arduo formare a Ventisette un consenso negoziato, una forte volontà politica unitaria. E, all' altro capo del mondo, la Cina ha affrontato l' America imponendo rispetto e chiedendo uguaglianza e cogestione. Si profilano equilibri nuovi, forse più veri e meno formali, difficili da prevedere.

 

Repubblica — 25 novembre 2009

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