I nuovi confini dei nonluoghi
È inevitabile pensare, vedendo una coppia occidentale distesa sotto l’ombrellone, intenta a rilassarsi contemplando il mare a due passi da un cadavere arenato sulla spiaggia, che l’immagine è emblematica della nostra epoca.
Alcuni anni fa, ho utilizzato il termine «nonluoghi» per designare quegli spazi
della circolazione, del consumo e della comunicazione che si stanno diffondendo
e moltiplicando su tutta la superficie del pianeta. Ai miei occhi, questi nonluoghi
erano spazi della provvisorietà e del passaggio, spazi attraverso cui non si
potevano decifrare né relazioni sociali, né storie condivise, né segni di
appartenenza collettiva. In altre parole, erano tutto il contrario dei
tradizionali villaggi africani che avevo studiato in precedenza e nei quali le
regole di residenza, la divisione in metà o in quartieri, gli altari religiosi
delimitavano lo spazio e permettevano di cogliere nelle loro linee essenziali
le relazioni tra gli abitanti.
Questa definizione di nonluoghi ha però due limiti. Da una parte, è evidente
che una qualche forma di legame sociale può emergere ovunque: i giovani che si
incontrano regolarmente in un ipermercato, per esempio, possono fare di esso un
punto di incontro e inventarsi così un luogo. Non esistono luoghi o nonluoghi
in senso assoluto. Il luogo degli uni può essere il nonluogo degli altri e
viceversa. Gli spazi virtuali di comunicazione, poi, permettendo agli individui
di scambiarsi messaggi, di mettersi in contatto tra loro, non possono
facilmente essere definiti nonluoghi. Si tratta, in questo caso, di
interrogarsi sulla natura della relazione che si stabilisce tramite determinate
tecnologie della comunicazione per chiedersi anche come sia possibile che in
questo mondo definito «relazionale» gli individui si sentano così soli.
Le immagini che ci vengono presentate danno una prima risposta a questa
domanda, o più precisamente permettono di riformularla perché gettano una luce
cruda sulla faccia nascosta della globalizzazione e, allo stesso tempo, mettono
in evidenza un’altra dimensione dei nonluoghi. Quello che ci permettono di
scoprire, infatti, non è l’anonimato di quegli spazi in cui si passa soltanto,
la solitudine provvisoria del viaggiatore in transito o la libertà alienata del
consumatore medio nei reparti dell’ipermercato, ma lo scontro tra due mondi
ognuno dei quali si presenta come il negativo dell’altro. Coloro che fuggono
davanti alla miseria, alla fame o alla tirannia, alle violenze della natura e
della Storia, e che si gettano a volte in mare mettendo in pericolo la propria
stessa vita, vivono in una logica del tutto o del niente, del «si salvi chi
può», e tagliano ogni legame con il luogo d’origine, anche se agiscono nella
speranza di poter aiutare in seguito quelli che hanno lasciato a casa.
È il momento della fuga insensata. L’esercito disordinato dei sopravvissuti
sbarca sulle spiagge dell’esilio già ingombre dei cadaveri che il mare ha
rigettato: strano paradiso, quello che in genere, molto rapidamente, prende la
forma di campi di internamento.
L’altro mondo, quello al quale vorrebbero accedere e che continua a sfuggirgli,
non riescono mai a raggiungerlo. Resta un miraggio, anche per chi riesce a
penetrarvi clandestinamente. Non c’è niente di più tragico del destino di
questi individui presi in trappola tra due negazioni: quella dell’origine e
quella del presente, ma condannati a sperare, tuttavia, o piuttosto a ripetere,
per sfuggire al nonsenso totale. Finite, allora, o rinviate a più tardi, le
sottili distinzioni tra nonluoghi empirici e nonluoghi teorici, le
considerazioni sfumate sulle varie relazioni che si possono avere con spazi
diversi.
Le immagini che abbiamo sotto gli occhi ci mostrano innanzitutto individui che
hanno perduto il loro luogo senza averne trovato un altro, individui
doppiamente assegnati ai nonluoghi, in un certo senso. Spesso gli africani in
fuga strappano i loro documenti di identità per evitare, una volta presi, di
essere rimandati nel Paese d’origine: come non-persone hanno una maggiore possibilità
di aggrapparsi un po’ più a lungo ai nonluoghi sui quali sono andati ad
arenarsi. Del resto, sono proprio due mondi quelli che si scontrano: un mondo
da cui bisogna fuggire per sopravvivere e un mondo che fa di tutto per
respingere questa invasione della miseria, erige muri per contenerne gli
assalti, fa pattugliare le frontiere dalle forze dell’ordine, raffina i metodi
di indagine e apre campi per parcheggiarvi coloro che sono riusciti, malgrado
tutto, ad arrivare.
Da un lato, quindi, i nonluoghi dell’abbondanza (aeroporti, autostrade,
supermercati). Dall’altro, i nonluoghi della miseria: rifugio, a volte (quando
accolgono, come accade in Africa, le masse in fuga a causa dei massacri e della
repressione), e prigione (quando vi si rinchiudono quelli che hanno infine
messo piede sulla terra promessa). Sempre, contemporaneamente, rifugio e
prigione, oggetti, allo stesso tempo, del controllo poliziesco e
dell’assistenza umanitaria.
Che cos’hanno in comune questi due tipi di nonluoghi? Più di quanto non sembri,
forse. Perché è evidentemente proprio nei punti di contatto e di passaggio da
un mondo all’altro — gli aeroporti, i grandi assi stradali, i porti — che si
mettono in atto meccanismi di difesa. Inoltre, sono i mezzi di trasporto più
caratteristici della nostra epoca (gli aerei e i loro carrelli d’atterraggio, i
grossi camion e i loro container) a fornire al clandestino un veicolo e un
nascondiglio.
Gli aeroporti hanno le loro sale di detenzione e gli espulsi vengono caricati
su aerei di linea o su charter. I punti di passaggio hanno un’importanza
strategica. È là che si dispiegano i mezzi di sorveglianza più perfezionati, ma
è sempre là, nel punto di congiunzione tra i due mondi, che passano i turisti.
Attratti dall’esotismo, dalla sabbia, dal sole o dal sesso, vi si affollano per
recarsi nei Paesi che i migranti cercano di lasciare.
Questi due movimenti che vanno in senso inverso (il turismo e la migrazione) si
incrociano e si ignorano. È inevitabile pensare, vedendo una coppia occidentale
distesa sotto l’ombrellone, intenta a rilassarsi contemplando il mare a due
passi da un cadavere arenato sulla spiaggia, che l’immagine è emblematica della
nostra epoca.
il Corriere della Sera, 12 luglio 2010

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