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I molti guasti di un capitalismo irresponsabile

Si è consumata una rottura tra la società e le élite al comando delle aziende . Molti dirigenti si sono limitati a spostare denaro in modo astuto e praticamente distruttivo

Il più eclatante tra gli insuccessi del capitalismo moderno si è verificato nel suo meccanismo più sofisticato, cioè la finanza. Il sistema si è dimostrato incapace di equilibrare da solo la domanda e l’offerta di immobili o di mutui, ha moltiplicato strumenti finanziari inaffidabili, ha distorto ogni valutazione del rischio, ha ingigantito debiti irrecuperabili. All’origine di tutto questo c’è un guasto profondo, che riguarda le regole di base dell’economia di mercato: si è perso ogni nesso tra merito e profitto; tra la creazione di ricchezza reale e il "premio" individuale incassato dal manager. Da un crac all’altro, la costante è la socializzazione delle perdite provocate da manager incompetenti e disonesti. Nei tempi di vacche grasse, il top management incassava stock option e bonus stratosferici. Quando le aziende sono rovinate, il conto è stato trasferito alla collettività. 

S i è stravolto così tutto il sistema di incentivi e deterrenti che è l’abc dell’economia di mercato. Il principio di responsabilità è stato cancellato per molti anni. La selezione operata dalla concorrenza è stata falsata. La capacità del mercato di allocare le risorse in modo efficiente, punendo le aziende decotte e premiando quelle sane, è stata azzerata dalla promessa implicita che il governo salverà quelli che sono "troppo grossi per fallire". Tutta la storia degli ultimi anni riporta d’attualità l’antica battuta dell’economista John Kenneth Galbraith: «In America l’unico socialismo che è sempre stato ammesso è il socialismo in favore dei ricchi». Mentre s’impoveriva il Welfare State ingrassava il Corporate Welfare: la protezione riservata al Big Business. Il tracollo finale di quel sistema ha costretto l’America del XXI secolo a chiedersi se davvero il "socialismo" debba rimanere una rete di sicurezza limitata ai banchieri.

Oggi una rottura si è consumata tra la società occidentale e l’élite al comando delle sue grandi aziende. Un divorzio di culture, di sensibilità, di valori. Lo scollamento ha raggiunto livelli insostenibili, minaccia la legittimità dei ceti dirigenti, costringe il sistema delle imprese a una rivoluzione interna. Siamo a una svolta, i manager che non lo capiscono andranno incontro a brutte sorprese, le imprese che non si decidono a cambiare strada corrono rischi seri. Il crollo dei miti fa particolarmente impressione negli Stati Uniti, dove l’esaltazione del capo-azienda Superman era entrata a far parte della cultura nazionalpopolare. Dal prestigio all’infamia la caduta è rovinosa. «Molti dei massimi dirigenti aziendali - scrive Michael Hiltzik sul Los Angeles Times - non hanno mai aggiunto valore alla nostra economia. Si sono limitati a spostare denaro in modo innovativo, astuto, e fondamentalmente distruttivo. I top manager sono stati strapagati sia che avessero successo sia che fossero degli incapaci. Un cambiamento epocale sta avvenendo nella società americana. Per decenni avevamo ammirato questa élite, li abbiamo considerati come una razza di vincitori che si erano guadagnati il loro posto attraverso il talento e il duro lavoro, nella competizione economica darwiniana. Quella visione è stata spazzata via, sostituita dall’amarezza e dal disprezzo verso i superprivilegiati del management».

Certi top manager possono far finta di niente. Possono anche tentare una fuga in avanti, inasprendo il carattere "dittatoriale" dell’organizzazione gerarchica sottoposta al loro comando. Qualcuno lo sta già facendo. In una recessione, quando il lavoro scarseggia, il capitalismo può permettersi di fare la faccia feroce: chi vuole lavoro accetti le condizioni dettate dai capi. Ma è una tattica pericolosa. Non tiene conto che l’accumulo di risentimento verso la superstruttura dirigenziale può sfociare in reazioni incontrollabili: vedi il sintomo dei "sequestri di manager" in Francia. E quand’anche la forza dei sindacati sia azzoppata dagli effetti della recessione, c’è il rischio che si coalizzi contro il Big Business capitalistico un fronte ben più ampio di ostilità: dai consumatori ai governi riformisti come l’amministrazione Obama. I rapporti di forze sul mercato del lavoro sono tutti a favore dei capi-azienda; ma nella società civile e nel sistema delle istituzioni la situazione è assai diversa. Spoglio di ogni giustificazione etica, nudo nel suo egoismo brutale, accusato di una immensa distruzione di benessere, il supermanager è come un pirata somalo che ai suoi villaggi non distribuisce più nemmeno le briciole del suo bottino di rapina. Finito il delirio di onnipotenza, deve riprendere la faticosa tessitura di un consenso vero, meritato. 

 

(la Repubblica, venerdì, 22 maggio 2009) - http://www.repubblica.it

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