I luoghi comuni sulla tassa sulle transazioni
Tornare ad una finanza al servizio dell’economia reale.
Kenneth Rogoff è stato alfiere della totale libertà dei
movimenti di capitale a breve e capo economista del FMI tra il 2001 e il 2003,
periodo in cui quella teoria andava per la maggiore. Allora i paesi emergenti
seguivano quelle direttive e ricordiamo tutti le gravi crisi finanziarie in
Russia, Brasile e nelle principali economie asiatiche. Dopo la crisi persino il
FMI cambiò progressivamente idea (dopo che quasi tutti l’avevano cambiata)
sugli effetti benefici di tali movimenti a breve. Ma soprattutto le economie
dei paesi emergenti cominciarono a fare di testa loro introducendo restrizioni
su questo punto ed iniziò una fase di tumultuoso sviluppo. Per non calcolare
che la Cina, la
nuova locomotiva mondiale, i movimenti di capitali finanziari non li ha mai
liberalizzati.
Rogoff scrive oggi un articolo contro la proposta UE di tassa sulle transazioni
finanziarie in verità garbato ma pieno di luoghi comuni. Tra la sua idea e
quella dei 1000 economisti che hanno firmato a favore della tassa (tra cui
calibri del tipo di Dani Rodrik, Joseph Stiglitz e Tony Atkinson) pesa più la
seconda.
La posizione di Rogoff si basa su tre affermazioni parziali o sbagliate.
Una prima affermazione di Rogoff è che la tassa aumenta il costo del capitale
creando problemi di finanziamento alle imprese. E cita a supporto le
elaborazioni dei suoi ex colleghi del FMI. Peccato che a leggerle bene quelle
elaborazioni (il working paper del FMI sul tema di Matheson) l’impatto della
tassa proposta da Barroso (0.1 percento) è praticamente nullo (0.1 percento il
primo e secondo anno nullo gli anni successivi).
La seconda affermazione è che la tassa riduce la liquidità dei mercati e dunque
il contenuto informativo dei prezzi è ridotto. Qui Rogoff dimostra di non
conoscere la letteratura in materia che non trova affatto risultati univoci
(ancora una volta non ha letto bene lo stesso lavoro del FMI che approfondisce
il tema in nota). Alcuni lavori teorici dimostrano che la liquidità si
ridurrebbe in mercati oligopolistici ipotizzando un certo modello di
competizione, mentre in presenza di un market maker monopolista l’effetto
potrebbe addirittura essere contrario (aumento di liquidità) perché la tassa
potrebbe ridurre l’asimmetria informativa tra lo stesso e i traders. Stesso
risultato positivo ipotizzando un mix eterogeneo di liquidity e informed
trader. Stendiamo poi un velo pietoso sul contenuto informativo dei prezzi sui
mercati finanziari, soprattutto delle loro variazioni a breve. E’ grottesco che
sui maggiori giornali finanziari nelle prime pagine fior di economisti cercano
di scovare in mezzo ad una serie di notizie negative la notizia positiva che
avrebbe causato la crescita del mercato del giorno prima (e il rally di questi
giorni), mentre qualche pagina più avanti nei consigli ai risparmiatori un
analista tecnico ragiona in termini di supporti e di resistenze e spiega che se
il mercato negli ultimi due giorni è salito continuerà a salire perché il trend
è forte e si sfonderà il supporto superiore (ovvero ragiona solo in termini di
trend e di grafici senza fare alcun riferimento a notizie sui fondamentali). I
mercati finanziari di oggi sono dominati da analisti tecnici che consigliano di
comprare se tutti comprano e c’è l’onda giusta e di vendere se tutti vendono e
il trend si crea al ribasso, altro che fondamentali. Figuriamoci quanto possono
essere informativi i prezzi.
Infine, come tutti quelli che vogliono affossare la tassa, Rogoff cita l’esempio
svedese dove la raccolta fu molto inferiore al previsto e non quello inglese
dove la più grande Tobin tax (la duty stamp tax) è tuttora in vigore con un
aliquota cinque volte più alta di quella proposta in sede UE (senza creare
evidentemente nessun danno all’economia reale inglese). Rogoff ignora inoltre
che i grandi intermediari che operano a brevissimo termine con una grande
quantità di piccolissime operazioni con piccolissimi profitti (operazioni che
verrebbero spazzate via dalla tassa) non possono proprio trasferirsi lontano
dalla sede delle borse perché il vantaggio di millisecondi che hanno rispetto
agli altro operatori del mercato, dettato proprio dalla vicinanza alla sede
fisica della borsa di New York che pagano a caro prezzo, verrebbe meno.
Parlando di cose serie si discute in questi giorni di come la tassa potrebbe
essere più effettiva. E in particolare se l’uso del principio inglese di
tassare la nazionalità degli assets sia o meno migliore di quello proposto di
tassare la nazionalità di chi scambia.
Un commento sarcastico di un altro economista di prestigio (Dean Baker) che
subito reagisce oggi a Rogoff su www.cepr.net
dice che un’aliquota come quella proposta dall’UE farebbe tornare ai livelli di costi di transazione degli anni ’90 e dunque non avremmo che da guadagnarsi. Uno degli obiettivi è proprio quello di ridurre l’ipertrofia della finanza degli ultimi anni e di tornare ad una finanza al servizio dell’economia reale.
http://felicita-sostenibile.blogautore.repubblica.it 9ott2011

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