I grandi film e le farse
A proposito di barbari e mutazioni.
L’estate che è finita solo cinque giorni fa ci lascia con la
solita messe di morti da compiangere - tra le persone che ho avuto la fortuna
di conoscere, due grandi donne, la
Cecchi D’Amico e la Sellerio, due importanti letterati, Sanguineti e
Francesco Orlando, un giovane pittore di valore, Paolo Picozza, e la commovente
protagonista di "La bocca del lupo" Mary Monaco; tra quelle che non
ho potuto conoscere, un grande pensatore del nostro tempo, Raimon Panikkar.
Lasciano anche un po’ d'amaro in bocca, poco perché ci hanno fatto abituare, le
inutili chiacchiere con le quali i quotidiani più voluminosi cercano di
movimentare la noia balneare, piccole farse secondarie. Ne ricordo due perché rendono
l’epoca: il dibattito sui “barbari” avviato, ohibò, da due colossi della
cultura repubblicana, Baricco e Scalfari, e le difese del “nuovo” del direttore
del festival di Venezia Marco Muller. Il contrasto dovrebbe essere chiaro: tra
chi difende il nuovo (i barbari) e chi ha nostalgia del vecchio.
Naturalmente a nessuno viene più in mente di citare il motto di Marx “o
socialismo o barbarie”, e men che meno a Scalfari, alfiere del capitalismo
intelligente, gratificante per i privilegiati. Chi crede ancora alla
possibilità del socialismo su questa terra? Eppure quella contrapposizione è
stata ben reale ieri e continua ad avere oggi una sua simbolica validità. Se di
socialismo non si parla più, è perché ha vinto la barbarie, anche quella del
“socialismo reale”. Oggi si fa l’equivalenza tra “barbaro” e “nuovo”, e i
nostalgici del vecchio fanno figura di babbioni schierati contro il progresso.
Ma ben guardare non c’è niente di più nuovo e di più vecchio di personaggi come
Scalfari, come Baricco, come Muller o, peggio, come Tarantino, reincarnazione
di una figura di tradizione (ha mimato la masturbazione davanti ai buuu
all'annuncio del leon d’oro alla ex fidanzata per un gradevole filmettino, come
ieri Mussolini diceva “me ne frego”, la differenza è relativa e a vantaggio di
Mussolini). Il problema è infatti, ieri come oggi, un nuovo portatore di una
visione dell'uomo e dunque delle arti adeguate al tempo in cui viviamo, ai suoi
bisogni più profondi («il faut etre absolument moderne» diceva Rimbaud, e
intendeva contemporaneo, mentre, indietro nel tempo, un versetto dei Vangeli
apocrifi osava dire «ammira le cose presenti») e un nuovo di facciata che
ripete il già detto e il già visto in modi semplicemente più colorati e
baracconeschi. Come i film di Tarantino, per esempio.
Grazie a “Venezia a Roma”, ho visto, in una lontanissima sala periferica e con
sette spettatori oltre me, il film che secondo molti critici “vecchi” avrebbe
dovuto vincere a Venezia, "La fossa" del cinese Wang Bing, del quale
non esito a dire che mi è sembrato l’equivalente cinematografico di "Se
questo è un uomo"di Primo Levi, anche se mostra un lager senza filo
spinato, al tempo di Mao, nel deserto del Gobi, mille e mille miglia distanti
dal film della graziosa italo-americana. Era nuovo o vecchio questo film? E
dove stavano i “barbari”, in quel contesto? E noi che abbiamo inneggiato alla
rivoluzione culturale non eravamo forse i barbari di allora?
È nuovo o vecchio il film cui, Tim Burton, che non è un genio del nuovo come
tanti credono ma certo è più esigente e meno rozzo di Tarantino, ha fatto
assegnare la palma d’oro all’ultima Cannes, "Oncle Bommee" del
tailandese Apichatpong Weerasethakul? Per fortuna l’ho visto e, guarda caso,
racconta proprio la fine di un mondo - quello contadino di ieri, con le sue
credenze, nei suoi rapporti con la natura, con gli altri umani, con i suoi
fantasmi, e la mutazione di quei personaggi in “barbari” dentro un universo
urbano luccicante e rumoroso. Senza lamenti, è una constatazione sulla quale
sta allo spettatore esprimere un giudizio. Su quel che si è perso e quel che si
è trovato, e se il cambio ci giova.
"La fossa", che gli spettatori italiani non vedranno salvo che a
Milano, dove Filmaker ha organizzato un omaggio a Wang Bing, ci racconta di una
barbarie che si ripete, quella dell’intolleranza e della violenza, sempre
antica e sempre purtroppo nuova, e ci racconta come l’umano possa sopravvivere
anche nell’orrore, e cosa l’uomo è stato, è e sarà sempre capace di fare
all’uomo se rinuncia alla speranza di un qualcosa che noi abbiamo chiamato
socialismo. "Oncle Bommee", che forse nessuno distribuirà, racconta
né più né meno che la mutazione, quella che ha travolto l’Italia da tempo e la Tailandia da poco e
lascia a noi di ragionarci.
A ciascuno di noi, a noi tutti, ma, per carità, non solo ai Baricco e agli
Scalfari, ai Tarantino e ai Muller.
http://www.unita.it 26 settembre 2010

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