I giovani, l'amore, il sesso viaggio nell'Italia anni '60
Ecco la recensione scritta da Michel Foucault nel 1977 al film-inchiesta "Comizi d´amore" di Pisolini.
Come nascono i bambini? Li porta la cicogna, da un fiore, li manda il buon dio,
o arrivano con lo zio calabrese. Guardate il volto di questi ragazzini, invece:
non danno affatto l´impressione di credere a ciò che dicono. Con sorrisi,
silenzi, un tono lontano, sguardi che fuggono a destra e sinistra, le risposte
a tali domande da adulti possiedono una perfida docilità; affermano il diritto
di tenere per sé ciò che si preferisce sussurrare. Dire "la cicogna"
è un modo per prendersi gioco dei grandi, per rendergli la loro stessa moneta
falsa; è il segno ironico e impaziente del fatto che il problema non avanzerà
di un solo passo, che gli adulti sono indiscreti, che non entreranno a far
parte del cerchio, e che il bambino continuerà a raccontarsi da solo il
"resto". Così comincia il film di Pasolini.
Enquête sur la sexualité (Inchiesta sulla sessualità) è una traduzione assai
strana per Comizi d´amore: comizi, riunioni o forse dibattiti d´amore. È il
gioco millenario del "banchetto", ma a cielo aperto sulle spiagge e
sui ponti, all´angolo delle strade, con bambini che giocano a palla, con
ragazzi che gironzolano, con donne che si annoiano al mare, con prostitute che
attendono il cliente su un viale, o con operai che escono dalla fabbrica. Molto
distanti dal confessionale, molto distanti anche da quelle inchieste in cui,
con la garanzia della discrezione, si indagano i segreti più intimi, queste
sono delle Interviste di strada sull´amore. Dopo tutto, la strada è la forma
più spontanea di convivialità mediterranea.
Al gruppo che passeggia o prende il sole, Pasolini tende il suo microfono come
di sfuggita: all´improvviso fa una domanda sull´"amore", su quel
terreno incerto in cui si incrociano il sesso, la coppia, il piacere, la
famiglia, il fidanzamento con i suoi costumi, la prostituzione con le sue
tariffe. Qualcuno si decide, risponde esitando un poco, prende coraggio, parla
per gli altri; si avvicinano, approvano o borbottano, le braccia sulle spalle,
volto contro volto: le risa, la tenerezza, un po´ di febbre circolano rapidamente
tra quei corpi che si ammassano o si sfiorano. Corpi che parlano di loro stessi
con tanto maggior ritegno e distanza quanto più vivo e caldo è il contatto: gli
adulti parlano sovrapponendosi e discorrono, i giovani parlano rapidamente e si
intrecciano. Pasolini l´intervistatore sfuma: Pasolini il regista guarda con le
orecchie spalancate.
Non si può apprezzare il documento se ci si interessa di più a ciò che viene
detto rispetto al mistero che non viene pronunciato. Dopo il regno così lungo
di quella che viene chiamata (troppo rapidamente) morale cristiana, ci si
poteva aspettare che nell´Italia di quei primi anni sessanta ci fosse un certo
qual ribollimento sessuale. Niente affatto. Ostinatamente, le risposte sono
date in termini giuridici: pro o contro il divorzio, pro o contro il ruolo
preminente del marito, pro o contro l´obbligo per le ragazze a conservare la
verginità, pro o contro la condanna degli omosessuali. Come se la società
italiana dell´epoca, tra i segreti della penitenza e le prescrizioni della
legge, non avesse ancora trovato voce per raccontare pubblicamente il sesso,
come fanno oggi diffusamente i nostri media.
«Non parlano? Hanno paura di farlo», spiega banalmente lo psicanalista Musatti,
interrogato ogni tanto da Pasolini, così come Moravia, durante la registrazione
dell´inchiesta. Ma è chiaro che Pasolini non ci crede affatto. Credo che ciò
che attraversi il film non è l´ossessione per il sesso, ma una specie di timore
storico, un´esitazione premonitrice e confusa di fronte a un regime che allora
stava nascendo in Italia: quello della tolleranza. È qui che si evidenziano le
scissioni, in quella folla che tuttavia si trova d´accordo a parlare del
diritto, quando viene interrogata sull´amore. Scissioni tra uomini e donne,
contadini e cittadini, ricchi e poveri? Sì, certo, ma soprattutto quelle tra i
giovani e gli altri. Questi ultimi temono un regime che rovescerà tutti gli
adattamenti, dolorosi e sottili, che avevano assicurato l´ecosistema del sesso
(con il divieto del divorzio che considera in modo diseguale l´uomo e la donna,
con la casa chiusa che serve da figura complementare alla famiglia, con il
prezzo della verginità e il costo del matrimonio). I giovani affrontano questo
cambiamento in modo molto diverso: non con grida di gioia, ma con una
mescolanza di gravità e di diffidenza perché sanno che esso è legato a
trasformazioni economiche che rischiano assai di rinnovare le diseguaglianze
dell´età, della fortuna e dello status. In fondo, i mattini grigi della
tolleranza non incantano nessuno, e nessuno vede in essi la festa del sesso.
Con rassegnazione o furore, i vecchi si preoccupano: che fine farà il diritto?
E i "giovani", con ostinazione, rispondono: che fine faranno i
diritti, i nostri diritti?
Il film, girato quindici anni fa, può servire da punto di riferimento. Un anno
dopo Mamma Roma, Pasolini continua su ciò che diventerà, nei suoi film, la
grande saga dei giovani. Di quei giovani nei quali non vedeva affatto degli
adolescenti da consegnare a psicologi, ma la forma attuale di quella
"gioventù" che le nostre società, dopo il Medioevo, dopo Roma e la Grecia, non hanno mai
saputo integrare, che hanno sempre avuto in sospetto o hanno rifiutato, che non
sono mai riuscite a sottomettere, se non facendola morire in guerra di tanto in
tanto.
E poi il 1963 era il momento in cui l´Italia era entrata da poco e
rumorosamente in quel processo di espansione-consumo-tolleranza di cui Pasolini
doveva redigere il bilancio, dieci anni dopo, nei suoi Scritti corsari. La
violenza del libro dà una risposta all´inquietudine del film.
Il 1963 era anche il momento in cui aveva inizio un po´ ovunque in Europa e
negli Stati Uniti quella messa in questione delle forme molteplici del potere,
che le persone sagge ci dicono essere "alla moda". E sia pure! Quella
"moda" rischia di rimanere in voga ancora per un po´ di tempo, come
accade in questi giorni a Bologna.
Traduzione dal francese di Raoul Kirchmayr
http://www.repubblica.it 27.4.10

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