Hotel America. Pomodori marci
Bambini adottati e poi restituiti con una scusa. Magari perché gli occhi sono neri, e non più blu
La regola è ferrea e si applica a tutti gli esercizi
commerciali americani: soddisfatti o rimborsati, "no questions
asked", senza fare domande, senza inquisizioni, senza aria di irritata
sufficienza. Ho restituito senza problemi pomodori troppo maturi, carne già
cotta e risultata granitica, pesce con odorini poco accattivanti, una volta
persino un'automobile che, nel mio daltonismo, avevo creduto essere un
delicato color beige e risultò, davanti agli occhi sbarrati di mia moglie,
essere rosa. È ben noto a tutte le donne americane, di ogni età, che il modo
più semplice per indossare un bel vestitino per una serata speciale è fingere
di comperarlo, usarlo e poi riportarlo il giorno dopo con qualche scusa.
Ma la lodevole pratica, e la mentalità, del "soddisfatti o
rimborsati" si sono spinte un po' troppo avanti, il giorno di aprile di
quest'anno quando una "merce" molto particolare è stata recapitata
alla dogana dell'aeroporto di Mosca Sheremetyevo. Con una regolare bolla
d'accompagnamento, il pacco aveva un nome, Artyom Savelyev, un'età, 11 anni,
e una storia che è molto più frequente di quanto si sappia.
La donna del Tennessee che lo aveva regolarmente, legalmente adottato dalla
Russia, semplicemente non ne voleva più sapere. "È violento, riottoso,
con seri problemi psichici, insopportabile", spiegava la bolla
d'accompagnamento. Visitato da psicologi e psichiatri russi della agenzia per
le adozioni, Artyom sarebbe risultato un ragazzino nella norma della sua età.
Anzi, sarebbe stato lui a spiegare di essere stato tormentato dalla madre che
"lo picchiava" (segni e abrasioni sul corpo) e lo trascinava per
casa "tirandomi per i capelli".
Ho fatto qualche rapida ricerca. Sono 1.600 all'anno i bambini russi sotto i
14 anni adottati da americani, quasi cinque al giorno. Tanti. E sono tanti
anche quelli che i genitori restituiscono, come "consumatori" colti
da quello che gli studiosi chiamano buyer's remorse, il rimorso che ci
afferra quando usciamo dal negozio con il sacchetto.
E quando il "rimorso dell'acquirente" si fa sentire, le conseguenze
possono essere spaventose. Nel 2006, Peggy Sue Hill, della Virginia, fu
condannata a 25 anni di carcere per l'omicidio della bambina russa di due
anni che aveva adottato. Nel 2008, Kimberly Emelyantsev, che nello Utah
uccise una neonata perché i meravigliosi occhioni blu, comuni nei bebè di
etnia bianca, si stavano naturalmente colorando di scuro. Il modello
acquistato l'aveva delusa.
La tragedia delle adozioni di bambini russi, che sono tra i preferiti perché
bianchi, spesso bellissimi, più facili da integrare fra i coetanei bianchi,
deve essere assai più diffusa di quello che gli episodi di cronaca nera
dicono. Alcuni stati americani hanno introdotto provvedimenti che di fatto
somigliano alla politica commerciale. Aprono periodicamente centri di
assistenza statale e ospedali dove i genitori, naturali o adottivi, possono
depositare bambini e ragazzini senza dare spiegazioni.
Non si tratta soltanto di figli adottivi, anche se i poveri piccoli russi,
per il favore che godono presso i potenziali genitori, sono spesso i più
colpiti dalla doppia maledizione dell'impulse buying, dell'acquisto per
impulso e poi del rimorso, come fossero oggetti di consumo risultati poi
sgraditi. Madri e padri che uccidono i loro bambini naturali sono frequentemente
nelle cronache di tutto il mondo.
Ma se mettere al mondo un bambino è sempre una meravigliosa sfida con
l'ignoto di un'altra vita, senza garanzie né libretti di istruzione come le
lavatrici, adottarne uno è una decisione che offre ancora più ricompense
affettive e dunque ancora più rischi, soprattutto nella comoda cultura del
"soddisfatti o rimborsati". La mamma di Artyom non ha chiesto il
rimborso delle spese. Almeno aveva capito che un bambino non è un pomodoro
marcio.

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