Handicap
Storie di vita vissuta : Napoli 2006
Da più di 25 anni faccio l’insegnante di sostegno. E’ un
mestiere molto lontano dalle mie aspirazioni e competenze originarie, visto che
da sempre avrei voluto insegnare storia, ma su queste latitudini, in campo
lavorativo, le vie del signore sono abbastanza tortuose.
Dopo la laurea passai alcuni anni al seminario di storia dell’Europa Orientale con
lo status poco definito di “schiavottella” - anni belli, gratificanti e
gratificati da alcune borse di studio (CNR, Istituto Croce, Ministero degli
Esteri ecc) – ma, a causa della morte del mio prof, mi ritrovai improvvisamente
tagliata fuori di qualsiasi possibilità lavorativa nell’ambito dell’ateneo.
Così, optai per l’insegnamento nella scuola pubblica.
Quando però capii che l’unico concorso cui potevo partecipare era “lingua e
letteratura inglese” rimasi davvero male. L’inglese era la lingua che peggio
conoscevo, letteratura inglese non l’avevo mai studiata in vita mia, ma dovevo
pur guadagnare in qualche modo il pane quotidiano; così, dopo aver vinto il
concorso d'inglese, mi iscrissi ad un corso per diventare insegnante di
sostegno.
Unico fatto degno di nota nella mia carriera di insegnante d’inglese – e di
questo sono fiera – è di aver bocciato 11 studenti su 11 nell' Istituto
Settembrini di Frattamaggiore. Cosa, mai accaduta in quella scuola. La mia
bravata non ebbe conseguenze spiacevoli solo perché il direttore non riuscì a
mettere in atto le sue minacce: fu arrestato alcuni mesi dopo.
Il sostegno invece fu amore a prima vista! Finalmente delle sfide vere, percorsi personalizzati, problematiche diverse da
affrontare. Ricordo ciascuno studente.
Il più amato è stato G, licenziato 6-7 anni fa, ma ancor oggi quando a volte ci
incontriamo il piacere è autentico.
Era arrivato da noi ormai quattordicenne. Non sapeva ne leggere, ne scrivere
ed era privo di qualsiasi forma di autocensura. Diceva sempre ciò che pensava,
causando spesso sgomento tra noi docenti…ancor di più perché le sue parole erano sempre pertinenti al contesto, anche se quasi mai opportune.
- Siamo troppo abituati alla finzione per sopportare verità elementari -
Quando mi vide la prima volta mi disse:
- Povero me! Alle elementari avevo una maestra giovane e bella con capelli
lunghi, tu invece sei vecchia e hai i capelli corti. Speriamo bene.
Il primo test cui fu sottoposto riguardava le scienze. Si trattava di un test
comune a tutti i suoi compagni. Io gli leggevo le domande e lui sbarrava
autonomamente le caselle che riteneva giuste. Per alcune categorie voleva dare
una risposta non prevista, anche quelle avevo diligentemente ricopiato nella
tabella.
Il risultato del test è stato il seguente:
nome / vive / si riproduce / muore / non
animato
Gatto / non vive / non si riproduce / muore / -
Rosa
/ vive / si riproduce / non muore / -
Cartella / Che domanda cretina non
voglio rispondere
Leone / vive solo in tv / non so se
si riproduce / non so se muore / -
Gesso / vive / si riproduce /
qualche volta muore
Il collega di scienze rimase interdetto dai risultati, chiese spiegazioni al
ragazzo che le rifiutò categoricamente. Poi, con molta calma, alcuni giorni
dopo, volle lui stesso spiegarmi le sue risposte:
- Davvero non hai capito cosa volevo dire nel compito di scienze?
- Forse qualcosa si, però mi piacerebbe che me lo spiegassi tu.
- Il gatto vive per strada, mangia dalla spazzatura, non ha una casa, quando
piove rimane bagnato….tu chiami vita questa? No, il gatto non vive. I suoi
cuccioli vengono subito uccisi…allora non si riproduce. Morire però muore.
Spesso muore spiaccicato sotto qualche macchina.
- Hai ragione, non è male come risposta. Ma che mi dici della rosa.
- La rosa piace. Quando appassisce mamma ne compra altre…così la rosa vive
sempre e non muore mai.
Sulla cartella non osai chiedergli niente, perché non volevo compromettere il
momento magico di apertura.
- E il leone?
- Non ho mai visto un leone in via Cilea…solo in tv.
- Beh…effettivamente sarebbe imbarazzante incontrare leoni in giro per la
città.
Rispose con una risata. Aveva un’ironia incredibile.
- E che mi dici del gesso?
- Lo so che hai capito. Allora perché me lo vuoi far ripetere.
- Dai, prova lo stesso.
- Il gesso vive, quando qualcuno disegna sulla lavagna…e poi muore. Se si
spezza, ne hai due di gessetti o più …allora si riproduce.
Ecco, così è iniziato un percorso umanamente fantastico, ma meno gratificante
dal punto di vista delle abilità elementari.
Solo in terza scoprì - quasi per caso - un meccanismo incredibile: riusciva
a leggere abbastanza bene da destra a sinistra. Nel verso giusto invece, manco
due lettere di una sillaba era capace di collegare e pronunciare.
Gli preparai allora diversi fogli scritti all’incontrario ed è stato
emozionante – sia per lui che per me – registrare progressi insperati. Ma era
l’ultimo anno. Non potevamo bocciarlo, era fuori tempo massimo.
Lo accompagnai io il primo giorno di scuola al liceo dove fu iscritto dopo la
scuola media e spiegai le caratteristiche fondamentali del ragazzo al docente
di sostegno, parlammo anche di questa sua anomala dislessia/disgrafia.
Dopo alcuni giorni il preside del liceo telefonò alla mia scuola e pregò il mio
capo d’istituto di farmi andare da loro perché era successo un fatto
increscioso. G. aveva tirato un pugno al docente di sostegno che era finito in
pronto soccorso dopo di che, spaventato dalle conseguenze, si era barricato in
aula. Non c'era verso di farlo uscire: i bidelli erano timorosi di entrare
nell’aula, la madre era irraggiungibile, forse io potevo dare un mano.
Quando arrivai, trovai la classe in corridoio, bidelli agitati, docenti
nervosi, un gran casino insomma.
Mi avvicinai alla porta:
- Ciao G., sono io. Vuoi smettere di fare il cretino? Ho visto che avete un bar
nella scuola. Mi offriresti un caffè?
Lui uscì immediatamente e ci avviammo verso il bar della scuola. Poi parlammo
un po’.
- Sono dei cretini. Non mi capiscono. Mi prendono in giro e credono che io sia
un idiota. Non sanno che io capisco tutto. Anche quello che non mi dicono.
Raramente mi sono sentita più impotente.
Dopo quel fatto G. non è più tornato a scuola.
Qualche volta lo incontro in giro per il Vomero. Sempre solo. Parla con se
stesso. Però quando mi vede parla volentieri con me.
E dice sempre cose sensate. Non sempre opportune, ma sensate.

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