Guerre sante contro nemici sbagliati
La Corte costituzionale ha accolto due dei quattro referendum contro la cosiddetta privatizzazione dell'acqua..
La Corte
costituzionale ha accolto due dei quattro referendum contro la cosiddetta
“privatizzazione dell’acqua”. Il primo chiede l’abrogazione
della riforma dei servizi pubblici locali contenuta nell’articolo 23 bis della
legge 118/08 (e integrata dal successivo Dl 135/09), al cuore del quale c’è
l’obbligo di affidare la gestione dei servizi tramite gara. Il
secondo, invece, mira a rimuovere il passaggio secondo cui la tariffa del
servizio idrico deve essere calcolata, tra le altre cose, tenendo conto
dell’adeguatezza della remunerazione del capitale investito.
Bocciati invece gli altri due quesiti: sia quello che chiedeva l’abolizione
della norma che prevede le diverse forme di affidamento possibili (società
pubblica, concessione a terzi, società mista), sia quello presentato da Idv,
che chiedeva semplicemente di non applicare l'articolo 23 bis al solo caso
dell’acqua, mantenendolo invece valido per gli altri servizi aventi rilevanza
economica.
Dunque, da un lato resta l’appartenenza del servizio idrico ai servizi di
interesse generale di rilevanza economica, mantenendo viva la possibilità di
affidarlo in concessione a terzi o a società miste partecipate dal privato;
dall’altro la Corte
ha ritenuto ammissibile un quesito che vieta di remunerare questa
partecipazione.
FALSE SOLUZIONI PER FALSI PROBLEMI
Non sarò io a stracciarmi le vesti se il “decreto
Ronchi” dovesse essere abrogato. Come ho argomentato in precedenti
interventi, si tratta di una norma confusa e pasticciata, che mentre
declina in modo apparentemente corretto il verbo concorrenziale della gara,
crea i presupposti perché tutto o quasi rimanga come prima, soprattutto laddove
le imprese pubbliche parteciperanno alle gare bandite dai propri comuni, con
scarsissime probabilità di perderle.
Insomma: poche modificazioni avrebbe indotto nella sostanza quella norma, e
altrettanto poche ne verranno indotte dalla sua eventuale abolizione. Quello
che la legge rendeva obbligatorio (la gara) resta in ogni caso un percorso
possibile tutte le volte in cui la gestione pubblica non è nelle condizioni di
farcela da sola. La legge non avrebbe decretato alcuna “privatizzazione coatta
dell’acqua” e la sua abrogazione non impedirà a chi lo desideri di coinvolgere
il privato nella gestione. Un falso rimedio contro un falso problema.
Più difficile da valutare è l’impatto del secondo quesito. Mira a negare la
legittimità del profitto nell’erogazione dei servizi. Chi gestisce i servizi
idrici non potrà operare a scopo di lucro. Ma l’impatto
pratico di questa affermazione non è così ovvio come potrebbe sembrare.
Escludiamo che la Corte
abbia voluto affermare – come pure alcuni promotori si sono spinti a chiedere –
il ritorno del finanziamento del settore in capo alla fiscalità generale. Se
così fosse, sarebbe come dire che una vittoria del sì obbligherebbe il governo
ad aumentare le tasse: ma come ben si sa, la materia fiscale
non può essere oggetto di referendum.
Avremmo, in pratica, imprese che non possono remunerare il capitale proprio, ma
devono comunque coprire i costi, compreso quello del capitale preso a prestito
(principio che la legge continuerebbe a ribadire), col rischio di fallire se
non lo fanno.
Ci sono solo due specie di azionisti che potrebbero accettare di sottoscrivere
capitale di rischio a queste condizioni. Il primo sono i soggetti
pubblici, o eventualmente i cittadini-utenti, o altri investitori
istituzionali legati al territorio. Ciò è possibile, ma incontra comunque
limiti nella disponibilità di risorse nella finanza pubblica, che non potrebbe
mobilitare fondi sufficienti a coprire gli investimenti che il settore deve
fronteggiare.
Dunque, le aziende dovrebbero in ogni caso finanziarsi sul mercato ricorrendo a
leve finanziarie molto lunghe, fino al limite del 100 per cento. L’assenza di
capitale proprio potrebbe incoraggiare politiche aziendali spensierate,
sostenute solo dalla promessa politica di onorare i debiti (che spesso
significa creazione differita di debito pubblico). Le banche,
più che il soggetto politico, sarebbero il vero “azionista di riferimento” in
grado di condizionare le strategie di investimento.
La seconda specie di azionisti sono quelli cui, in fondo, interessa poco
l’andamento della gestione, perché i profitti contano di farli in altro modo,
ossia vendendo alla gestione beni, servizi, impianti, lavori. Un’impresa di
costruzioni o fornitrice di tecnologia potrebbe accettare di investire nella
gestione: così facendo non remunererebbe direttamente il suo investimento, ma
lo farebbe indirettamente, presidiando il mercato di sbocco
dei propri prodotti, magari assicurandone la fornitura a condizioni di favore
(ostacolate, ma non certamente impedite dalla normativa in materia di appalti).
In entrambi i casi, l’espulsione del profitto dalla porta potrebbe farlo ben
rientrare dalla finestra: sotto forma di interessi che il settore sarebbe
comunque chiamato a pagare, a tassi non necessariamente inferiori alla
remunerazione del capitale proprio; oppure impacchettato dentro i prezzi di
trasferimento con cui le controllanti venderanno al gestore i propri servizi.
Anche il secondo quesito, dunque, risolve un falso problema (il profitto) con
una falsa soluzione (visto che, in un modo o nell’altro, i cittadini dovranno
pagare tariffe che coprono il costo, compreso quello del capitale). Solo che,
in questo caso, il rischio è che a perderci davvero saranno le generazioni
future, quelle che dovranno un bel giorno pagare gli investimenti
che il nuovo assetto finirebbe per ostacolare ulteriormente.
UNA MATERIA DA RIVEDERE
Sono concreti, dunque, i rischi che il referendum faccia
fare al paese un passo indietro di venti anni, scatenando l’opinione pubblica
contro un nemico immaginario - la privatizzazione che non c’è. Ma in compenso
soffocando nella culla i primi timidi passi verso la modernizzazione del
settore.
Sforzandoci di vedere il bicchiere mezzo pieno, non sarà comunque un male se i
referendum costringeranno il legislatore e il governo a prendere in mano, in
modo finalmente serio, la materia idrica. Con almeno tre innovazioni di cui, da
tempo, si avverte il bisogno.
Una riforma della regolazione, innanzitutto, tale da
rafforzare i poteri pubblici, a fronte di una gestione necessariamente sempre
più industriale. Poi, una riforma dei meccanismi tariffari,
tale da costruire nello stesso tempo una tariffa che garantisca chi investe e
stimoli l’efficienza, superando le molte falle del metodo esistente. Infine,
una riforma finanziaria: per fare in modo che il colossale
investimento necessario non poggi tutto e solo sulla tariffa, ma sviluppi nel
settore pubblico strumenti in grado di segmentare e condividere il rischio,
limitando per questa via l’impatto in tariffa.
http://www.lavoce.info 27.01.2011

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