Gli dei greci abitano il romanzo moderno
Molti sostengono che gli dèi greci hanno abbandonato la letteratura moderna.
Molti sostengono che gli dèi greci hanno abbandonato la letteratura moderna.
Risorsero cinque secoli fa, quando Afrodite e la Primavera, Atena e
Artemide, Demetra e Cupido apparvero dappertutto, nei quadri e nei libri, come
se la Grecia
fosse di nuovo viva; e sul crinale tra il diciottesimo e il diciannovesimo
secolo, quando Goethe e Hölderlin e Shelley e Keats e Foscolo e Leopardi
rilessero i testi classici, portando alla luce molte cose che il Rinascimento
aveva ignorato. Poi— così si sostiene— silenzio, o quasi silenzio: qualche
lampo, qualche traccia, qualche barlume. In realtà, niente potrebbe essere meno
vero. La grande letteratura moderna — quella che nasce verso la metà del
diciannovesimo secolo e si spegne lentamente dopo la metà del ventesimo— è
posseduta dagli dèi greci, che vi rivelano finalmente la propria essenza e il
proprio significato. Vorrei ricordare soltanto due casi: quelli di Apollo e di
Ermes, i due fratelli inventori della lira. Apollo fu temuto dalla Grecia
ancora prima di nascere. Le terre, che egli attraversò nel ventre della madre,
tremavano al pensiero di vederlo calcare il loro suolo. Le isole dell’Egeo
temevano che il dio che stava per nascere le disprezzasse, le calcasse con i
piedi e le sprofondasse nelle acque del mare, tra le foche e i covi dei polpi.
Una fama terribile lo circondava: era un dio tenebroso, sfrenato, empio,
accecato. L’aggettivo che lo definiva — atasthalos— era lo stesso che veniva
applicato a Achille che infuria sul cadavere di Ettore, ai Proci che disonorano
il palazzo di Itaca, ai compagni di Ulisse che divorano gli armenti del Sole.
Qui sta il paradosso supremo dello spirito greco. Apollo non conosceva nessuna
delle virtù che da lui vennero chiamate «apollinee» . Era violento, sfrenato,
peccatore, assassino. Peccava di eccesso e di dismisura. Eppure, proprio lui
impose agli uomini l’equilibrio nella morale, il rispetto del limite, la quiete
dello spirito, la misura, il gesto che pacifica e concilia, l’armonia sovrana
della cetra. Sull’Olimpo, Apollo suonava la cetra col plettro d’oro: intorno a
lui vibrava la luce, e lampi balenavano dalla tunica. Le Grazie e le Ore
danzavano. Le Muse cantavano. Il loro canto ricordava la bellezza e la gioia:
la norma, la legge, la giustizia, la pace, il ciclo delle stagioni, il tempo
propizio, la giuntura, la connessione, l’accordo tra le cose. Così l’eccesso e
la dismisura, che Apollo portava in sé stesso, sembravano sgominati per sempre.
A Delfi, Apollo uccise un mostro, Pitone, obbedendo a un ordine di Zeus.
Eppure, sia pure venerando il re degli dèi, aveva compiuto un delitto: più
tardi commise altre colpe. Dopo l’uccisione del mostro, ebbe paura: in un luogo
che dal suo nome fu chiamato Phobos, «terrore» , venne assalito dall’angoscia
di sentirsi impuro e dalla vertigine della follia. Poiché il male è
contaminazione, egli contaminava, diffondendo pestilenze al suo passaggio.
Diventato l’ultimo dei miserabili, dei maledetti e dei vagabondi, Apollo fuggì
o fu esiliato da Zeus: si rifugiò nella valle di Tempe: oppure fu servo di
Admeto: o fuggì presso gli Iperborei; o in un altro mondo. In qualsiasi luogo
fosse giunto, venne purificato. Indossò la corona da supplice, compì i riti e
le libagioni, odorò l’aroma dell’alloro, che diventò la sua pianta. Quando ebbe
completamente espiato, tornò a Delfi. A partire da quel momento, sedendo a
Delfi nella doppia veste di medico e di signore degli oracoli, purificò gli
sventurati, che come lui avevano conosciuto la colpa. Nei primi versi
dell’Iliade, il poema che gli è dedicato, Apollo scese dall’Olimpo «simile alla
notte» . Portava sulle spalle l’arco e la faretra chiusa: aprì la faretra,
impugnò l’arco, e i dardi sibilarono sinistramente nell’aria, colpendo i corpi
dei Greci e degli animali e diffondendo la peste. Niente è più tremendo di
questa apparizione tenebrosa del dio della luce. Tempo prima, a Delfi, Apollo
aveva sconfitto l’oracolo di una antichissima divinità della Terra, che
«suscitava le visioni notturne dei Sogni» . Cancellò questo sonno oscuro. Ma,
al tempo stesso, cominciò a rivelare il futuro attraverso i sogni. La sua luce
accettò la notte: condivise l’oracolo che aveva sconfitto, ne sfruttò le forze
immense, le assimilò; allargò il suo regno e andò oltre sé stesso, senza
rinunciare alla propria forma. Come disse Eraclito, annunciò l’armonia tra gli
estremi: la sua luce assorbiva la notte, diventava notte, e poi trasformava
ogni cosa notturna nello splendore accecante e nella violenza dorata della
luce. Questa figura divina ebbe una profondissima influenza sulla letteratura
moderna. Sia Dostoevskij, sia Proust, sia Musil compresero che la misura nasce
dalla dismisura: che la vera luce comprende in sé stessa la profondità della
tenebra; e che solo chi ha compiuto il male, lo ha conosciuto sino in fondo e
l’ha espiato, può liberare gli altri esseri umani dal male dove abitano
durevolmente. Ermes amava le cose nascoste e segrete. Appena le lunghe ombre
cadevano sulla terra, le strade erano vuote e deserte, il sonno possedeva gli
dèi e gli uomini e nemmeno i cani alzavano la voce, passava silenzioso e
invisibile come la nebbia e la brezza d’autunno. Portava con sé i sogni: con un
gesto magico, chiudeva e apriva gli occhi degli uomini; e accompagnava le anime
dei morti. Era un’oscurità insidiosa, onnipresente e quieta. Ma conosceva anche
la luce. Era nato all’aurora, quando il cielo cominciava a tingersi di rosa. La
sua luce era la vampa che brillò mentre inventava il fuoco. Era, sopratutto, lo
sguardo: una fiamma mobile, rapida e vivace, un lampo che scintillava
acutamente e vedeva lontano, in modo penetrantissimo, sebbene non possedesse lo
splendore accecante di Apollo. Appena emanava luce, Ermes doveva nasconderla:
celava i pensieri, abbassava le palpebre, gettava sguardi obliqui e
inafferrabili. Così irradiava nel giorno lo stesso brillio insidioso ed astuto,
sfuggente ed ironico, che si celava nel cuore delle notti ermetiche. Ermes era
un polytropos: la sua scienza era la polytropia; un dono che si riceve
nascendo, e che lui solo poteva insegnare. Così la sua mente aveva molte forme,
pieghe ed aspetti: si volgeva sempre sinuosa da tutte le parti: era flessibile;
e si trasformava incessantemente come quella di un attore di genio. Se la
realtà era molteplice e casuale, lui diventava ancora più multiforme e casuale.
Secondo l’Inno ad Ermes, possedeva un altro dono. Aveva una mente «dai molti
colori diversi» : variegata: come è variegata, secondo Omero, la pelle maculata
della pantera o del cerbiatto: un carro da guerra: delle armi: una corazza: o
uno scudo: o un peplo ricamato; o una tappezzeria — oggetti artigiani, che
mandano un gioco ondeggiante e cangiante di riflessi. Una divinità così
multiforme e colorata esercitava un fortissimo potere di fascinazione. Era il
signore del thelgein: una parola che connotava la forza dell’incantesimo in
tutti i suoi aspetti. All’origine, significava probabilmente il potere di
ammaliare con lo sguardo; e certo chi poteva resistere allo sguardo intenso,
ironico e tortuoso di Ermes? Poi il significato si allargò: esisteva il potere
dei racconti di Ulisse, che i Feaci ascoltano in un silenzio profondissimo:
quello dei canti delle Sirene, che conduce alla morte: quello delle parole di
Calipso, che cerca di sedurre Ulisse: la magia di Circe, che trasforma i
compagni di Ulisse in maiali; l’incantesimo erotico di Afrodite. Il risultato
di quest’arte era sempre lo stesso. Chi veniva incantato, perdeva il controllo
di sé: posseduto, stregato, costretto al silenzio: dimenticava la sua vita
passata; era ridotto a una cosa o alla morte. A poco a poco, insinuandosi e
avvolgendosi da tutte le parti, Ermes diventò il dio dei rapporti, che
avvicinava fra loro ogni aspetto dell’universo. Intrecciò amicizie, accostò
lontananze, intessé affinità: sempre pronto a stabilire analogie tra cose
lontane; e divenne la chiave del tutto. Accompagna le anime dei morti all’Ade:
accompagnava le anime di coloro che tornavano dall’Ade: sorvegliava le
frontiere, i crocicchi, le porte della città e della casa; scortava gli uomini
tra i pericoli della notte. Era il dio del viaggio, del commercio, del
linguaggio, della memoria, del mistero, dell’astronomia, della ricerca,
dell’interpretazione, della traduzione, dell’etimologia, della critica
letteraria... Zeus lo nominò suo messaggero. Tutto il mondo diventò, grazie
alle sue rapide ali, un intreccio di relazioni: tutte le cose risuonavano l’una
nell’altra; ed egli si affrettava a interpretare ognuna di esse e la mobile
rete che le avvolgeva. Aveva un tempio solenne e ricchissimo, dove una folla di
fedeli — i ladri e i mercanti, i bugiardi, i ciurmatori, i critici, i filosofi
stoici e neoplatonici, i Padri della Chiesa, gli umanisti e gli alchimisti -si
raccoglievano a venerare il supremo sapiente, il signore delle cose segrete, il
nascosto precursore di Cristo. Più che Apollo, Ermes fu il dio che protesse la
letteratura del ventesimo secolo. Non posso che fare nomi: Yeats, Kavafis,
Pessoa, Valéry, Walser, Kafka, Musil, Nabokov, Cioran, Caproni, Dylan Thomas,
Kundera, Calvino, Perec, persino (nella Montagna magica) Thomas Mann. Essi
derivarono tutti i loro doni da Ermes: la molteplicità delle forme: la
molteplicità delle strade: la mente variegata: il gioco: l’invenzione: la
mistificazione: l’inganno: il viaggio: l’arte dei rapporti; e, sopratutto,
quella della fascinazione, che attraeva la mente profonda dei lettori. Un
ultimo, giovane erede di Ermes, Paolo Lagazzi, ha appena pubblicato un piccolo
libro: Nessuna telefonata sfugge al cielo (Aragno, pp. 135, e l2). È un libro
per lettori maturi che finge di essere scritto per bambini; e un libro per
bambini che si rivolge agli adulti. Ermes è onnipresente: sopratutto come
ladro, istrione, mistificatore, bugiardo, giocoliere. Credo che tutti ne
ameranno l’eleganza. Non so cosa accadrà agli dèi greci, e specialmente ad
Apollo ed Ermes, nel ventunesimo secolo. Da vent’anni sembrano nascosti. Quasi
sempre gli scrittori li ignorano; ed essi sono stranamente spaesati, come se
non riconoscessero il paesaggio dei nostri tempi. Forse, sebbene mi sembri
impossibile, verranno dimenticati. Forse gli scrittori non hanno più la forza
mentale necessaria per rispondere alle loro terribili esigenze. O, forse, la
letteratura moderna, della quale essi sono stati signori, è finita qualche anno
fa, con Nabokov e Calvino. Tranne pochi casi, quella che noi leggiamo oggi non
è letteratura: o è vecchia, noiosa, senza giochi, misteri e invenzioni.
Corriere della Sera 17.7.11

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