Genitori e padrini della rinascita nucleare italiana
Un ritorno dell'Italia al nucleare è opportuno e perseguibile?
Rimasta orfana del padre, l’ex-ministro Claudio Scajola, la
gestazione della rinascita nucleare italiana potrebbe
risultare in un aborto spontaneo anziché in un parto trionfale. Nelle more
della complicata vicenda della nomina del nuovo titolare del dicastero dello
Sviluppo economico, i rischi sono venuti fin dal primo tassello dell’intera
costruzione del progetto, quello dell’approntamento del sistema
regolatorio che dovrebbe governare il nucleare nostrano.
In soccorso è però arrivata colei che non ha mai nascosto l'ambizione di
diventare la madre della rinascita nucleare, ovvero il ministro dell’Ambiente
Stefania Prestigiacomo. In assenza del padre, l’attivismo di madre l’ha portata
in questi ultimi giorni a un passo dal risolvere uno dei più difficili italici
nodi, quello dei nomi e delle poltrone. Con notevole intuito politico, avrebbe
proposto di attribuire la presidenza dell’Agenzia per la sicurezza nucleare al
professor Umberto Veronesi, il quale non disdegnerebbe,
sempreché tale funzione non gli sottraesse tempo alla cura dei suoi malati. (1)
UNA SOLUZIONE PER I NOSTRI PROBLEMI?
La proposta sembra di tipo “win-win”, dal momento che il candidato è senatore del Pd – e soluzioni bi-partisan sono tanto rare quanto benvenute, almeno per il governo – nonché convinto sostenitore del ritorno al nucleare. Veronesi è infatti il primo firmatario, assieme a una settantina di personalità del mondo scientifico, politico e giornalistico, tra cui Margherita Hack, Giorgio Salvini e Carlo Bernardini, di un appello al segretario del Pd Pier Luigi Bersani per sollecitarlo a un pronunciamento netto a favore del ritorno dell’Italia al nucleare. (2)
Anche se il Pd sembra aver preso una posizione di segno
opposto, l’appello non ha mancato di suscitare un dibattito intenso, con botte
e risposte, segnatamente sul quotidiano che per primo aveva pubblicato
l’appello. (3)
A noi pare che nel dibattito e nelle relative prese di posizione si siano fin
dall’inizio e costantemente sovrapposti due piani: se o meno il nucleare – in
generale e in Italia – sia bene per sé e se o meno il nucleare
– in Italia – sia oggi opportuno e perseguibile. Non vogliamo
entrare nel merito del primo aspetto, soprattutto per ragioni di spazio, ma
crediamo utile fare qualche breve valutazione sul secondo.
I principali problemi che affliggono l’Italia sono essenzialmente tre: 1)
elevate ed eccessive emissioni di gas clima-alteranti generate
dall’uso preponderante di energia di fonte fossile, 2) l’elevatissima dipendenza
dalle fonti energetiche d’importazione, 3) l’elevato costo
dell’energia, elettrica, in particolare, per famiglie e imprese rispetto agli
altri paesi europei.
L’Unione Europea nella sua collegialità si è data obiettivi vincolanti per
risolvere i primi due problemi con “pacchetto 20-20” (riduzione delle emissioni
ed aumento della produzione di energia da fonti rinnovabili), mentre sul terzo
fronte si procede molto più lentamente verso la costituzione di un mercato
unico dell’energia (elettrica e del gas). Lo sforzo è davvero notevole: per
produrre, distribuire e consumare energia, infatti, sono necessarie importanti
infrastrutture e tecnologie, la cui introduzione, diffusione e realizzazione
richiede ingenti risorse di tempo e denaro.
Qual è il ruolo dell’energia nucleare in questo quadro? Produrre elettricità
con il nucleare genera emissioni (quasi) nulle. Dal momento che la materia
prima – comunque importata – conta molto poco, tale produzione consente poi di
risparmiare notevoli quantitativi di gas naturale che l’Italia importa via tubo
dall’est russo e dal sud algerino-libico (v. figura 1). (4)
Quanto al costo dell’energia, la questione è più controversa. Ciò che è
corretto affermare è che il kilowattora prodotto da nucleare costa meno di ogni
altra fonte (vedi tabella 1). Se ciò si traduca in una bolletta più leggera per
i consumatori dipende poi dagli oneri, propri e impropri, che gravano o
graverebbero su di essa, dalla fiscalità e in senso lato dall’assetto
regolatorio e competitivo del mercato.
LA QUESTIONE DEI TEMPI
Tutto ciò premesso, gli argomenti avanzati dall’appello
riflettono un ragionamento sulla situazione a regime,
prescindendo totalmente dalle condizioni di partenza, dai tempi necessari e da
quelli previsti per raggiungere obiettivi vincolanti e dai costi delle diverse
opzioni. Il punto è che non si può prescindere dalla constatazione che siamo
all’inizio di una transizione epocale verso economie a basso tenore di
carbonio. Da questo punto di vista i tempi contano. La transizione
si è poi data delle tappe intermedie di verifica dello stato di avanzamento che
si traducono in vincoli. Da questo punto di vista i costi contano.
Gli economisti, praticamente assenti tra i firmatari dell'appello, sono usi a
ragionare di costi e benefici e di scelte in presenza e in assenza di vincoli.
Bisogna allora dire chiaramente che il nucleare – per i suoi tempi di
realizzazione – è una non-opzione rispetto agli obblighi del
pacchetto europeo. In questo caso, le misure di risparmio e di efficienza
energetica e l’energia rinnovabile sono le sole opzioni perseguibili. L’Enea
calcola che l’obbligo italiano sarà soddisfatto per il 68 per cento da quelle
misure e assegna alle tecnologie low carbon (comprendenti il nucleare)
un 8,7 per cento. La Iea,
l’Agenzia internazionale dell’energia, nella sua analisi più recente assegna un
contributo del nucleare alla stabilizzazione globale delle concentrazioni di
gas-serra al 2050 per il 6 per cento, alle rinnovabili per il 17 per cento e
per il 48 per cento a misure di risparmio, razionalizzazione ed efficienza
energetica (v. figura 3). (5)
La storia, si dirà, non finisce nel 2020 e neppure nel 2050. Questo è
sicuramente vero, ma la situazione in cui ci troveremo allora dipenderà in modo
cruciale dalle scelte fatte a partire da adesso. Ed è qui che i tempi
entrano in ballo. Un impianto nucleare in Italia richiede ingentissimi
investimenti, la costituzione di un assetto regolatorio ex-novo, una vita
operativa di venticinque-trenta anni dall’accensione del reattore, spesso
prolungata per legge a cinquanta, quando i tempi di costruzione sono
rispettati. Tutto ciò senza entrare nel merito del problema delle scorie
radioattive (cui la lettera dedica appena una riga) e del decommissioning.
Sul lato dei costi, le curve di costo di abbattimento prodotte dalla Iea, da
McKinsey e dall’Enea illustrano che le opzioni che andrebbero perseguite per
prime, in quanto capaci di produrre addirittura risparmi, sono le misure di efficienza
energetica seguite da alcune fonti rinnovabili, prima di arrivare al
nucleare. Per dirla con le parole utilizzate dalla Iea in uno dei documenti preparatori
del G8 Ambiente di Siracusa, le misure di risparmio ed efficienza energetica
sono in grado di produrre le più ampie ed economiche riduzioni di emissioni di
CO2. Non solo, ma possono essere messe in atto rapidamente e, in tempi di
crisi, sono in grado di produrre più benefici per l’occupazione di ogni altra
categoria di tecnologia energetica. E ancora: quelle misure permettono di
spostare in là nel tempo la necessità di ampliare la capacità produttiva di
energia accelerando così la maturazione di nuove tecnologie low-carbon.
Vale infine la pena di aggiungere che il fabbisogno elettrico può essere
soddisfatto anche in maniera crescente con l’importazione di energia
d’Oltralpe. In un’ottica europea, con un mercato davvero integrato da una più
estesa interconnessione delle reti e da un diminuito potere di blocco dei
cosiddetti campioni nazionali, ciò è non solo possibile ma desiderabile. Perché
si insiste sul fatto che l’Italia è l’unico paese del G8 a non avere il
nucleare? L’autarchia o l’autosufficienza è una categoria del
pensiero economico caduta in disuso, tranne che in campo energetico. Il
nucleare va bene, ma è forse preferibile potenziarlo in Europa
là dove già c’è, mentre in altri paesi come l’Italia l’avanzamento tecnologico
– che non è esclusiva della tecnologia nucleare a fissione – con i suoi
benefici si può ottenere sviluppando altre opzioni.
Non si tratta di avversione preconcetta, quanto di scetticismo realista. Il
punto non è se il nucleare è buono o cattivo. Il punto è se il nucleare è la
priorità dell’Italia oggi.
(1)“Veronesi va verso la presidenza
dell’Agenzia per l’energia nucleare”, Corriere della Sera, 7 luglio
2010.
(2)“Un Pd nucleare”, Il Riformista 11
maggio 2010.
(3)Pier Luigi Bersani ha risposto alle agenzie di stampa: «Il
nostro no alla proposta del governo sul nucleare non ha assolutamente niente di
ideologico. Noi contestiamo le velleità di un piano che non si occupa di alcuni
argomenti centrali come la dipendenza tecnologica, le condizioni di sicurezza,
la gestione degli esiti del vecchio nucleare, il decomissioning, le scorie, che
mette le procedure di delocalizzazione su un binario complicato e assolutamente
incerto e non affronta in maniera adeguata il problema dei costi».
(4)In base ai dati per il 2006 pubblicati
dal Rapporto energia e ambiente per il 2008 dall’Enea il 41 per cento dei
consumi di energia primaria riguarda il petrolio che è utilizzato nei trasporti
e nell’industria, e non per la produzione di elettricità. Ciò significa che il
nucleare potrebbe in linea teorica coprire al massimo il 49 per cento dei
nostri consumi di energia primaria (escludendo le rinnovabili). Quanto alla
dipendenza energetica, l’Italia nel 2008 era caratterizzata da un indice pari
all’85,6 per cento, che il nucleare consentirebbe di abbassare
significativamente, ancora una volta con l’eccezione del petrolio che
importiamo in misura pari al 93 per cento del totale prodotto. Quanto alle
emissioni di gas-serra, infine, quelle riferite ai consumi di energia
costituivano nel 2006 l’83 per cento del totale.
(5)Carlo Manna, “Piano
d’azione per l’efficienza energetica al 2020”, Enea 30 ottobre 2009.
Tabella 1: Levelized Costs dell’elettricità (LCOE) da nucleare, carbone, gas,
carbone ed eolico on-shore – Paesi Europei
|
Fonte energetica |
Tasso di sconto 5% |
Tasso di sconto 10% |
|
Nucleare |
62 |
105 |
|
Carbone |
81 |
101 |
|
Gas |
89 |
98 |
|
Eolico on-shore |
108 |
151 |
Fonte: IEA-NEA, “Projected Costs of Generating Electricity”, 201 edition, Paris.
Note: (1) dollari per megawattora, (2) valori mediani, (3) levelized unit average lifetime cost approach. L’approccio per la prima volta incorpora l’ipotesi di un prezzo del carbonio pari a 30 dollari per tonnellata di CO2 emessa.
Figura 1: Domanda di energia primaria per fonte
Fonte: ENEA, Rapporto Energia e Ambiente 2008, Roma luglio 2009
Figura 2: Riduzione delle emissioni di CO2 per tecnologia nello scenario BLUE Map

Fonte: IEA, “Energy Technology Perspectives 2010”, 201 edition, Paris.
Note: Nello scenario BLUE Map le emissioni sono ridotte alla metà di quelle del 2005.
http://www.lavoce.info 14.07.2010

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