Gas: e chi tutela il consumatore?
La tensione tra grande venditore e grandi consumatori si scarica su una riduzione della concorrenza, che finirà sui prezzi di chi non è protetto
A dieci anni dalla liberalizzazione (decreto Letta), il governo sta introducendo una nuova riforma del mercato del gas. Sul tavolo c’è in primo luogo la questione dei “tetti antitrust”, nell’approvvigionamento e nella vendita, introdotti dal Letta allo scopo di limitare la quota di mercato di Eni fino al 2010. Si pone ora la questione se rinnovare i tetti oppure lasciarli cadere, confidando su altri meccanismi per lo sviluppo della concorrenza in un mercato rimasto sinora piuttosto asfittico.
L'IDEA DEL GOVERNO
Il governo, almeno sulla base di una proposta che ha cominciato a circolare,
sembra intenzionato a non rinnovare i tetti antitrust per intervenire invece
sulle capacità di “stoccaggio”, al fine di espandere la
possibilità di accumulare gas nei periodi in cui il prezzo è basso (estate) per
usarlo quando sia il prezzo che la domanda sono elevati (inverno). Di fatto,
sinora solo Eni ha potuto beneficiare su larga scala della “flessibilità” nel
commercio di gas e grazie al suo potere di mercato ha potuto trattenere per sé
i benefici a titolo di extra-profitto. L’idea del governo
sembra essere quella di rimuovere i tetti antitrust (Eni potrà quindi aumentare
le vendite) e coinvolgere direttamente i grandi consumatori industriali negli
investimenti in nuova capacità di stoccaggio, dando loro titolo a partecipare
immediatamente alla spartizione della rendita legata alla
differenza tra prezzi invernali e prezzi estivi.
Si tratta di un provvedimento che desta molte perplessità. È pur vero che i
“tetti antitrust” non hanno contribuito granché allo sviluppo della
concorrenza, visto che Eni ha sempre controllato (quasi) tutte le importazioni
facendo leva sulla proprietà dei gasdotti di transito.
Tuttavia, recentemente la
Commissione europea aveva imposto a Eni la dismissione di
alcuni di questi asset, creando i presupposti per un pluralismo sostanziale nel
commercio estero di gas. La rimozione successiva dei tetti che effetto avrà sul
pluralismo dell’offerta?
Quali saranno poi le infrastrutture di stoccaggio del gas che saranno
sviluppate con la partecipazione dei grandi clienti industriali? La proposta
che circola parla di “operatori di stoccaggio esistenti”, quindi in larga
misura Stogit (ovvero Eni) e marginalmente Edison,
visto che le altre concessioni di stoccaggio non hanno nemmeno completato
l’iter autorizzativo. Lo sviluppo su larga scala delle concessioni di Stogit
con questo nuovo meccanismo rischierebbe di soffocare sul nascere la
concorrenza nello stoccaggio. È vero che Eni in quanto venditore dovrebbe
spartire con i grandi clienti industriali lo spread inverno-estate, ma
conserverebbe comunque il controllo della “flessibilità” preservando il monopolio
dello stoccaggio, assicurandosi per di più la priorità nel soddisfare la
domanda di stoccaggio per usi industriali.
BENEFICI OGGI, INVESTIMENTI DOMANI
Uno degli aspetti più dubbi è che lo sviluppo dello stoccaggio non sarebbe
lasciato al “mercato”, ma riservato ai grandi clienti industriali (dal lato
della domanda) e a Eni (dal lato dell’offerta). Perché? L’idea è che dobbiamo
aiutare le imprese a recuperare competitività e, visto che la
concorrenza nel mercato del gas per ora resta una chimera, un modo fantasioso
per abbassare il prezzo finale negli usi industriali è quello di far
partecipare le imprese alla rendita di Eni. Il fatto che questo possa
configurarsi come aiuto di stato è quasi ovvio, ma è anche il problema minore.
Infatti non si vede in base a quale principio queste attività debbano essere
riservate ad alcuni soggetti, in barba a una serie di direttive e di principi
comunitari improntati alla liberalizzazione.
Un altro problema è che, secondo questo progetto, le imprese che si
impegneranno a sviluppare nuovi investimenti cominceranno “da subito” a
beneficiarne, prima ancora che i siti diventino effettivi. Si tratta quindi di
chiarire la “coerenza temporale” fra il diritto (certo) a
quello che qualcuno chiama lo “stoccaggio virtuale”, che scatterebbe da subito,
e lo sviluppo (incerto) dei nuovi investimenti in futuro. Impostare un progetto
è facile, realizzarlo – soprattutto in Italia – è tutta un'altra storia. Ci
sono di mezzo la progettazione tecnica, il finanziamento, l'autorizzazione, e molto
altro ancora. Il primo rischio è che si proverebbe a fare tanti progetti salvo
poi realizzarne solo alcuni. Dopotutto, le concessioni relative ai nuovi siti
sono state rilasciate da tempo (dieci anni nel caso di Eni) ma gli impianti
quando entreranno in funzione? Èlegittimo pensare che chi oggi riceve denaro
pubblico regalatogli per migliorare la sua competitività sarà chiamato a
restituirlo domani? E cosa succede se poi l'investimento non si realizza, o si
realizza tra venti anni? Questi regali a fronte di impegni futuri lasciano
molto perplessi.
La domanda di stoccaggio legata agli usi industriali è sempre
rimasta strutturalmente insoddisfatta, impedendo ai concorrenti di Eni di
espandere la propria quota di mercato. Resta inoltre strutturalmente carente la
capacità del sistema di fronteggiare le punte invernali improvvise. Ma quale
sarebbe l’impatto sulla concorrenza di uno sviluppo dello stoccaggio che
sembrerebbe privilegiare ancora una volta l’operatore dominante? La proposta
del governo prevede di lasciare disponibile per il mercato parte della nuova
capacità di stoccaggio resa disponibile grazie alla partecipazione dei clienti
industriali. Ma questi residui riuscirebbero veramente a compensare il venire
meno dei tetti antitrust? Anche su questo aspetto i dubbi ci sembrano più che
legittimi.
CHI TUTELA I PICCOLI?
Infine, i piccoli consumatori non industriali. Chi li
tutela? Da un lato, verosimilmente, la concorrenza diminuirebbe perché si
rafforza la posizione del gruppo Eni a fronte di un po’ di capacità di
stoccaggio immessa sul mercato in un futuro non definito. Inoltre, le tariffe
di stoccaggio in scadenza prevedono comunque che gli incrementi di capacità
siano ripagati direttamente in tariffa. Fino a che punto le nuove tariffe
sconteranno la partecipazione agli investimenti dei grandi clienti industriali?
Emerge un vecchio sospetto, Gli industriali chiedono di recuperare
competitività e si assegna loro parte dello stoccaggio. Eni perde una parte po’
di rendita qui, ma viene compensato dalla scomparsa dei tetti antitrust. In
questo modo, la tensione tra grande venditore e grandi consumatori si scarica
su una riduzione della concorrenza, che finirà sui prezzi di
chi non è protetto. Sembra quasi profilarsi un sussidio incrociato che abbassa
il prezzo alle industrie aumentando il prezzo ai piccoli consumatori, quasi una
“anti-Robin tax”: togliamo ai piccoli per dare ai grandi. Spesso su queste cose
le autorità intervengono, e anche i tecnici del ministero dell’Economia non
tacciono. È lecito sperarlo anche questa volta…
http://www.lavoce.info 19.04.2010

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