Fermare l' Iran senza timori
Quando l' Iran disporrà della tecnologia nucleare necessaria, allora sarà troppo tardi per impedirgli di usarla.
Tutti gli interessanti sviluppi della politica mondiale finiscono oggi inevitabilmente per soffermarsi sull' Iran. Le ragioni sono geografiche, prima ancora che politiche. La grande Repubblica Islamica si estende, infatti, territorialmente per 1.600 km² al confine tra l' area asiatica e quella araba, in un luogo strategico sia per il commercio e sia per gli spostamenti.
Si tratta non solo di diritto, ma anche di fatto dell' antica Persia, ribattezzata nel 1935 da Reza Pahlavi come "terra degli Ariani". Un Paese, dunque, di grande tradizione culturale e di prestigiosa influenza nel mondo mediorientale. Oggi l' Iran è divenuto lo Stato canaglia più temuto,a seguito della Rivoluzione islamica del 1979 che ha portato al vertice del potere la figura del Rahbar, ossia della Guida suprema. Dal 1989 è l' Ayatollah Khamenei che, secondo la Costituzione iraniana, ha il compito di approvare il candidato presidenziale eletto a suffragio universale. L' attuale capo dello Stato, Mahmud Ahmadinejad, dal momento della sua elezione nel 2005 ha interpretato a pieno una politica d' integrale fedeltà alle finalità ultime della rivoluzione Komeinista, in chiave estremamente aggressiva sia verso gli Stati Uniti sia verso il vicino Stato d' Israele.
Com' è noto le recenti preoccupazioni della comunità internazionale sono relative alle ricerche in ambito nucleare. Soltanto pochi giorni fa il capo dell' Organizzazione iraniana per l' energia atomica, Ali Akbar Salechi, ha dichiarato la costruzione nei prossimi mesi di nuovi siti per l' arricchimento dell' uranio. Questi si aggiungeranno a quello di Natanz già a disposizione del Paese. L' obiettivo dichiarato è di ottenere dei risultati importanti per la medicina. Per gli esperti appare fortunatamente difficile la realizzazione di questo programma.
I rischi che queste ricerche applicate sul nucleare siano fatte per scopi militari non sono soltanto una certezza maturata in seno all' Agenzia internazionale per l' energia atomica, ma dei sospetti concreti che derivano direttamente dalla politica di Ahmadinejad. Il leader iraniano già in campagna elettorale, e poi con ricorrenza pressoché costante in seguito, non soltanto ha ribadito la sua totale ostilità verso Stati Uniti e Israele, ma anche la sua opposizione alle politiche moderate dei Paesi islamici confinanti. È solo di qualche giorno fa la dichiarazione governativa che l' Arabia Saudita "sacrifica la cooperazione islamica in favore dell' avventurismo".
D' altronde, i due grandi Paesi musulmani hanno da sempre avuto una divergenza politica proprio in relazione all' Occidente e alla presenza degli americani in Medioriente. Il fatto più grave, tuttavia, non è tanto la linea politica antiamericana dell' Iran, quanto piuttosto l' esplicito intento di utilizzare il nucleare bellico come mezzo militare, un ricorso estremo da sempre paventato da Ahmadinejad con l' aggressività verbale da tutti conosciuta. Da quanto emerge dopo l' ultimo viaggio di Hillary Clinton nel regno saudita, sembra che per ora gli Stati Uniti non sarebbero assolutamente propensi ad un intervento militare di liberazione del Paese, come avvenuto in Irak, nonostante le durissime e disumane rappresaglie del Governo iraniano verso le opposizioni, accompagnate a continue violazioni dei diritti umani più elementari.
Resta aperta, ciò nonostante, l' ipotesi di interventi mirati a distruggere i possibili laboratori dove avvengono gli arricchimenti dell' uranio. La situazione, dunque, è instabile anche se in una condizione di stallo, almeno per adesso. Una seria valutazione del caso Iran richiede un discorso generale sulle cosiddette armi di distruzione di massa, vincolate dal protocollo internazionale per la non proliferazione. Molti sono, in realtà, i Paesi che non vi aderiscono, tra cui anche il Pakistan e Israele. E non per questo si nutrono le medesime valide preoccupazioni che si hanno per l' Iran. Come ben sappiamo, dopo tanti decenni dominati durante la Guerra Fredda dalla produzione di armamenti nucleari, non sempre il possesso di armi così micidiali si accompagna direttamente al pericolo immediato per la sicurezza.
Quasi mai queste bombe sono costruite per usarle. Anzi, la strategia degli Stati Uniti e dell' Unione Sovietica è stata alla fine sempre quella di impiegare il nucleare solo come deterrente, rendendo il mondo sicuro sulla base di un tacito accordo trai due blocchi. La strategia del Pentagono era paradossalmente quella di impiegare il nucleare bellico unicamente per mantenere la pace, una linea politica condivisa da uomini di orientamento culturale così diverso come Robert McNamara e Henry Kissinger.
I rischi sono divenuti effettivi, in taluni casi, quando le finalità non sono state più la difesa e l' equilibrio di forza stabilito con la controparte, ma la sconfitta e la distruzione definitiva del nemico. Per fortuna non si è mai arrivati ad un esito tanto estremo e catastrofico.
Il problema si ripropone in molti modi pure nell' era post-atomica. Ancora una volta, il problema non sono le armi nucleari come tali. A Sarajevo tra il ' 93 e il ' 95 si è consumato un eccidio di massa fatto con armi addirittura primitive, come gli stupri etnici e le fosse comuni. E in Irak la guerra è stata condotta dagli eserciti angloamericani, sebbene Saddam Hussein non fosse realmente una minaccia nucleare per nessuno.
Non c' è stato bisogno in quel caso del nucleare per uccidere sistematicamente altre persone, come non c' era bisogno neanche in passato. È logico, invece, che laddove esista una finalità politica di eliminare materialmente qualcun altro, ogni strumento, anche il più convenzionale, diviene mezzo di morte. Come farlo è veramente secondario.
Un uomo può uccidere anche solo con le proprie mani nude. L' esplicito intento violento e minatorio di Ahmadinejad non lascia margini in questo momento sulle finalità repressive ed aggressive dell' Iran. E, in tal senso, forse converrebbe mettere da parte un po' la tattica e l' ipocrisia. Se il regime iraniano è pericoloso, perché esplicitamente prospetta una politica priva di qualsiasi rispetto della dignità altrui, allora non c' è bisogno di attendere il possesso di uno specifico arsenale militare per bandirlo. E neanche prepararsi ad una guerra che risponda ad altre motivazioni interne. La giustificazione nucleare è in sé una linea sbagliata, perché gli approvvigionamenti non convenzionali li hanno già molti altri Paesi civili che ne legittimano il possesso per tutti. E quando l' Iran disporrà della tecnologia necessaria, allora sarà troppo tardi per impedirgli di usarla. La Comunità internazionale dovrebbe, per contro, attivarsi subito e senza remore a togliere di mezzo diplomaticamente la radice politica della minaccia iraniana. Oppure ammettere che è impossibile farlo. Evitando, in ogni caso, di compiere a propria volta eccidi di massa tra la popolazione. Pur senza l' utilizzo estremo del nucleare.
http://www.repubblica.it 02 marzo 2010

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