Federalismo e separatismo
Federalismo possibile, a tre condizioni.
Rifare l´Italia era il titolo di un celebre discorso pronunciato alla Camera
da Filippo Turati il 26 giugno del 1926. Le circostanze sono radicalmente
altre. Ma forse quel titolo ha riacquistato tutta la sua attualità.
Per quel che sta succedendo l´unificazione italiana rischia di essere
celebrata, tra qualche anno, non nel segno di una conferma ma sotto l´incubo di
una minaccia. Mai come di questi tempi le sorti delle due parti di cui si
compone il paese sono sembrate più lontane. Mai esso è sembrato così
pericolosamente lungo.
E così insidiato dal rischio di una decomposizione
territoriale: una condizione nella quale il Nord somigli, come diceva un grande
storico italiano, Adolfo Omodeo, a un Belgio grasso, e il Sud a una colonia
mafiosa.
Non soltanto appare incerto il futuro del Paese, tanto che ieri il presidente
Napolitano ha dovuto ricordare quale sciagura, quale "salto nel
vuoto" sarebbe una secessione. Ma è anche sottoposto a revisione il
passato della nazione. «Si vedono emergere giudizi sommari e pregiudizi volgari
- ha detto il capo dello Stato in un recente discorso - su quel che fu nell´800
il formarsi dell´Italia come Stato unitario, e bilanci approssimativi e
tendenziosi di stampo liquidatorio, del lungo cammino percorso dopo il cruciale
17 marzo 1861. Bisogna reagire all´eco che suscitano, in sfere lontane da
quella degli studi più seri, i rumorosi detrattori dell´Unità d´Italia».
In questo clima, il richiamo al federalismo, così insistito da parte dell´attuale
maggioranza, rischia di tradursi nella rivendicazione di un separatismo
regionale, ove sia limitato all´aspetto dell´autonomia fiscale. Ciò che prevale
in questo federalismo separatista è la denuncia del peso che il Nord subisce
per trasferimenti di risorse al Sud, ingenti e malamente gestite: il cosiddetto
"sacco del Nord". Ora, che quei trasferimenti siano molto malamente
gestiti, è fuor di dubbio. Che ciò, però, giustifichi una loro drastica
riduzione sarebbe un gravissimo errore storico: sarebbe l´abbandono della
questione meridionale come aspetto cruciale dell´unità del paese, in nome di un
nordismo provinciale, miope sia rispetto al venir meno di un impulso che giova
a tutto il paese, sia rispetto alla minaccia che grava su tutto il paese, di
diventare un "Mezzogiorno d´Europa", centro nevralgico della grande
rete della criminalità mondiale.
Il federalismo non può e non deve essere inteso come separatismo, ma, secondo
l´originale ispirazione risorgimentale, quella dei Cattaneo dei Dorso dei
Salvemini, come un patto storico tra il Nord e il Sud, che saldi finalmente
l´Italia in una autentica unità nazionale.
In questo senso va intesa la proposta di una grande riforma federalista
unitaria, basata su due fondamentali innovazioni: l´istituzione delle
macroregioni e il patto nazionale tra di esse. Più un terzo elemento
essenziale.
La prima proposta muove dalla constatazione del fallimento dell´esperienza
regionalistica risoltasi in una frammentazione di governi e di burocrazie
locali, fortemente esposti alla dissipazione assistenzialistica e alla
pressione corruttrice. Elevare il livello dei grandi costituenti federalisti:
il Nord, comprensivo delle regioni settentrionali e centrali e il Sud, di
quelle meridionali e insulari. Ciò ridurrebbe drasticamente il peso degli
interessi locali e promuoverebbe la formazione di una classe politica non
provinciale, capace di rappresentare istanze generaliste.
La seconda individua lo scopo storico del federalismo unitario: quello di
realizzare finalmente l´unità della nazione sulla base di un patto di sviluppo
comune e comunemente gestito, che non pregiudica l´autonomia fiscale, ma la
finalizza a un interesse superiore. Strumento essenziale di questo patto, non
una Banca erogatrice, ma un Fondo di programmazione di un piano di risanamento
e di sviluppo. Risanamento, soprattutto delle aree urbane del Sud, la cui
degradazione sociale costituisce il vero e principale ostacolo alla vittoria
sulla criminalità mafiosa e allo sviluppo civile ed economico. Sviluppo, in chiave
europea, delle potenzialità economiche rappresentate dall´area mediterranea.
In questo quadro - ecco il terzo essenziale aspetto - avrebbe senso, sia la
posizione mediatrice di un "distretto" centrale, costituito da Roma e
dalla sua proiezione laziale; sia una riforma presidenzialistica che
assegnerebbe al capo dello Stato la responsabilità suprema di garantire, di
fronte alle due grandi componenti della costruzione federalista, gli scopi e
gli interessi superiori della nazione.
Sono ben consapevole dei rischi e della componente "utopistica" di
una proposta così sommariamente riassunta. Ma anche del rischio di gran lunga
più grave: quello della decomposizione territoriale dell´unità del paese che
l´attuale deriva comporta. E quanto all´utopia, penso che il fatto più grave, e
qui parlo soprattutto della sinistra, sia proprio la sua totale e deprimente
assenza.
http://www.repubblica.it 12 - 05 - 2010

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