Federalismo e contratti due scatole vuote
Maroni si vanta dei grandi risultati ottenuti con il pattugliamento dell'Esercito. Ma dove, ma quando, ma come? Per merito dell'Esercito? Ma chi l'ha visto, l'Esercito? La De Filippi in trasmissione. Forse.
Siamo ormai entrati in piena recessione economica e i nodi stanno
venendo al pettine tutti insieme, ma la vera ondata di piena arriverà tra marzo
e maggio come tutte le previsioni annunciano. Intanto non cessano e anzi
aumentano le turbolenze provenienti dalla crisi finanziaria e bancaria.
Si pensava e si sperava che questo secondo fronte si fosse placato, invece non
è così. Dopo la Banca
di Scozia la tempesta ha ripreso la sua virulenza sulle "majors"
americane: la Bank
of America, la
JpMorgan-Chase, la Citigroup.
L'industria automobilistica dal canto suo non si regge più
sulle sue gambe e interventi pubblici sono dovunque invocati e in molti paesi
hanno già avuto attuazione.
In questo quadro recessivo mondiale che ormai comprende anche la Cina e le altre potenze
emergenti, si stagliano per quanto riguarda l'Italia alcuni problemi specifici
con caratteristiche proprie ai quali il calendario politico ha impresso nei
giorni scorsi una forte accelerazione: il federalismo fiscale, la riforma
contrattuale, i provvedimenti anticrisi, la ricerca delle risorse necessarie
per farvi fronte e gli strumenti più appropriati da usare.
Di questi problemi intendo oggi occuparmi ma non voglio esimermi da un cenno
preliminare che riguarda le prime iniziative del nuovo presidente degli Stati
Uniti.
Ha preso tempo fino a febbraio per presentare un piano anticrisi di 825
miliardi di dollari cui seguiranno - ha annunciato - altri stanziamenti con
l'obiettivo di creare nuovi posti di lavoro e un consistente sostegno dei
redditi falcidiati dalla crisi. Nel frattempo ha marcato con provvedimenti
immediati una profonda discontinuità rispetto alla politica del suo
predecessore.
In politica estera ha messo al primo posto in agenda il tema
del Medio Oriente chiamando a raccolta i protagonisti: Israele, Palestinesi,
Paesi Arabi, Iran. Ha teso la mano all'Iran. Ha ribadito la lotta al terrorismo
e l'importanza del fronte afgano. Ha dato inizio alla procedura per il ritiro
delle truppe dall'Iraq.
Fin dal primo giorno ha abolito la tortura praticata in molte carceri speciali
gestite dalla Cia. In tema di diritti ha ripreso i finanziamenti per la ricerca
sulle cellule staminali ricavate dagli embrioni ed ha riconosciuto alle donne
la responsabilità primaria di decidere sul proprio aborto.
Barack Obama è profondamente religioso ma la sua fede non gli ha impedito di
iniziare una politica dei diritti profondamente laica. L'uomo di fede si
raccoglie spesso in preghiera nella sua chiesa, ma il presidente degli Stati
Uniti tutela i diritti fondamentali come prescrive la Costituzione del suo
Paese alla quale ha giurato fedeltà.
Ecco un esempio che ci viene da una grande democrazia e che ci auguriamo serva
da punto di riferimento per tutti.
La legge sul federalismo fiscale è stata approvata in Senato con il voto
compatto del centro-destra, l'astensione del centro-sinistra e il voto
contrario dell'Udc di Casini.
Bossi ha dato atto all'opposizione d'aver scelto un atteggiamento di saggezza
che ha reso possibile un passo avanti di una riforma che la Lega ritiene essenziale. I
commenti dei "media" hanno accolto con favore (e alcuni con
moltissimo favore) questa novità parlamentare definendola "storica" e
auspicando che possa estendersi ad altri temi sul tappeto a cominciare dalla
riforma della giustizia. Si è parlato addirittura di un asse Veltroni-Bossi con
ricadute importanti sul quadro politico italiano. E' stata notata una palese
irritazione di Berlusconi.
E' questa la realtà di quanto è accaduto? Oppure si tratta di una
rappresentazione che contiene alcuni elementi di verità ed altri di falsità? Un
elemento di verità riguarda i contatti tra il Partito democratico e la Lega. Sono stati
frequenti e hanno dato luogo ad una riscrittura di alcune parti importanti
della legge. Sulla valutazione delle differenze esistenti tra regioni povere e
regioni ricche in materia di evasione fiscale, di efficienza organizzativa e di
tempistica necessaria per rendere omogenei questi parametri.
Sull'istituzione di una Commissione che emetta i pareri richiesti per
l'emanazione dei regolamenti attuativi della legge-delega. Sulla necessità di
indicare i tributi propri delle Regioni e dei Comuni. Sulla parità dei diritti
riconosciuti agli utenti di pubblici servizi (sanità, giustizia, trasporti,
assistenza) sulla base di identici standard in tutto il territorio nazionale.
Il "modello lombardo" che inizialmente fu la posizione della Lega e
di tutto il centro-destra è stato abbandonato nel corso d'una trattativa durata
molti mesi i cui risultati finali sono maturati nel lavoro in commissione
parlamentare e infine approvati in aula.
Ma i risultati negativi non mancano e sono tutt'altro che marginali. Il primo
riguarda lo squilibrio di fondo tra il Nord e il Sud, che la riforma così come
è stata concepita aggraverà. Per limitare quest'aggravamento sarà inevitabile
procedere con due diverse velocità. Il Nord potrà attuare la normativa via via
che i regolamenti attuativi saranno emanati (con l'indispensabile accordo della
conferenza Stato-Regioni); il Sud chiederà più tempo e continuerà a pesare
sulla fiscalità generale.
Il secondo elemento negativo riguarda la completa assenza di stime circa il
costo immediato della riforma e il costo di quando sarà a regime. Il ministro
Tremonti, appositamente convocato in Parlamento per dare delucidazioni in
proposito, ha dichiarato che era impossibile indicare cifre: mancano studi e
criteri omogenei di valutazione. In queste condizioni nessuno può azzardare un
pronostico, sarebbe come giocare alla lotteria specie in una fase terremotata
dell'economia mondiale.
Tremonti ha indubbiamente ragione: il costo del federalismo fiscale così come è
configurato nella legge-delega che è un manifesto ideologico più che una legge
vera e propria, non è prevedibile. In realtà la legge-delega è uno scatolone
vuoto, un indirizzo politico, non ci sono misure attuative, non esiste una
carta delle autonomie locali che indichi chi fa che cosa; è aperta la questione
delle provincie e delle aree metropolitane; è apertissimo il rapporto tra
Regioni e Comuni; non è risolto il tema essenziale dei tributi propri.
In realtà questa non doveva essere una legge-delega ma semplicemente una legge
di indirizzo alla quale doveva seguire una legge-delega ancorata ad una
normativa concreta che sarebbe servita al Parlamento per controllare l'aderenza
dei decreti delegati alla normativa indicata. In mancanza di criteri si tratta
dunque di una delega in bianco, il classico caso del budino il cui gradimento
si può misurare soltanto quando sarà stato mangiato. Si può approvare una
riforma di questo tipo? Che di fatto instaura una "secessione
fiscale" della Padania dal resto del paese? Senza conoscerne gli effetti
sulle finanze dello Stato? Ha scritto Luca Ricolfi sulla "Stampa" che
la legge-delega dovrebbe almeno prevedere degli anticorpi, cioè impedire fin
d'ora sconfinamenti di deriva macro-economica riportando in capo allo Stato il
potere di modificare la legge quando i suoi esiti mettessero a repentaglio i
parametri di stabilità nazionali e internazionali. Ricolfi ha ragione, ma
questi anticorpi mancano purtroppo del tutto.
Dunque la legge-delega così come è uscita dall'aula del Senato a mio avviso non
può essere approvata dal centro - sinistra alla Camera se almeno quegli
anticorpi non saranno inseriti. Il voto al Senato ha avuto il pregio di
riconoscere i miglioramenti ottenuti e di dimostrare che il federalismo fiscale
è obiettivo condiviso. Ma qui dovrebbe finire la condivisione su una delega
impropria e non cifrata, priva di clausole di salvaguardia chiare e imperative.
Del resto l'astensione al Senato ha valore di voto contrario. La traduzione
letterale sulla base del regolamento della Camera è il voto negativo. I
"nordisti" del Pd fanno bene a voler competere con la Lega ma debbono farlo su un
terreno appropriato alla vocazione di un partito nazionale quale è e vuole
essere il Pd. Lo slogan di trattenere sul posto le entrate e destinarle alle
spese di quel posto è il mantello d'Arlecchino e non può essere una visione
nazionale del bene comune. Voglio sperare che i piemontesi, i lombardi, i
veneti del Partito democratico non dimentichino la storia del nostro paese e il
contenuto che i loro avi dettero alla sua unità.
Nella stessa settimana del voto al Senato sul federalismo fiscale il governo
aveva convocato le parti sociali e le Regioni per discutere le misure
anticrisi.
Questo e solo questo era l'ordine del giorno per il meeting a Palazzo Chigi di
venerdì 23 gennaio.
La discussione è durata pochi minuti. Infatti le misure anticrisi ruotavano
soprattutto sul finanziamento degli ammortizzatori sociali (cioè sulla Cassa
integrazione e altri analoghi istituti) che Tremonti vuole effettuare
"senza oneri per il bilancio". Il solo modo per realizzare
quell'obiettivo è di cercare i soldi necessari fuori dal bilancio, ma dove?
Togliendoli alle Regioni e agli impieghi da esse previsti. Il "tesoretto"
desiderato da Tremonti per finanziare gli ammortizzatori ammonta a 8 miliardi
di euro da prelevare a carico dei fondi europei erogati alle Regioni per far
fronte alla formazione dei lavoratori, che è un'altra forma di sostegno del
reddito e di preparazione professionale.
Le Regioni presenti al meeting di venerdì hanno obiettato al ministro
dell'Economia che non avrebbero accolto le sue richieste se prima egli non
avesse indicato quali erano le risorse che lo Stato metterà sul tavolo da parte
sua e tutto è stato rinviato a giovedì prossimo.
A questo punto Epifani si è alzato ritenendo che la riunione fosse terminata ma
ha constatato con stupore che tutti gli altri rappresentanti delle parti
sociali (sindacati, commercianti, banchieri, cooperative, Confindustria)
restavano seduti. Ha chiesto se c'erano altre questioni da esaminare.
"Visto che siamo qui tutti" ha risposto Gianni Letta
"utilizziamo l'incontro per discutere la riforma contrattuale".
La signora Marcegaglia a quel punto ha distribuito un documento sulla
contrattazione privata e il ministro Brunetta ha distribuito un altro documento
sulla contrattazione del pubblico impiego. Epifani ha chiesto 24 ore di tempo
per l'esame dei due testi, preliminare alla discussione che ne sarebbe seguita.
Silenzio assoluto. "Debbo dedurre che i testi non sono emendabili?",
ha domandato il segretario della Cgil. Ancora silenzio. A questo punto Epifani
ha preso la via dell'uscio senza che alcuno lo trattenesse.
Mi spiace di non aver letto questo racconto sui giornali di ieri, eppure esso
fa parte integrante dello "storico" incontro sulla riforma dei
contratti ed è - diciamolo - abbastanza stupefacente.
Ma andiamo al merito di questa riforma che il maggior sindacato italiano non ha
firmato.
E' vero che essa diminuisce l'importanza del contratto nazionale e rivaluta il
contratto di secondo livello agganciandolo alla produttività. Ed è vero (come
ha ricordato Enrico Letta sul "Corriere della Sera" di ieri) che
questa rivalutazione é suggerita dalle mutazioni dell'economia post-industriale
ed era già stata proposta dal governo Prodi. Quante buone cose aveva avviato il
governo Prodi, vengono fuori un po' per volta e una ogni giorno; alla fine i
suoi truci nemici di ieri gli faranno costruire un monumento in vita, magari a
cavallo della sua bicicletta.
Basta. E' anche vero che la riforma prevede un'inflazione al tasso adottato
dalla contabilità dell'Eurostat al netto delle importazioni di beni energetici.
Questo punto di riferimento è probabilmente migliore dell'inflazione
programmata usata finora nei contratti. Ma qui cessano le virtù della riforma.
Vediamone i difetti.
1. Riformare i contratti e agganciarli alla produttività in una fase di
recessione, licenziamenti, diminuzione produttiva è come costruire caloriferi
all'Equatore e frigoriferi ai Poli. Ma, si obietta, almeno la riforma sarà già
pronta quando la crescita riprenderà.
2. L'accordo firmato venerdì non è un vero accordo sindacale e infatti si
chiama "linee guida". Documento di indirizzo. Dopo la sua approvazione
saranno discusse le linee guida di area e infine si arriverà ai contratti
nazionali di categoria veri e propri. Diciamo che la costruzione è alquanto
barocca, le linee guida sono più o meno un altro scatolone come la legge delega
sul federalismo. Ma da dove viene l'urgenza?
3. L'urgenza viene dal fatto che Confindustria e sindacati (assente la Cgil) avevano stabilito il
valore del "punto" retributivo al quale applicare il tasso
d'inflazione Eurostat per determinare l'ammontare dei contratti di categoria.
Il valore di quel "punto" è inferiore a quello attualmente vigente e
sul quale sono stati costruiti i contratti fino a questo momento: inferiore di
un 15 per cento nella migliore delle ipotesi. Non so se Enrico Letta fosse al
corrente di questo piccolo dettaglio. Forse non guarderebbe con tanto ottimismo
all'accordo di venerdì scorso.
In sostanza l'operazione prevede una piattaforma al ribasso dei contratti
nazionali, da recuperare nei contratti di secondo livello che saranno stipulati
azienda per azienda, con esplicita esclusione di contratti di
"filiera" riguardanti aziende di analoga struttura e produzione.
Poiché il 95 per cento delle imprese italiane sono di piccolissime dimensioni,
ciò significa che per una moltitudine di lavoratori il contratto di secondo
livello non ci sarà mentre il contratto nazionale di base partirà con una
decurtazione notevole.
E' così che stanno le cose? Lo domando alla signora Marcegaglia e a Bonanni e
Angeletti. Sarò lieto di essere smentito sulla base di fatti provati, ma se
così è, a me sembra scandaloso.
Post Scriptum. Il ministro Maroni, e per quanto riguarda Roma il sindaco
Alemanno, dovrebbero fare penitenza. Pagare un pegno. Insomma scusarsi
pubblicamente. Hanno impostato le loro campagne elettorali sulla sicurezza e
vedete che cosa accade. Da Lampedusa alle metropoli italiane dove si verificano
furti, rapine e violenze e stupri con frequenza quotidiana.
Alemanno parla di sciacallaggio contro di lui; in realtà si tratta di notizie.
Maroni si vanta dei grandi risultati ottenuti con il pattugliamento
dell'Esercito. Ma dove, ma quando, ma come? Per merito dell'Esercito? Ma chi
l'ha visto, l'Esercito? La
De Filippi in trasmissione. Forse.

Precedente: La rivoluzione di un padre

