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La fame è aumentata, mentre il mondo è diventato più ricco e ha prodotto più cibo di quanto ne abbia prodotto nell’ultima decade. Come si spiega tutto ciò?
Nessuno ormai mette più in discussione l’esistenza di una crisi alimentare globale. Le cronache dal mondo parlano di un aumento generalizzato del prezzo del cibo e persino delle prime rivolte dovute ai rincari dei beni essenziali. Verrebbe da pensare ad una carestia planetaria. Ma è davvero questione di scarsità di cibo?
In realtà la produzione pro-capite di prodotti agricoli è stata in crescita costante dal 1960 ad oggi e la produzione di cereali è attualmente in aumento; per l’anno 2008 è previsto un incremento del 2,6%, per raggiungere la produzione record di 2.164 tonnellate, in buona parte costituite da frumento. Questi semplici dati evidenziano il fatto che non vi è una effettiva crisi alimentare, intesa come carenza di derrate. È vero, tuttavia, che un numero sempre maggiore di persone non ha accesso a un’alimentazione adeguata, se anche il direttore generale della Fao, Jacques Diouf, ha confermato: “La fame è aumentata, mentre il mondo è diventato più ricco e ha prodotto più cibo di quanto ne abbia prodotto nell’ultima decade”. La questione è estremamente complessa e ha molteplici sfaccettature. Certamente rimane l’antico problema di distribuzione delle risorse, a disposizione dei Paesi del Nord del mondo a scapito del tenore di vita, e spesso anche della sopravvivenza, delle popolazioni dei Paesi del Sud.
L’accesso al cibo è direttamente legato al suo prezzo sul mercato, e i prezzi degli alimenti sono in continuo aumento. Il prezzo del riso è stato influenzato in modo particolare dall’imposizione di restrizioni all’esportazione da parte dei maggiori Paesi produttori. Aumentano i prezzi, aumenta la fame. Si stima che, solo nel 2007, l’impennata dei prezzi dei generi alimentari abbia generato 75 milioni di affamati in più, per un totale di 923 milioni.
L’aumento generalizzato del prezzo delle derrate alimentari è da attribuire a diversi fattori: in prima fila, sul banco degli imputati, ci sono i bio-carburanti. La forte crescita della Cina e di altri Paesi e l’aumento del prezzo del petrolio hanno, infatti, creato un ampio mercato per i carburanti di origine vegetale. Le colture per la produzione di bio-carburanti, tuttavia, sottraggono facilmente terreno alle colture alimentari perché molto più redditizie. In sostanza, per produrre benzina spesso si rinuncia a produrre cibo e questo contribuisce a diminuire la disponibilità di prodotti sul mercato e, in base alle elementari leggi economiche, ad aumentarne il prezzo di vendita.
La sicurezza alimentare, inoltre, può essere minacciata da altri fattori, umani o naturali: guerre e conseguenti sfollamenti di massa, siccità o alluvioni. Ogni situazione di “insicurezza alimentare” deve quindi essere affrontata in modo diverso, tenendo conto delle specificità locali. In alcuni casi non è una scarsa produzione di cibo a causare la fame, bensì l’impossibilità di trasportarlo, di venderlo o acquistarlo nei mercati locali. In questi caso la soluzione può essere, ad esempio, la costruzione di strade o infrastrutture: una soluzione che, almeno apparentemente, non sembrerebbe legata al problema della crisi alimentare. È questo il caso dei progetti Cesvi in Laos, in cui il miglioramento della viabilità secondaria - tra villaggi nelle zone rurali - va di pari passo con il miglioramento delle tecniche di coltivazione, basate sull’inserimento di sistemi di micro-irrigazione e di terrazzamento del terreno.
Lo staff Cesvi sviluppa il proprio intervento in modo diverso per intervenire in modo appropriato nei differenti contesti. L’ex-Birmania, ora Myanmar, ad esempio, rappresenta una realtà molto complessa dal punto di vista alimentare. Come spiega Paolo Felice, responsabile dei progetti Cesvi in Myanmar: «Innanzitutto c’è un problema di diversificazione delle colture, che sono troppo dipendenti dalla coltivazione del riso; questo significa che, nelle annate di scarso raccolto, la popolazione non ha alternative a disposizione per la propria alimentazione. La prevalenza del riso ha anche il difetto di rendere l’alimentazione piuttosto povera e poco varia, con le conseguenti malattie legate alla malnutrizione». Ma non è l’unico problema: molte famiglie di contadini non possiedono un terreno da coltivare e sono costretti a lavorare i terreni altrui, ricevendo un salario misero. Spesso il piccolo terreno di proprietà non consente di raccogliere una quantità sufficiente di prodotti e così li costringe a comprare il resto degli alimenti sul mercato, spendendo tutto il proprio reddito.
Per affrontare questi problemi il progetto di “sicurezza alimentare” avviato dal Cesvi in questa regione mira ad aumentare la diversificazione delle colture e ad introdurre la coltivazione degli orti familiari. «L’orto - prosegue Paolo Felice - permette alle famiglie di integrare la propria dieta con ortaggi di stagione, prodotti in proprio, senza dover ricorrere all’acquisto sul mercato».
Un altro intervento del Cesvi riguarda l’introduzione di conserve alimentari nella dieta, sia per il consumo familiare sia per la vendita sul mercato locale. In questo modo i prodotti agricoli possono essere sfruttati al meglio e consumati durante tutto l’anno, sopperendo alla mancanza di prodotti freschi in caso di scarso raccolto. Un altro fronte importante è quello dell’educazione alimentare. Attraverso dimostrazioni pratiche le donne apprendono come sfruttare al massimo i prodotti che hanno a disposizione per alimentare correttamente i propri figli.
Cesvi è presente con progetti di sicurezza alimentare in molti altri Paesi. Tra questi vi è la regione della Karamoja, in Uganda. Si tratta dell’unica regione del Paese ad avere una sola stagione delle piogge e, di conseguenza, un solo raccolto l’anno. Già questo fattore, di per sé, basterebbe ad ostacolare la produzione agricola, ma non basta: negli ultimi due anni la natura è stata particolarmente inclemente con questa regione, che nel 2006 è stata colpita da una stagione di siccità e nel 2007 da inondazioni. A ciò si aggiunge un problema di sicurezza, causato dagli attacchi da parte di gruppi armati, con annessi furti di bestiame e distruzione dei raccolti. Negli ultimi anni il livello di sicurezza è migliorato e le incursioni armate si sono diradate. Questo ha permesso di intervenire con un progetto di diffusione della coltivazione della “cassava” - altrove conosciuta come manioca o come yucca. Adama Sanné, responsabile Cesvi per il progetto di food security nella regione del Karamoja, racconta: «Ci siamo appoggiati a gruppi di contadini già organizzati, a cui forniamo delle talee (rami con radici) di cassava, pronte da piantare. Questa pianta è molto resistente e, una volta piantata, sopravvive per anni, anche nelle imprevedibili condizioni climatiche di questa regione. È una pianta autoctona, che la popolazione conosce da sempre e che è presente nella dieta quotidiana di tutte le famiglie. La sua coltivazione era diminuita proprio a causa delle condizioni di insicurezza che portavano la popolazione ad avere paura di coltivare le terre lontane dai centri abitati. Nel secondo anno di progetto i contadini che hanno ricevuto una talea, ormai diventata una pianta, ne restituiscono un ramo, che diventa una nuova talea e va a ricostituire la fornitura da distribuire ad altri contadini. L’obiettivo è arrivare in tre anni a un numero di talee tale da poterle distribuire ai contadini e riuscire a vendere le eccedenze sul mercato, generando un piccolo reddito per i contadini stessi e diffondendo la coltivazione della cassava».
La crisi alimentare ci riguarda tutti, e a volte la soluzione di un problema globale inizia da un tubero, da un orto o da una strada locale.

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