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Evviva Eraclito

La creazione, un' evoluzione continua L' esistenza è un divenire nella libertà

La Terra «aprendo il suo fertile grembo diede alla luce in un unico parto innumerevoli creature di forma perfetta, mature, complete di membra». Così il racconto del Genesi si dispiega nei versi del Paradiso perduto di John Milton: sembra, a prima vista, antitetico a quel Vangelo di crudeltà che avrebbe potuto scrivere solo «un cappellano del Diavolo», affascinato dalla «oscura e distruttiva opera della Natura» - per riprendere le parole con cui Charles Darwin definiva se stesso in una lettera del 1856 all' amico Joseph Hooker. Tre anni dopo sarebbe stata pubblicata L' origine delle specie, subito divenuta un bestseller, facendo dell' autore - «un certo signor Darwin, nipote del noto filosofo e poeta Erasmus» - la pietra di paragone e di scandalo per teologi e per scienziati dell' austera Inghilterra vittoriana. L' ultimo tocco doveva aggiungerlo L' origine dell' uomo (1871), ove Darwin scrive: «Ognuno di noi, pur con tutte le sue nobili qualità (), reca nel suo schema corporeo il marchio indelebile della sua bassa origine».

Come Milton, anche Darwin ebbe modo di frequentare il Christ' s College di Cambridge. A questi due celeberrimi figli di quell' istituzione ha dedicato nel 2005 un' appassionata lezione il Nobel Paul Nurse (Two Views of Creation: Milton and Darwin, pubblicata dal Christ' s l' anno successivo), ripresa poi in varie conferenze. A me è capitata l' occasione di sentirne una a Oxford nel febbraio scorso. Ora, sostiene Nurse, il contrasto tra «il creazionista» e «l' evoluzionista» tende a diventare meno netto appena si consideri l' ambiguità del poeta, che ha saputo persino celebrare «la volontà indomabile e il coraggio di non sottomettersi mai» di Satana il ribelle. Il nemico di Dio e del futuro genere umano si insinua nel sistema solare per portarvi scompiglio, simile a quelle macchie che gli astronomi avevano disvelato «nell' orbe lucente del Sole» grazie al loro «cilindro ottico vetrato».

Milton alludeva all' osservazione effettuata da Galileo col suo cannocchiale delle «macchie solari» (1613) - che gli aveva consentito di mandare in pezzi il pregiudizio dell' incorruttibilità dei corpi celesti, ormai ridotto a mera consolazione per uomini che hanno troppa paura di riconoscere se stessi corruttibili e mortali. Quando Eva e Adamo cedono alle lusinghe di Satana, celato nelle spire di un serpente, il loro «peccato originale» sconvolge l' intero Universo. I pianeti sono perturbati nelle loro orbite, la Terra conosce le sue catastrofi, nella vita si insinua la morte. Persino le stelle possono venir distrutte, e «su questa macchia di fango» non c' è da stupirsi che gli esseri umani sperimentino la sofferenza e la dissoluzione del corpo. I figli di Eva avranno, però, «la conoscenza proibita»: l' esperienza della sofferenza che intesse tutta la loro storia, ma anche la scienza che modifica inesorabilmente le loro abitudini quotidiane e che consente di scegliere come plasmare la propria esistenze.

Satana è dunque all' origine dei turbamenti, ma anche delle libertà degli esseri umani. Chi è allora il suo vero cappellano? Mettiamo al posto di Satana il marchio della bassa origine di Homo sapiens e ritroviamo il discorso evoluzionistico - da Charles Darwin fino a Daniel Dennett - circa l' emergenza di sentimenti e codici di condotta, della morale e perfino del diritto, di strumenti e teorie scientifiche. A spiegare la stessa «evoluzione della libertà» nel quadro delle differenti culture umane, scrive Nurse, oggi contribuisce da una parte la sintesi che il secolo scorso ha operato tra evoluzionismo darwiniano, genetica e studio della cellula, quest' ultima intesa come «l' elemento più semplice che esibisca le caratteristiche della vita»; dall' altra la sempre più approfondita conoscenza neurofisiologica dell' animale uomo.

Se Milton oggi rinascesse, non credo affatto che bollerebbe tutto questo come deplorevole «riduzionismo»: lui, che nella sua Areopagitica (1644) era insorto in difesa di Galileo, che aveva avuto l' occasione di visitare, ormai vecchio e cieco, costretto a una sorta di domicilio coatto «per aver osato pensare in astronomia diversamente da quel che pretendevano i suoi censori francescani e domenicani». Quel che unisce Milton e Darwin è la comune insofferenza per i pregiudizi ereditati, per le consuetudini ricevute senza prova critica, per ogni forma di costrizione della ricerca intellettuale. Non manca, in entrambi, l' elogio del conflitto tra opinioni rivali, nella scienza come nella politica, poiché - come scriveva Milton - tutto ciò provoca «molta discussione, molti interventi scritti, una pletora di opinioni», e «l' opinione non è altro che la conoscenza nel suo farsi».

Non è un caso che, al di là delle differenze dottrinali di superficie, questo comune sentimento tra l' autore del Paradiso perduto e quello dell' Origine delle specie venga enfatizzato da un personaggio come sir Paul Nurse. Insieme a Leland Hartwell e Tim Hunt, questo biochimico britannico è stato insignito nel 2001 del Nobel per le sue ricerche sugli elementi regolatori del ciclo cellulare che, per così dire, decidono quando è il momento di copiare il Dna controllandone la corretta ripartizione fra le cellule figlie nella mitosi. Non diversamente dal collega Hunt, Nurse ama sottolineare come la ricerca con le cellule staminali embrionali costituisca un' opportunità «contro alcune delle malattie più gravi che colpiscono l' uomo, come quelle neurodegenerative».

L' insofferenza nei confronti di vincoli giuridici, ispirati a concezioni arcaiche di cosa conti veramente come «essere umano», non diventa in Nurse facile ottimismo o tracotante scientismo. Di fronte a spietate malattie, non bisogna nutrire speranze eccessive, ma sperimentare a lungo e con pazienza, imparando dai propri errori. Per quanto poi riguarda l' intera impresa scientifica nel suo complesso, Nurse mette in guardia circa estrapolazioni a buon mercato, «specie quando si toccano argomenti così delicati come quello dell' origine», sia essa dell' intelligenza umana, della vita, o magari dell' Universo intero.

Lo dice lui, che nelle pagine web ufficiali dei Nobel ha fatto aggiungere nel febbraio scorso che «la sua personale origine» non era quella che aveva fino a quel momento creduto: aveva scoperto che la sua mamma ufficiale era in realtà sua nonna, e che la vera genitrice era una figlia di quella signora, rimasta incinta giovanissima e che per anni lui aveva considerato come «una sorella maggiore». Anche questo piccolo aneddoto mostra come non si debba aver paura della verità, come non ne avevano Milton o Darwin, l' uno leggendo a suo modo la Bibbia, l' altro il «gran libro della natura».

Potrà anche darsi che entrambe le due narrazioni siano espressioni differenti di uno stesso atteggiamento che privilegia il divenire sull' essere (come ha sostenuto Emanuele Severino sul Corriere di venerdì 26 settembre). Quel che mi pare rilevante è che entrambi, l' uno in versi stupendi l' altro in una prosa scientifica che è un modello di chiarezza e indipendenza di giudizio, abbiano saputo esprimere la natura processuale della realtà. Viva, dunque, Eraclito - o, magari, Hegel o Whitehead? Direi di sì, ma con una precisazione. Non c' è Logos che regga o spieghi il divenire, né una Legge che sovrasti ogni cosa; piuttosto, c' è il gioco dell' evoluzione, rispetto al quale la ragione o meglio le ragioni sono prodotti contingenti. È in questa contingenza che si radica la nostra stessa libertà. Dobbiamo averne paura? Dobbiamo rimediare con una logica dell' essere? Credo proprio di no.

 

(5 ottobre 2008) http://www.corriere.it

Eraclito di Efeso (535 a.C. - 475 a.C.), filosofo presocratico, noto per la teoria del «Panta rei», tutto scorre. Eraclito sostiene che solo il cambiamento sia reale.

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