Il modello perduto
L'attacco dell'Europa al proprio modello sociale non è soltanto iniquo, è pure cieco, perché apre la strada a una lunga recessione.
La rivolta degli studenti inglesi e le manifestazioni di massa contro i tagli
delle pensioni in Francia o quella promossa dalla Fiom a Roma in difesa del
lavoro possono essere lette come un primo tentativo di difendere dall'Europa il
modello sociale europeo.
Un'espressione che suona un po' astratta, ma è ricca di significati concreti.
Essa vuol dire infatti pensioni pubbliche non lontane dall'ultima retribuzione;
un sistema sanitario accessibile a tutti; scuola pubblica gratuita e università
a costo minimo; un esteso sistema di diritti del lavoro, e molte altre cose
ancora. Negli ultimi cinquant'anni il modello sociale europeo ha migliorato la
qualità della vita di decine di milioni di persone ed ha permesso loro di
credere che il destino dei figli sarebbe stato migliore di quello dei genitori.
Ora il modello sociale europeo è sotto attacco nientemeno che da parte
dell'Europa. Tutti sostengono che è necessario tagliare tutto: pensioni,
sanità, scuola, università, salari, diritti. Il motivo lo ha spiegato il
presidente della Bce, Jean-Claude Trichet. In un articolo apparso sul
"Financial Times" nel luglio scorso, il cui titolo suonava "è
tempo per tutti di stringere la cinghia", egli scriveva che per sostenere
la "sfera finanziaria" è stato accollato ai contribuenti Ue il
rischio di dover sborsare 4 trilioni di euro (cioè quattromila miliardi: quasi
tre volte il Pil dell'Italia) tra ricapitalizzazioni, garanzie e acquisto di
titoli tossici.
Il "sillogismo di Trichet" dice: voi cittadini vi siete indebitati
per trilioni di euro al fine di salvare dalla crisi il settore finanziario; chi
contrae debiti deve ripagarli; dunque voi dovete rinunciare a trilioni di spesa
pubblica per consolidare il bilancio degli stati. Il che significa tagliare
pensioni, sanità, scuola, università, diritti. Già un mese prima il nuovo
governo liberal-conservatore del Regno Unito aveva deciso di ridurre del 60 per
cento gli investimenti governativi, di tagliare 600.000 posti nel settore
pubblico e triplicare le tasse universitarie (portandole da 3.000 a 9.000 sterline).
I governi d'Europa danno la colpa a un'accoppiata infernale: il deficit
crescente dei bilanci pubblici indotto dai costi eccessivi dello stato sociale,
e la parallela diminuzione delle entrate fiscali causata dalla crisi. Nessuna
delle due giustificazioni sta in piedi. Il deficit medio dei bilanci pubblici
nei paesi della zona euro era appena dello 0,6 per cento del Pil nel 2007. Nel
2010 risulta aumentato di 11 volte, toccando il 7 per cento. Colpa di un
eccesso di spesa sociale? Certo che no. Nel periodo indicato essa è stabile o
in diminuzione. Semmai colpa della crisi finanziaria. Quanto alle entrate, sono
diminuite prima della crisi a causa della forte riduzione delle tasse di cui
hanno beneficiato soprattutto i patrimoni e i redditi più alti. In Francia, ad
esempio, un rapporto presentato all'Assemblea a fine giugno 2010 lamentava che
a causa delle "massicce riduzioni" delle imposte, susseguitesi
dall'anno 2000 in
poi, le entrate fiscali del bilancio dello stato hanno subito perdite
valutabili tra i 100 e i 120 miliardi di euro.
Nel quadro dell'attacco che i governi di destra d'Europa - magari con etichetta
socialista, come quello di Zapatero - stanno portando al modello sociale
europeo, il governo italiano appare del tutto allineato e coperto. Taglia alla
grossa la spesa sociale in modi diretti e indiretti, tra cui la drastica
riduzione dei trasferimenti agli enti locali. Per di più il paese Italia è
messo assai peggio degli altri. Gli italiani non possono infatti contare su
sussidi di disoccupazione che toccano l'80% della retribuzione e possono durare
per anni, o su ampi e solidi servizi alle famiglie, come avviene in Danimarca.
Né su un reddito minimo garantito come hanno i francesi. E tantomeno ricevono
gli alti salari inglesi o tedeschi, che almeno quando uno lavora permettono di
reggere meglio le riduzioni dei servizi sociali.
L'attacco dell'Europa al proprio modello sociale non è soltanto iniquo, è pure
cieco, perché apre la strada a una lunga recessione. Meno scuola e meno
università significano avere entro pochi anni meno persone capaci di far fronte
alle esigenze di un'economica innovativa e sostenibile. Infrastrutture
sgangherate costano miliardi solo in termini di tempo. Servizi sociali in
caduta libera vogliono dire meno occupazione sia tra chi li presta, sia tra chi
vorrebbe disporne per poter lavorare.
A una generazione intera la quale va incontro a pensioni che per chi ha la
fortuna di decenni di lavoro stabile stanno scendendo verso la metà dell'ultima
retribuzione, è arduo chiedere di pagare la crisi una seconda volta. Ma
l'attacco al modello sociale europeo è anche peggio della vocazione al suicidio
economico che tradisce. Significa ferire gravemente uno dei maggiori fondamenti
dell'identità europea, quello che forse giustifica più di ogni altro
l'esistenza della Ue.
la Repubblica,
11 novembre 2010

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