Europa della troika
La crisi in atto in Europa. Ripartire dal modello sociale europeo e da un’autorità politica democratica
Quali
sono stati i punti deboli della formazione dell'Ue?
La Ue è nata con
due gravi difetti strutturali, insiti nello statuto e relative funzioni della
Commissione europea e della Bce. La
Ce opera di fatto come il direttorio della Ue, ma non è stata
eletta da nessuno, le sue posizioni differiscono sovente da quelle del
Parlamento europeo, organismo eletto, e appare in troppi casi funzionare come
la cinghia di trasmissione dei dettami iperliberisti dell’Ocse e dell'Fm.
Da parte sua la Bce
è una banca centrale di nome, che però opera solo parzialmente come tale. I
paesi entrati nell’euro hanno rinunciato al potere più importante che uno stato
possa detenere: quello di creare denaro. Oggi solo la Bce può farlo. Ma lo fa male e
in modo indiretto, ad esempio concedendo per anni imponenti flussi di credito
alle banche che poi creano denaro privatamente con i prestiti che concedono a
famiglie e imprese. Il maggior limite della Bce deriva dal suo statuto, che le
impone come massimo scopo quello di combattere l’inflazione, laddove una banca
centrale dovrebbe avere tra i suoi scopi anche la promozione dello sviluppo e
dell’occupazione. Va notato ancora che la sua indipendenza dai governi maschera
in realtà la sua dipendenza dal sistema finanziario e la sua mancanza di
responsabilità sociale in nome di un ottuso monetarismo. Democratizzare la Ce e la Ue sarebbero compiti impellenti
per i governi europei, se non fosse che per governi di destra, come di fatto
son diventati quasi tutti, in fondo una governance non democratica e
socialmente irresponsabile della Ue non è poi un gran male.
La
centralità della moneta unica, come esclusivo campo d'unità europea, quali
vuoti ha prodotto nello sviluppo economico degli stati membri?
Gli stati della zona euro hanno ceduto il potere di creare denaro, com’era
necessario per creare una grande realtà politica ed economica quale è la Ue, ritrovandosi poi senza una
banca centrale che presti loro, in caso di reale necessità, il denaro
occorrente. La Bce
dovrebbe operare come un prestatore di ultima istanza – così sostengono vari
economisti – non diversamente da quanto avviene con altre banche centrali quali
la Fed o la Bank of England. Tuttavia il
suo statuto per ora le impedisce di assumere in modo diretto un simile
fondamentale ruolo e potere. Ciò ha influito negativamente in tutta la Ue sulla possibilità di
condurre politiche economiche e sociali adeguate alla situazione dell’economia
europea e mondiale. Le economie più forti, quali la Germania e la Francia, ne sono uscite
meglio – non da ultimo perché i banchieri tedeschi e francesi che siedono nel
consiglio della Bce han fatto tutto il possibile per evitare troppi danni alle
banche dei loro paesi.
Cos'è
mancato di più, nel processo unitario, dal punto di vista sociale?
Se c’è un elemento che più di ogni altro potrebbe e dovrebbe fondare l’unità
della Ue è il suo modello sociale, cioè l’insieme dei sistemi pubblici intesi a
proteggere individui, famiglie, comunità dai rischi connessi a incidenti,
malattia, disoccupazione, vecchiaia, povertà. Sebbene il modello sociale europeo
presenti notevoli differenze da un paese all’altro, nessun altro grande paese o
gruppo di paesi al mondo offre ai suoi cittadini un livello paragonabile di
protezione sociale – la più significativa invenzione civile del XX secolo. Ne
segue che i governi Ue che attaccano lo stato sociale sotto la sferza liberista
della troika Ce, Bce e Fmi, nonché del sistema finanziario internazionale,
minano le basi stesse dell’unità europea, oltre a fabbricare recessione per il
prossimo decennio e piantare il seme di possibili svolte politiche di estrema
destra.
Alla
luce della crisi attuale, perché l'Ue appare impotente?
Anzitutto perché non ha ancora alcuna istituzione che svolga qualcosa di simile
alle funzioni di un governo centrale democraticamente eletto e riconosciuto
dalla maggioranza dei suoi cittadini. Di conseguenza ciascun paese pensa per
sé. A ciò contribuisce pure lo strapotere del sistema finanziario
internazionale, in assenza di qualsiasi riforma che sappia arginarlo. Inoltre,
se si guarda ai singoli paesi, i partiti al potere hanno un orizzonte
decisionale di pochi mesi, ovvero pensano soprattutto alle prossime elezioni,
mentre dovrebbero ragionare su un arco di più anni. Peraltro l’impotenza deriva
anche da una diagnosi sbagliata – quando non sia volutamente artefatta – delle
cause della crisi di bilancio. Quest’ultima viene concepita come se derivasse
da un eccesso di uscite generato dai costi dello stato sociale, laddove si
tratta in complesso di un calo delle entrate che dura da oltre un decennio.
Esso è stato causato da diversi fattori: i salvataggi delle banche, che solo
nel Regno Unito e in Germania sono costati un paio di trilioni di euro; le
politiche di riduzione dell’onere fiscale concesse ai ricchi, che hanno
sottratto centinaia di miliardi ai bilanci pubblici (in Francia, ad esempio,
tra i 100 e i 120 miliardi nel decennio 2000-2009); infine il fatto che grazie
alle delocalizzazioni le corporation pagano le imposte all’estero, dove tra
l’altro sono minime, e non nel paese d’origine. Ancora in Francia, per dire, si
è molto discusso del caso Total, il gigante petrolifero che nel 2010 ha conseguito 12
miliardi di utili, ma in patria – del tutto legalmente – non ha pagato un euro
di imposte (salvo qualche milioncino che vale come indennizzo ai comuni dove
opera ancora qualche suo impianto). Ora se un governo è ossessionato dall’idea
che il deficit sia dovuto unicamente a un eccesso di spesa sociale punta a
tagliare quest’ultima, cercando però al tempo stesso di evitare ricadute
negative in termini elettorali, e per la medesima ragione si rifiuta di
accrescere le entrate alzando le imposte ai benestanti, o alle imprese
delocalizzate. È ovvio che non fa differenza se quel governo sa benissimo che
la diagnosi è errata, ma la abbraccia per soddisfare le forze economiche cui
ritiene di dover rispondere. In ambedue i casi il risultato sono manovre che
picchiano soltanto sui più deboli, mentre le radici reali della crisi non sono
nemmeno intaccate.
I
vincoli di bilancio quali conseguenze hanno sull'economia «reale»?
Le più visibili sono l’aumento della disoccupazione e del lavoro precario. I
licenziamenti in tanti paesi di centinaia di migliaia di dipendenti della PA,
insegnanti compresi, i tagli alle spese dei ministeri ed ai servizi resi dai
comuni, a partire dai trasporti pubblici, l’aumento delle imposte indirette
come l’Iva, comportano nell’insieme una riduzione dei consumi e con essa una
minor domanda di beni e servizi alle imprese. Queste reagiscono licenziando o
assumendo quando capita solo con contratti a termine, il che genera altra
disoccupazione, in un minaccioso avvitarsi dei processi economici verso il
basso.
Ha
senso, come alcuni fanno, auspicare il default o il ritorno alle monete
nazionali?
Sarebbe una pura follia. In primo luogo il ritorno a diciassette monete diverse
solleverebbe difficoltà tecniche assai complicate da superare, poiché
l’integrazione economica, finanziaria e legislativa tra i rispettivi paesi ha
fatto nel decennio e passa dell’euro molti passi avanti. Inoltre parecchi paesi
avrebbero a che fare con tassi di scambio catastrofici. Tra di essi vi sarebbe
sicuramente l’Italia. Il giorno dopo un eventuale ritorno alla lira ci
ritroveremmo con il franco a 500 lire (era a 300 quando venne introdotto
l’euro), il marco a 2.000 (era a 1.000) e la sterlina a oltre 3.000. A qualche
imprenditore simili tassi possono far gola, poiché favoriscono le vendite
all’estero; ma essendo quella italiana un’economia di trasformazione, che
all’estero deve comprare tutto, dal gas ai rottami di ferro, il costo degli
acquisti dall’estero le infliggerebbe un colpo insostenibile.
Gli
stati, i governi hanno ancora qualche margine di manovra e qualche peso sulle
decisioni di fondo o tutto è nelle mani di Fmi, Bce o Commissione di Bruxelles?
La troika in questione ha di fatto espropriato i paesi Ue della loro sovranità
– con l’eccezione della Germania per la sua capacità produttiva e del Regno
Unito perché ha conservato una moneta sovrana. Senza le riforme strutturali
della Ue, implicite in ciò che dicevo all’inizio, essa continuerà a dettar
legge.
Che
giudizio dà sulla manovra italiana? E sull'atteggiamento un po' rassegnato –
sul merito – delle opposizioni parlamentari?
La manovra italiana è una fotocopia sbiadita delle solite ricette che la troika
di cui sopra trasmette regolarmente ai paesi in difficoltà. Di certo essa
accrescerà la disoccupazione, impoverirà ulteriormente il paese, ponendo così
le basi per dieci anni di recessione – teniamo conto che il nostro Pil è ancora
parecchi punti al disotto del livello raggiungo nel 2007 – e per giunta non
servirà in alcun modo a ridurre il debito pubblico. Su questo fronte
l’opposizione difficilmente poteva opporsi all’ultimo momento, poiché quando la
nave sta affondando uno cerca di salvare il salvabile, piuttosto che continuare
a insistere sui difetti di progettazione della nave. Peraltro le opposizioni
hanno avuto anni per chiamare i cittadini a discutere su tali difetti, quelli
della povera scialuppa del governo ma anche quelli della nave Ue, e provare a
disegnare insieme con loro un progetto diverso. Non mi pare che finora le loro
proposte abbiano lasciato traccia di sé, nella memoria dei cittadini o nei
documenti.
http://www.sbilanciamoci.info 26 settembre 2011

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