Etruschi e Romani, fu una Shoah?
Non fu affatto 'genocidio' ma pacifica assimilazione, durata secoli. A essere volontariamente annientati da Roma furono invece Galli e Cartaginesi
Ho letto le dichiarazioni dei Elie Wiesel riportate da 'Avvenire' il 25 gennaio 2011. Ammiro il Wiesel scrittore, ho simpatia per il Wiesel uomo e testimone delle sofferenze del suo popolo e del nostro tempo. Tuttavia, temo che dovremmo sul serio tornare con i piedi per terra: i piedi della verità storica, anche di quella che pochi oggi hanno le conoscenze e/o il coraggio necessari a presentare con chiarezza.
Il 27 gennaio scorso ho fatto una cosa che non faccio mai: sono rimasto per ore incollato al piccolo schermo. Vi garantisco che su tutti i canali, tra telegiornali, film, fiction e dibattiti, di altro non si è parlato se non della Shoah. Non è certo stato un male. Ma ciò induce a osservare tre cose. Primo: se Wiesel teme che tale evento venga dimenticato, può rassicurarsi perché per il momento (e penso anche ai moltissimi ragazzi di tutta Europa che ogni anno vengono condotti ad Auschwitz in gite scolastiche a metà tra istruzione e pellegrinaggio) la memoria è ben viva. Secondo: se egli paventa la 'storicizzazione del nazismo', allora chiedo all’intellettuale colto e raffinato che cosa mai possiamo fare di un 'caso' storico tragico e terribile quanto si voglia, se non appunto storicizzarlo, vale a dire cercar di comprendere come possa essersi verificato (e 'comprendere' non vuol dire affatto 'giustificare'). Terzo: se il valore primario, umano e universale del ricordo della Shoah sta nel dovere della memoria, affinché quel ch’è accaduto non accada mai più (e non accada più non solo agli ebrei, ma a nessun popolo sulla faccia della terra), allora tale ricordo deve interpretare la tragedia toccata agli ebrei non tanto come 'unica' e imparagonabile ad altre, quanto come paradigmatica di tutte quelle accadute e che potrebbero accadere. E quelle accadute sono tante.
Il paragone di Wiesel con i 'soli' Etruschi è sbagliato per due motivi.
Primo. I Romani non commisero alcun genocidio, cioè non
soppressero mai in massa il popolo etrusco; avrebbero potuto distruggere la
cultura etrusca, commettere cioè un etnocidio: ma non fecero nemmeno quello,
limitandosi semmai a un’assimilazione che cancellò cultura e memoria, non
stirpi.
Secondo. Nella storia, di genocidi paragonati alla Shoah ce ne furono parecchi,
per quanto di gran lunga meno documentati: ma Wiesel, evidentemente, preferisce
non ricordare.
Primo. In realtà, nonostante la lingua latina sia di ceppo decisamente
indoeuropeo e quella etrusca d’origine tuttora incerta (le polemiche continuano,
le ipotesi si accumulano...), la 'cancellazione' dell’idioma – il quale
peraltro sopravvisse fino al V secolo d.C. come 'lingua sacra', nei rituali
magico-divinatori dell’etrusca disciplina – non corrispose affatto alla
cancellazione demografica d’un intero popolo diffuso dalla Lombardia alla
Campania e le vicende del quale sono strettamente legate a quelle dei Romani.
Etruschi erano i 're di Roma' dell’ultima fase del periodo monarchico;
etrusche, ancora in piena età imperiale, grandi famiglie aristocratiche come i
Cecina e la gens cui apparteneva Mecenate, amico e consigliere di Augusto. Gli
studi sul Dna nella media Toscana, nel Volterrano, hanno rivelato una realtà
biologica ancora vitale che può esser fatta risalire agli Etruschi.
Consiglio il ricorso al pur discusso, ma importante, Dizionario della lingua
etrusca di Massimo Pittau, docente emerito nell’Università di Sassari (Dessì
2005), che ha sistematicamente vagliato le fonti etrusche e alla luce del quale
risulta evidente come l’abbandono dell’idioma etrusco si dovette principalmente
a un fenomeno di assimilazione etrusco-romana che non ci sono motivi di
ritenere condotto con metodi violenti e tantomeno genocidi, ma che fu piuttosto
portato avanti attraverso tecniche di organizzazione istituzionale e di
politica matrimoniale. A quel che sembra, i Romani furono semmai di gran lunga
più decisi allo sterminio nei confronti dei Galli o dei Cartaginesi.
Secondo. Di alcuni tra i genocidi più terribili della storia non sappiamo
nemmeno nulla: e sono forse quelli davvero perfettamente riusciti. Se non
volgiamo ostinati le spalle al passato, se ne possono scorgere comunque le
tracce: dalle gesta dei Gran Re achemenidi agli annali di Gengis Khan alle
stesse genti 'cananee' di cui parla la Bibbia, fino alle genti balcaniche sterminate dai
Bizantini nel X-XI secolo, ai Sassoni fatti sparire da Carlomagno, agli Slavi e
ai Finni eliminati in massa dai cavalieri Teutonici tra XII e XV secolo.
Ma, in tempi vicini e vicinissimi a noi, per 'civile'
convenzione ricordiamo gli indios massacrati dai Conquistadores ma ci siamo
dimenticati dei guanchos delle Canarie, degli indigeni brasiliani e argentini,
dei nativi americani ('pellerossa') dei quali restano soltanto malinconici
brandelli abbrutiti nelle 'riserve', dei tasmaniani e degli altri popoli
dell’Oceania fatti letteralmente sparire dagli inglesi e degli olandesi, delle
genti centroasiatiche 'deportate' (e in realtà eliminate) dai sovietici, degli
armeni, degli zingari che condivisero la stessa Shoah, delle numerose 'pulizie
etniche' balcaniche e africane dei giorni nostri. Molti di questi popoli furono
massacrati in seguito a fredde, precise programmazioni.
Ma purtroppo nella storia i massacri che si ricordano sono troppo spesso
soltanto quelli che 'servono', che si 'sbattono in prima pagina' magari per
coprire altri delitti. Il Giorno della Memoria è nato per ricordare anzitutto la Shoah, ma anche per farne
simbolo di tutte le vittime innocenti e dimenticate della storia: e, come
uomini, di nessuna di esse possiamo autoassolverci; di tutte siamo
corresponsabili. Wiesel paventa la sua 'normalizzazione', come se ciò fosse
sinonimo di 'rimozione'. È vero il contrario.
Recuperare pienamente un fatto alla storia significa strapparlo non solo
all’oblio, ma anche a una mitizzazione 'meta-storica' che rischierebbe davvero,
quella sì, di venir un giorno contestata, tradita e cancellata. Dalla storia,
signor Wiesel, nessuno può uscire. Mai.
Avvenire 2.2.2011

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