Estasi, ebbrezza o Nirvana il catalogo è questo
Una ricerca eterna che riguarda tutti e che ognuno declina a modo suo Chi vuole il piacere momentaneo e chi preferisce la serenità duratura
Letizia, gioia, brio, gaudio, allegria parole che stanno a indicare tutte le
possibili accezioni, varianti, declinazioni di qualcosa molto difficile da
definire C´è la versione a basso dispendio energetico (pace, appagamento) e
quella opposta che arriva al tripudio orgiastico
Nella ricerca della felicità non si cerca qualcosa per sapere dove si nasconda,
ma per sapere cosa sia. O, meglio, quale sia, in quella gamma che va dalla
beatitudine al sollucchero, passando per serenità, letizia e ridarella. Se la
parola è una sola, le merci che vorremmo acquistare al grande magazzino della
felicità sono diversissime: per fare un solo esempio, c´è da sospettare che Lev
Tolstoj («Tutte le famiglie felici si assomigliano; ogni famiglia infelice lo è
a modo suo») e Vladimir Nabokov («Tutte le famiglie infelici si somigliano»...)
non si fermerebbero di fronte allo stesso scaffale a cui indugerebbe - per dire
- Maria Vittoria Brambilla.
Felicità, letizia, gioia (molto impiegata dall´attuale Pontefice, che però la
pronuncia con una C iniziale), gaiezza (parola le cui recenti traversie hanno
reso meno frequente nel suo senso proprio), brio, gaudio, giocondità, ilarità,
allegria, esultanza, giubilo, tripudio, delizia, estasi, godimento... Convivono
in tutta promiscuità e sconfinano nelle reciproche pertinenze parole poco
distinte, accomunate da quel tipico sorriso che tradisce la parentela
anagrammatica tra il beato e il beota.
Molte le accezioni, le differenze, le varianti, le declinazioni: dal nucleo a
basso dispendio energetico costituito da pace, serenità, soddisfazione,
appagamento - confinanti un po´ pericolosamente con quiete e requie - («e
vissero felici e contenti»: fine della storia, o della Storia), alla
costellazione dei tripudi orgiastici e delle esultanze parossistiche, che fanno
dire: «e vai!» e fanno fare smorfie e misteriosi gesti con gli avambracci
mentre la regia manda «We are the champions».
Le offerte di marketing si attestano, saviamente, a un livello intermedio:
promettere la felicità è una debolezza da Costituzioni entusiaste; promettere
il «benessere» invece è compito della Realpolitik e anche di appositi Centri
con saune e massaggi (nel logo di un albergo recente: «Convegni Cerimonie
Benessere»).
Un criterio per orientarsi potrebbe essere quello della posizione della
felicità rispetto a un dato evento: la felicità preventiva, che è quella di chi
attende serenamente il passaggio a una vita migliore (beatitudine); la felicità
consuntiva, di chi gode l´appagamento di un desiderio (soddisfazione); la
felicità di chi si estrania dalla realtà mondana (l´atarassia filosofica,
l´estasi mistica, il nirvana meditativo).
Ma tra le felicità si possono anche distinguere uno stato mediamente durevole e
un climax (o un clima) passeggero, momento glorioso e raggio di sole. A questo
criterio allude un recente schemino francese. Intensità massima, minima durata:
è l´attimo fuggente, «quant´è bella giovinezza / che si fugge tuttavia»; ma è
anche e soprattutto l´orgasmo, detto anche, et pour cause, «apice». Intensità
minima, massima durata: il nirvana, l´atarassia, la contemplazione.
I Don Giovanni (da una parte) e i meditatori (dall´altra) sanno quel che
vogliono. Sono però casi estremi, così come quello, pur rispettabilissimo, di
chi ritiene che la felicità non sia cosa di questo mondo. Tutti gli altri si
arrabattano, inseguendo gioie spesso idiosincratiche, dalla prima sorsata di
birra al farsi una pera. «Felicità è un cucciolo caldo», disse Charlie Brown, e
forse ispirò sia una martellante canzone di Al Bano e Romina Power sia la
fioritura delle relative cover apocrife (spesso francamente pecorecce). Un
autore come Primo Levi, invece, scriveva che amare il proprio lavoro
«costituisce la migliore approssimazione concreta alla felicità in terra»:
un´opinione che, essendo espressa in piena epoca di rifiuto del lavoro (fine
anni Settanta), suonò assai provocatoria.
Avere le idee chiare è più facile nel campo avverso. Sarà perché gli stati di
umore nero inclinano maggiormente all´autoanalisi e al rovello, ma l´irritato,
l´arrabbiato, il furente non si confondono fra loro, né, a maggior ragione, con
il malinconico, il depresso, il triste, l´ipocondriaco, l´afflitto, il cupo, il
mesto, il tetro e il teterrimo. Solo un dilettante dell´atrabile farebbe
confusione fra l´iroso e l´irato, l´iracondo e l´irascibile; un vero professionista
conosce con esattezza persino la sfumatura che divide l´essere scontento
dall´essere malcontento. Del resto Raymond Queneau sosteneva che il linguaggio
si sia evoluto a partire dai lamenti degli uomini e che la Storia sia la scienza della
loro infelicità.
Perché poi parlare di felicità, quando - se solo ci fosse - dovrebbe bastare a
sé stessa? Perché poi, ed eternamente, le mancherà sempre quel «certo non so
che» mutevole, come un buco che ne guasta la perfezione sferica. Venire a patti
con quell´ineffabile particella che sfugge è un duro lavoro: ma forse è proprio
questo il semplice, inaggirabile segreto della felicità.
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