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Eppure viviamo a stento.

«Siamo privilegiati ma impauriti, delusi e isterici: qualcosa non torna»

 

 

Promettente. Forse è questa la parola adatta. Dalle nostre parti, la vita contemporanea è poco promettente.
Intendiamoci: non si vive male. Anzi. Nessuno ha vissuto meno male di noi. Eppure, in tutta onestà, non si può dire che ci sia benessere.
Alla penuria del male conclamato nel vissuto non corrisponde una buona vita ma una diversa forma d’indigenza. L’equazione, insomma, non torna.
Noi - ce lo sentiamo ripetere a ragione fin dall’infanzia - siamo dei privilegiati.

Noi, le donne e gli uomini venuti al mondo nel prospero e pacificato Occidente dopo la fine della seconda guerra mondiale, apparteniamo al pezzetto di umanità più agiato, nutrito, longevo, sano e protetto che abbia mai calcato la faccia della Terra. Il confronto vale con qualsiasi altra area del pianeta e con qualsiasi altro momento della storia. A meno che si dia credito al mito dell’età dell’oro, in un’ipotetica classifica assoluta della quantità della vita, basandoci su tutti i parametri oggettivi - aspettative di vita, ricchezza procapite, disponibilità di cibo, incidenza delle malattie, rischi di morte violenta ecc. ecc. - le tre generazioni del secondo dopoguerra europeo e nordamericano risulterebbero le favorite di sempre. Eppure viviamo a stento. Per molti aspetti sembriamo essere i rampolli di una stirpe insicura, vaga, incerta. Stiamo gracili nell’esistenza storica, con l’aria sempre un po’ disgustata ci muoviamo malfermi sulla superficie viscida delle cose come su di un pavimento reso scivoloso dalla rottura di una fogna. Anche nei giorni di vento largo e di cielo terso, c’è una polvere sottile che ci impaccia i polmoni. A malapena avanziamo nel nostro giorno, con gli occhi a terra, l’espressione nauseata, il fiato corto.

Quasi non abbiamo più desideri che non si riducano a bisogni. Raramente azzardiamo un programma di vita che vada oltre l’orizzonte del week end. Pochi, pochissimi, si avventurano in pensieri a lunga gittata, in prospezioni di archi temporali che abbraccino l’intera esistenza. Quasi nessuno si azzarda oltre questa misura. Tra le tante, lo sfacelo della pubblica istruzione ne è una prova lampante. Impartire e ricevere un’educazione, un’istruzione, una formazione sono attività che si scolpiscono nel tempo. Non esistono «lauree brevi». Checché ne dica la lingua burocratica del cronico riformismo universitario. Soprattutto, il gesto flemmatico di studiare, la continenza dell’istruire e del formare i giovani, presuppongono l’idea che la somma degli anni trascorsi nella preparazione dell’avvenire non sia pari a zero. E che l’alternativa - il successo immediato costi quel che costi - sia impraticabile, o indegno, o entrambe le cose. Come il viaggio verso l’ignoto presuppone la fiducia nella durata spaziale dell’essere, così l’avventura della conoscenza presuppone quella nella sua durata temporale.

L’altra, vistosa, clamorosa, e per questo ignorata, evidenza della nostra ingenerosità verso noi stessi, del nostro braccino corto con la vita, è la nostra infecondità generazionale. Lamentiamo spesso l’altrui incapacità di progettare il futuro ma tendiamo a dimenticare che, al di là di ogni differenza individuale e culturale, antropologicamente, da che mondo è mondo, fare dei figli è il gesto principe di ogni pensiero del futuro. E noi occidentali, favoriti dalla sorte, facciamo pochi o nessun figlio. Se valutata su scala demografica, la questione appare piuttosto semplice. Gli europei, molto semplicemente, hanno smesso di riprodursi. La Divisione Popolazione delle Nazioni Unite ha previsto che se i tassi di fertilità resteranno così bassi, nell’arco di cinquant’anni la popolazione della Spagna diminuirà di 3,4 milioni, quella dell’Italia di un quinto e la popolazione «originaria» europea complessiva di 14 milioni. Neppure due guerre mondiali erano riuscite a provocare un calo demografico così drastico.

Come si diceva, la questione è semplice. È la questione della specie. Le scienze della vita - la biologia evoluzionistica su tutte - ci hanno insegnato che l’estinzione è il destino comune a tutte le specie. Uno sguardo, anche distratto, ai pochi giardini d’infanzia delle nostre aree metropolitane ci insegnerà facilmente che, se dipendesse da noi europei beneficiati del favore degli dei, saremmo già ben avviati verso quella destinazione finale. E quest’astenia riproduttiva dei più agiati, sicuri, sazi, sani e longevi di ogni tempo, francamente, avvalora il sospetto che gli dei siano diventati malattie.

 

http://www.lastampa.it   15/5/2010.

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