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Effetti sociali della crescente disuguaglianza economica.

Nel mondo cresce la tendenza a una concentrazione delle risorse planetarie in poche aree e, all’interno di queste, in poche mani.

 

 

«Occorre impegnarsi, affinché si esca da questa crisi economica con una società più giusta e più equilibrata». Tornano alla mente le parole del Presidente Giorgio Napolitano davanti alle rilevazioni sulla distribuzione della ricchezza nel mondo. Tutte le evidenze, infatti, confermano la tendenza a una concentrazione delle risorse planetarie in poche aree e, all’interno di queste, in poche mani.

Si tratta di un fenomeno che ha origine in tempi lontani, precedenti alla crisi finanziaria ed economica. Questa però ha fatto da volano, accelerando il processo. Un ulteriore fattore di spinta è rappresentato dalla globalizzazione, che ha reso più celere ed evidente la concentrazione. Ma nella valutazione del rapporto di causa-effetto tra crisi e disuguaglianza c’è chi si spinge oltre. In un suo recente saggio ("Conversazioni sull’economia contemporanea", Editori Riuniti), Giuseppe La Torre ha sostenuto che la causa principale della crisi consiste proprio nella cattiva distribuzione del reddito e nel forte aumento delle disparità nel mondo, che ha portato a una caduta dei consumi di massa. Questa caduta ha fatto sì che le difficoltà si acuissero in modo molto più pronunciato che in passato. (Nota 1).

In ogni caso la produzione di studi e ricerche sulla disuguaglianza è abbondante e autorevole e, come vedremo in seguito, dimostra oltre ogni ragionevole dubbio che il mondo va verso una progressiva polarizzazione. Molti sono gli elementi che spingono in questa direzione. In ordine sparso, tra questi figurano lo sviluppo dello "skill bias" (l’aumento della distanza tra lavoratori a bassa e ad alta professionalità), le riforme fiscali che hanno comportato una redistribuzione dei carichi favorevole alle imprese e agli alti redditi e la bassa mobilità sociale.

Va subito precisato che oltre la dimensione economica, tutto ciò apre numerosi risvolti di natura politica. Al di là di ogni valutazione teorica, ideologica e morale, questo processo richiede infatti - ormai con urgenza - di essere governato e perfino - quando necessario - rallentato, per evitare i possibili contraccolpi negativi di ordine sociale ed economico.

 

Dalla disuguaglianza all’instabilità

Volendo cercare una prima sintesi, si potrebbe dire che le crisi economiche in generale - e quella in corso non fa eccezione - sono poco democratiche. Nel senso che non colpiscono con eguale durezza i ricchi e i poveri, portando così a un accrescimento delle differenze e a un allargamento dell’area del disagio economico e della povertà.

Attenzione però a sostenere che, stretto nelle spire della congiuntura negativa, il mondo intero si stia impoverendo. Come avviene quasi sempre con le semplificazioni, questa affermazione è allo stesso tempo giusta e sbagliata. Richiede approfondimenti e precisazioni. Alla crescita delle distanze e alla polarizzazione sociale nei Paesi a economia avanzata si affiancano altri megatrend che appaiono di segno opposto. Contemporaneamente, infatti, lo sviluppo di continenti come la Cina e l’India sta traghettando fuori dalla condizione di povertà estrema centinaia di milioni di persone. Resta tuttavia il fatto, interessante e quasi paradossale, che quello stesso sviluppo economico che crea vasto benessere, a un certo punto inverte direzione e, attraverso i fenomeni di concentrazione, innesta la retromarcia.

Dibattiti e analisi accademiche a parte, sembra molto probabile che questo processo di concentrazione non si possa fermare del tutto. Certamente va però attenuato, e questo per molte buone ragioni.

Ciò permette di introdurre la domanda fondamentale. La concentrazione della ricchezza è un bene o un male? In assoluto, non esiste una risposta univoca. Al contrario, è in corso da tempo un dibattito vivace. Su un aspetto sembra però esserci unanimità: quello che va evitato è l’eccesso di concentrazione, in primo luogo perché i suoi effetti sono depressivi e destabilizzanti. Anziché stimolare l’iniziativa, quando diventa eccessiva la disuguaglianza porta segregazione sociale. Questa a sua volta origina criminalità e instabilità. A sostenerlo non sono formazioni politiche estreme e minoritarie, ma l’autorevole "International Labour Organization" (Nota 2) nel suo ultimo rapporto annuale ("World of Work - Report 2008"). «Le differenze di reddito possono essere utili - si legge tra l’altro nel documento - e un eccessivo appiattimento dei redditi può indebolire la spinta ad assumere rischi o a investire in capitale umano. Tuttavia, ci sono evidenze del fatto che quando le disuguaglianze sono percepite come un fenomeno in crescita troppo rapida il conflitto sociale si acuisce. Perciò è cruciale per chi ha responsabilità politiche garantire che le disuguaglianze di reddito non diventino eccessive».

Una seconda conferma di questa necessità arriva da un interessante saggio intervista di Tommaso Padoa Schioppa ("La veduta corta", Il Mulino): qui viene sostenuta la tesi che la crisi attuale ha messo in luce i limiti del liberismo e del mercatismo. Questi devono dunque lasciare il posto all’economia delle regole e al mercato sociale. Ciò, secondo Padoa Schioppa, comporta anche la lotta contro le disuguaglianze sia tra le diverse aree geografiche, sia all’interno di ciascun Paese.

 

Le misure della povertà

Per confermare quanto il tema sia di attualità è utile un approfondimento sulle dimensioni e sulla diffusione della disuguaglianza economica nel mondo. Con la consapevolezza che numeri e classificazioni, tanto più in materia sociale, non fotografano fedelmente la realtà, perché non sono in grado di cogliere le sfumature e le aree grigie del malessere nelle quali si trovano molte famiglie.

Esistono diversi strumenti di misurazione ormai consolidati, sia su scala mondiale che nel nostro Paese. Tra i più noti figura l’indice o coefficiente "Gini" (utilizzato anche dall’Onu per il suo rapporto sullo sviluppo umano). Questo indicatore misura la distribuzione dei redditi nei singoli Paesi, con una scala che va da zero (tutti gli abitanti hanno lo stesso reddito) a uno (tutto il reddito è concentrato nelle mani di una sola persona). Negli ultimi vent’anni, l’indice Gini ha misurato una situazione mondiale sempre più squilibrata. Secondo una delle ipotesi di lavoro più accreditate, il tasso di apertura dei mercati interni al commercio estero non risulta infatti correlato a una migliore distribuzione dei redditi. Il caso di studio più efficace in questo senso è rappresentato dalla Russia: nel decennio tra il 1988 e il 1998, il Paese si è trasformato da uno dei più appiattiti quanto a distribuzione dei redditi (indice Gini 0,24) a uno dei più polarizzati (indice Gini pari a 0,49, valore simile a quello dell’America Latina), con un notevole aumento della popolazione povera. Analoghe valutazioni riguardano quasi tutta l’Europa dell’Est.

Il focus si allarga ulteriormente, se si considerano le conclusioni del rapporto "World of Work 2008" elaborato dall’International Labour Organization (www.ilo.org). Dagli anni ’90 a oggi il gap tra i più ricchi e i più poveri si è allargato a livello mondiale e ci si aspetta un ulteriore ampliamento della forbice per effetto della attuale congiuntura. Una delle tesi più discusse dell’Ilo è quella che sostiene l’utilità relativa della disuguaglianza dei redditi. Un "certo grado di disuguaglianza" dei redditi - secondo gli analisti dell’Ilo - è utile per stimolare i talenti e l’innovazione, mentre differenze eccessive possono risultare controproducenti. La critica riguarda essenzialmente la genericità di questa affermazione. Dove si colloca il confine preciso tra il "certo grado" utile e accettabile di disuguaglianza e l’eccesso controproducente? E questo "certo grado" è uguale per tutti i Paesi? E’ un livello stabile nel tempo? Chi lo deve misurare?

Critiche a parte, i contenuti del rapporto sono molto eloquenti: tra l’inizio degli anni ’90 e il 2007 nelle tasche dei lavoratori dipendenti è finita una parte sempre più ridotta della ricchezza prodotta complessivamente. In 51 dei 73 Stati esaminati la quota dei redditi totali assegnata a paghe e salari è diminuita durante gli ultimi vent’anni. La riduzione maggiore riguarda America Latina e Caraibi (-13 punti percentuali), seguite da Asia e Pacifico (10%) e dalle economie avanzate (-9%). Altro fenomeno, questo ampiamente noto, riguarda l’enorme allargamento della distanza tra le retribuzioni dei top manager e quelle dell’impiegato medio. Nel 2007 gli amministratori delegati delle 15 principali società Usa hanno guadagnato 520 volte più di un dipendente medio. Nel 2003 la distanza era pari a 360 volte (Nota 3). Non si tratta di un caso-limite. Situazioni simili sono state registrate in Australia, in Germania, a Hong Kong, in Olanda e in Sud Africa. Lo scoppio della crisi economica, infine, ha reso più evidenti le disparità di retribuzione anche nelle grandi società europee e italiane.

 

Uno sguardo al Belpaese

In Italia la congiuntura negativa e i cambiamenti nei modelli di consumo hanno riaperto il dibattito sulla distribuzione delle risorse. Tra le tante, due fonti risultano particolarmente utili per fotografare la situazione: il rapporto Istat (con dati al 2007) e alcuni studi della Banca d’Italia.

Il primo ci informa del fatto che nella Penisola vivono 2,5 milioni di persone in "povertà assoluta". Anziani soli, famiglie numerose, disoccupati concentrati in particolare al Sud e al Nord. Si tratta di 975mila famiglie (il 4,1% del totale) che non dispongono delle risorse sufficienti per acquistare un paniere di beni considerati indispensabili (Nota 4).

Tra il 2005 e il 2007, secondo l’Istat, la povertà assoluta in Italia è rimasta su livelli stabili. A conclusioni simili giunge anche un’indagine della Banca d’Italia sul periodo 1993-2008. Non solo, ma - sempre secondo Via Nazionale - non si può nemmeno parlare di un "assottigliamento" del ceto medio.

Tuttavia, in un secondo studio della Banca d’Italia dedicato alla mobilità sociale ("Measuring wealth mobility", Andrea Neri, Banca d’Italia) suona un primo campanello d’allarme: la società italiana è praticamente ferma. La mobilità sociale, già scarsa in passato, si sta ulteriormente riducendo. Questo, tra l’altro, rende più difficile accettare elevati livelli di disuguaglianza dei redditi.

A ciò si possono abbinare due ulteriori chiavi di lettura che aiutano a valutare meglio le rilevazioni dell’Istat. La prima riguarda la definizione di "povertà assoluta". Una definizione utile ed efficace, e tuttavia certamente non esaustiva dell’area del disagio che molto probabilmente si sta allargando.

A questo proposito - ed è la seconda osservazione - non va dimenticato che i dati Istat si riferiscono al 2007 e quelli della Banca d’Italia al 2008. Gli effetti sui redditi della crisi economica in corso probabilmente non sono ancora del tutto visibili. Basti pensare ai primi mesi del 2009, nei quali gli effetti del rallentamento dei mercati si sono trasferiti sull’occupazione, portando a tagli degli organici e a un utilizzo massivo della cassa integrazione.

 

Conclusioni

Su scala mondiale la concentrazione della ricchezza e la disuguaglianza nella distribuzione dei redditi stanno aumentando. Il fenomeno è visibile sia all’interno dei Paesi più sviluppati, sia nei rapporti tra le macro-aree mondiali. La crisi economica in corso ha fatto da volano di questo processo, accrescendone velocità e intensità, ed è stata a sua volta aggravata dall’eccesso degli squilibri, che hanno fortemente depresso i consumi.

Secondo la maggior parte degli studiosi, la polarizzazione mondiale tra ricchi e poveri è un trend che può essere corretto, attenuato, ma non interrotto. Questo apre un problema di ordine economico, ma anche e soprattutto politico. Oltre alle istanze di equità, in gioco (e in pericolo) c’è infatti la stabilità sociale. Quando diventa eccessiva, la disuguaglianza cessa infatti di essere stimolo a migliorare la propria condizione per diventare elemento ghettizzante e porta a forme di ribellione, talvolta violenta.

Per risolvere questo problema non esistono ricette uniche e dotate di validità universale. Ogni provvedimento regolativo va studiato e calibrato sulla realtà dei singoli Paesi, sulla loro matrice culturale e sul grado di sviluppo del loro mercato. È tuttavia fuori dubbio che una delle leve più efficaci per ridistribuire le risorse secondo una logica perequativa è rappresentata dal sistema fiscale.

 

Nota 1:

Tesi simili sono state elaborate da 25 importanti studiosi mondiali, riuniti nelle scorse settimane dall’Università Luiss di Roma e dalla Columbia di New York e guidati dal premio Nobel Joseph Stiglitz e da Jean-Paul Fitoussi. In un documento a conclusione dei lavori si sostiene che alla radice della grave crisi attuale c’è la crescente disuguaglianza sociale degli ultimi 25 anni. Il divario tra ricchi e poveri si è allargato a causa di una globalizzazione squilibrata e del logorarsi dei principi egualitari affermatisi dopo la Seconda Guerra Mondiale. Ma se il problema di fondo è la diseguaglianza - concludono i 25 studiosi - è necessario accrescere la progressività del sistema fiscale in modo coordinato tra tutti i Paesi e affidare ai sistemi pensionistici un ruolo di perequazione.

 

Nota 2:

Fondata nel 1919, l’International Labour Organization (Ilo) ha sede a Ginevra. È un’agenzia specializzata delle Nazioni Unite che tratta i temi dell’occupazione. Nel 1969 ha ricevuto il premio Nobel per la pace. Alla sua guida c’è una struttura tripartita. Ne fanno parte rappresentanti dei Governi (28 componenti), delle parti datoriali (14 componenti) e dei lavoratori (14 componenti). L’organismo si riunisce tre volte l’anno e una volta l’anno - a giugno - si tiene a Ginevra la Conferenza Internazionale del Lavoro. Uno dei compiti principali dell’Ilo è la definizione degli standard internazionali per il mondo del lavoro.

 

Nota 3:

Il rapporto Ilo non specifica nel dettaglio quali tipi di provvedimento vadano adottati. Sottolinea però che esistono diversi approcci possibili, che vanno valutati considerando il loro impatto sociale e il livello di sviluppo dei singoli Paesi. "Ma in tutte le nazioni - conclude lo studio - è cruciale rafforzare la regolazione prudenziale per ridurre gli eccessi nei rischi della finanza".

 

Nota 4:

La rilevazione dell’Istat non individua semplicemente una cifra mensile necessaria per la sopravvivenza, ma misura il reddito minimo indispensabile adeguandolo alle diverse realtà geografiche (Nord, Centro, Sud, aree metropolitane, piccoli centri e così via). Per esempio, a Roma una coppia di pensionati è considerata in condizione di povertà assoluta se ha un reddito mensile inferiore a 886 euro.

 

 

da Affari Esteri, rivista trimestrale promossa dal ministero degli Esteri, n. 164, ottobre 2009


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