Economia, non bastano le aspirine
Per correggere gli squilibri che hanno portato alla crisi servono riforme radicali e meditate.
Anche il presidente della Bce lo ha riconosciuto: non mancano segni che la crisi sta smettendo di peggiorare. Interrompere la discesa può essere la prima mossa per cominciare a risalire. La speranza che l’economia mondiale entri in una fase migliore non va sottovalutata. Ma è prematuro parlare di «ripresa» e pericoloso coltivare illusioni, precipitarsi a mettere fra parentesi quanto è successo, sostituire la retorica della fine del mondo con quella del «tutto come prima». Il miglioramento di alcuni indicatori è il risultato dell’eccezionale iniezione di moneta e spesa pubblica con le quali quasi tutte le principali economie hanno reagito alla crisi.
Le medicine sono state date in dosi forti. Ma in parte si tratta di farmaci che calmano i sintomi della malattia, incoraggiano il paziente ma non curano il morbo. Servono a guadagnar tempo perché le vere cure vengano decise e abbiano effetto. Le vere cure sono le riforme economico-finanziarie per governare meglio la globalizzazione ed evitare che il mondo cresca in modo disordinato, squilibrato, pompato, e poi si ammali seriamente, come è successo. L’ideazione e l’implementazione delle misure necessarie procedono ancora lentamente. Per ora prevalgono gli antidolorifici.
Le iniezioni di moneta e spesa pubblica possono inoltre avere effetti collaterali indesiderabili. Il principale è l’inflazione. Quando c’è troppa moneta in giro basta un piccolo cerino per incendiare i prezzi. Il fuoco può accendersi anche «da solo», se si accendono le aspettative di inflazione. Può accenderlo il prezzo delle materie prime o le tensioni su mercati del lavoro che non vengono abbastanza riformati prima della ripresa. O le rigidità e i colli di bottiglia di un’economia internazionale da riorganizzare, o la scarsità di alcuni servizi, compresi quelli pubblici, e di alcuni beni strumentali indispensabili a una ripresa equilibrata. L’eccesso di moneta e di spesa può anche tornare a gonfiare bolle speculative dei prezzi immobiliari e finanziari. I mercati dei cambi, rimasti per ora più stabili del previsto, possono squilibrarsi improvvisamente, soprattutto se non si corregge bene il disavanzo strutturale della bilancia dei pagamenti statunitense. I cambi instabili creerebbero nuovi problemi al commercio e alla finanza nonché balzi nei prezzi delle importazioni di molti paesi e quindi dell’inflazione. Poiché l’inflazione riduce il valore reale del debito pubblico, il fatto che questo sia stato accresciuto dappertutto dagli interventi anticrisi è un incentivo per i governi ad accettarla.
Ai primi seri segni di ripresa dell’inflazione è probabile che alcune autorità monetarie, soprattutto in Europa, rispondano tornando ad alzare i tassi di interesse. Questa reazione potrebbe innescare un nuovo ciclo di pessimismo e fermare ogni segno di miglioramento ciclico. Assisteremmo allora all’aborto di una ripresa troppo precoce e troppo in anticipo sulle riforme e gli aggiustamenti strutturali necessari.
Per correggere gli squilibri che hanno portato alla crisi servono riforme radicali e meditate. Serve quindi tempo. Quando si arresta il crollo ci vuole un periodo abbastanza lungo di bassa crescita e laboriosa riorganizzazione. Va ridotto il grado medio di indebitamento degli operatori economici privati e pubblici, compreso il sistema bancario. Nei prossimi trimestri, fra banche e governi, la pressione per il rifinanziamento dei debiti in scadenza sarà fortissima. È una pressione che può tornare a disturbare i mercati finanziari e che domanderà che proseguano le iniezioni di moneta e i tassi di interesse quasi a zero, alimento per le aspettative di inflazione. È una crisi «da troppo debito» ed è stata gestita, per ora, ridimensionando poco i debiti e, in qualche caso, aumentandoli molto. Non si risolverà fino a quando la riorganizzazione internazionale delle spese, delle produzioni, della formazione di risparmio, e un’ingente accumulo di nuovi capitali di rischio, non avranno ridotto l’indebitamento passato e la propensione e crearne di nuovo.
Dobbiamo dunque insistere e darci tutti da fare per approfittare dell’effetto degli antidolorifici riducendone la somministrazione e accelerando molto le riforme, le vere medicine. Al di là dei dettagli, tutte le riforme importanti richiedono di spostare l’enfasi dall’interesse e dalla sovranità nazionali all’interesse globale e al rafforzamento di organismi sovrannazionali. Altrimenti non si possono riformare le politiche macroeconomiche, le regole della finanza e del commercio né si può riequilibrare la distribuzione globale del reddito, delle spese e delle produzioni.
Perciò, guardando ai prossimi mesi, i veri indicatori di ripresa saranno i successi, nei quali molto dobbiamo sperare, dei programmi dei G20 e del G8 nonché degli sforzi per far riprendere il cammino verso l’unione economica e politica dell’Europa, anche in seguito alle prossime elezioni e al rinnovo degli organi comunitari.
http://www.lastampa.it - 13/5/2009

Precedente: La crisi economica e i limiti dell’ottimismo

