Economia del Dono.Quando il dono diventa obbligatorio
Tradizionalmente, è alle donne che viene richiesto il maggior contributo di lavoro all’interno della famiglia. Usanze ataviche, che confinano la moglie (ma non solo!) all’interno della casa, al servizio di marito, figli, suoceri, genitori e addirittura zii e fratelli non sposati, sono vive e vegete anche se parlarne è tabù. L’obbligatorietà del dono porta talvolta, in contesti particolarmente problematici, ad uno dei “delitti emergenti”: l’infanticidio per depressione.
Ci troviamo in una grande città svizzera, ricca, di respiro internazionale. Una quarantenne single dirige un centro di ricerca in cui lavorano 70 ricercatori, decide di tornare a vivere nella casa di famiglia nel piccolo paese di origine, in cui è rimasto il fratello, anch’esso celibe. Ovviamente dovendo lavorare fuori casa, e viaggiare spesso, non può badare alla faccende domestiche e si prende un aiuto. Ma la visione tradizionale di una donna di mezza età con un fratello scapolo impone che la sua figura si situi a metà fra quella della moglie e quella della madre, con funzioni di serva: cioè, che lo accudisca, curi la casa e conduca una vita ritirata. Le voci cominciano a crescere: come mai si è presa una domestica: non può farlo lei? Come mai va così tanto in giro? Cosa fa mentre è assente da casa, anche per settimane intere? Non si vergogna a lasciare il fratello da solo, a farsi da mangiare lavarsi e stirarsi i vestiti? Non si vergogna a spendere dei soldi per lavori che potrebbe benissimo fare da sola? Ma che razza di donna è una così? Naturalmente, le critiche non venivano rivolte a lei né, tanto meno, al fratello direttamente; ma “riferite” da qualcuno a cui “stava a cuore” la sorte degli “amici”. In poche parole: l’uomo frequentava l’unico luogo di ritrovo del paese, il bar: ad un certo punto, la pressione sociale era tale che, vero o falso, pensava che quando entrava nel locale, tutti parlassero di lui e lo prendessero in giro “dietro le spalle”. La situazione divenne insostenibile: tanto che la sorella, plurilaureata, con un paio di master oltreoceano e la direzione di 70 ricercatori, ha dovuto tornare a vivere nell’appartamentino da single in città.
Questo è solo uno dei casi che ho raccolto durante la ricerca di campo sulla condizione della donna in arco alpino: ma sono ben sicura che, se si allargasse l’indagine a tutti i contesti rurali, e a gran parte dei ceti medio-bassi urbani (quelli, per intenderci, in cui non è possibile pagare una badante o una donna di servizio) la situazione sarebbe press’a poco la stessa. Perché il peso dell’economia informale (adesso è di moda chiamarla economia del dono) ricade sulle donne, che sono costrette a donarsi e a scambiarsi servizi. Di cura. Il contributo dell’uomo ai lavori di casa è aumentato in media di ben 15 minuti mensili negli ultimi dieci anni. La cifra si commenta da sola.
Non basta: l’Italia è il paese dove, percentualmente, si contano il maggior numero di badanti. E se l’enorme quantità di colf è dovuto, da un lato, all’assenza di servizi, dall’altro ci troviamo di fronte al rifiuto del maschio italiano di contribuire all’andamento della casa. E all’assenza di potere da parte femminile di imporgli un aiuto reale.
Ma questa situazione ha ragioni lontane. Antropologiche, direi, che si evidenziamo in tutta la loro drammaticità nei contesti rurali.
La crisi della famiglia estesa, che ha migliorato la vita di molte donne di città, in molti casi ha peggiorato l’esistenza delle abitanti dei paesi. Perché si è alzata la vita media della gente; si sono rotti i legami di solidarietà di vicinato e di parentela: ciò ha portato ad un incremento della popolazione anziana, che sopravvive in media molto più a lungo ed ha bisogno di cure costanti e faticose, che non diminuiscono nel tempo, come per i bambini, ma aumentano. Non è raro che una donna di 40-50 anni debba occuparsi, oltre che di figli, casa e marito, anche di genitori, suoceri e zii vari non sposati. Le strutture di supporto o non esistono, o per ragioni di obbligo morale, di pressione sociale, non si può servirsene: molte coppie, nei paesi, hanno dovuto tenere segreta la badante per i genitori anziani per paura delle critiche dei vicini (indirizzate naturalmente alla padrona di casa che “non ha voglia di lavorare”). E’ molto probabile che una figlia che non vuole ricalcare il destino di sua madre e fare “quella” vita, questa vita scapperà il più lontano possibile.
Le donne hanno risposto ad una repressione di secoli con la fuga: dal prete, dal paese, dai padri, dai fratelli, dai mariti; portando così ad uno spopolamento delle valli.
Il dato demografico nazionale generale di donne presenta una prevalenza sugli uomini: siamo al 51,60%. Per quanto riguarda l’età compresa fra i 20 e i 49 anni, siamo al 49,88%. Nelle province alpine però, se si prendono i comuni in cui la presenza di donne giovani è minore del 50%, la situazione si presenta ben diversa: nella stragrande maggioranza dei casi, i numeri sono sbilanciati sulla presenza maschile. Nell’82,25% dei comuni, le donne fra i 20 e i 49 anni sono meno del 50%. Si tratta di una differenza che varia fra 1 e 20 punti percentuali.
Nella stragrande maggioranza dei comuni alpini, ci sono dai 51 ai 55 uomini per 45-50 donne; ma, in alcuni ambiti territoriali, le percentuali sono decisamente più basse: ci sono circa 60 uomini per ogni 40 donne; e, in alcuni comuni, si arriva ai 65 uomini per ogni 35 donne in età fertile. Percentuali minori esistono, nelle Alpi occidentali, ma su un numero ristrettissimo e isolato di comuni, circondati da altri che si trovano in situazioni più equilibrate (anche se la parità non esiste quasi da nessuna parte).
Questi numeri indicano che le donne giovani se ne sono andate e continuano a fuggire.
Le traiettorie di uscita dal contesto familiare cominciano da giovanissime: fanno di tutto per farsi mandare a scuola fuori, accettando di stare in convitto dalle suore; poi si trovano un lavoro fuori e si costruiscono la propria vita all'esterno del paese, in maniera che vivere da single sia socialmente accettato perchè si sta da sole "per necessità". Nella stragrande maggioranza degli insediamenti in cui abbiamo fatto ricerca, non esiste la figura del single (maschio o femmina che sia) che vive da solo nello stesso paese dei genitori. In altre parole: se si decide di restare, bisogna accettare un modello sociale tradizionale, in cui le donne escono di casa se si sposano e mettono al primo posto la cura della famiglia estesa. Altrimenti, è meglio andarsene che accettare critiche, pettegolezzi, maldicenze. Così quelle che vogliono "vivere la propria vita" semplicemente si trasferiscono.
Le ragioni per questa vera e propria fuga della componente femminile della popolazione devono essere fatte risalire a considerazioni di ordine culturale. E, in effetti, è stata riscontrata una situazione di disagio generalizzato delle donne in gran parte nel corso del lavoro di campo. Sembra che nei paesi (ma anche nelle città!) non si accetti il cambiamento dei costumi e della moralità che è avvenuto negli ultimi decenni, la nuova condizione della donna, l’allentato controllo da parte della comunità di origine e della famiglia di appartenenza o di adozione, un diverso concetto del matrimonio e della relazione di coppia. Chi vuole vivere secondo schemi che sono ormai facilmente accettati a livello culturale, deve ancora andaresene.
Le richieste che vengono rivolte alle donne sposate o “mature” sono ancora quelle di occuparsi della famiglia malgrado lavorino fuori casa, indipendentemente dalla professione svolta e all’impegno che questa richiede; di destinare alla famiglia tutti i loro soldi; di “sopportare” marito e suoceri se non compiono atti estremi di violenza o sopraffazione: in poche parole: di “sacrificarsi” per il bene degli altri. Spesso, ancora oggi, è la sposa che va a vivere nella stessa casa dei suoceri, anche se in appartamenti diversi. In gran parte dei matrimoni esogami, è la moglie che viene da fuori e va a vivere nel paese del marito, con i genitori di lui di sopra, di sotto o di fianco. Per questa ragione, è tenuta ad occuparsi degli anziani non autosufficienti, personalmente. Perché, anche in presenza di redditi medio alti, e quindi delle disponibilità economiche per pagare un aiuto, ciò non è giustificato socialmente, e darebbe adito a “critiche”. Mentre le spese per la macchina nuova sono legittime, quelle per la badante (o per la casa di riposo) o per la bay sitter no: sono le donne di famiglia che devono occuparsi della gestione dei vecchi e dei bambini, oltre che del marito.
Non solo: in alcuni casi si è registrato che, dopo sposato, l’uomo è ancora libero di avere una vita personale, di svolgere attività nel tempo libero (sport, anche agonistico; soccorso alpino; volontariato; ….), di frequentare amici (fuori dal contesto domestico che, come abbiamo visto, rimane chiuso e privato). Quando una giovane madre di uno dei paesi in cui abbiamo condotto l’indagine è morta in un incidente stradale è stata criticata perché stava tornando da una giornata passata sulla neve…. Nel frattempo, la moglie tende ad occuparsi dei figli e degli anziani. Al contrario, la donna sposata una volta finito il lavoro deve tornare a casa. Impensabile che lasci i figli al marito per andare al bar tutte le sere prima di rientrare, che due volte la settimana passi la serata a giocare a carte con le amiche o in palestra ad allenarsi, che vada via per giorni interi per andare a caccia, che trascorra la domenica sui campi da sci o a pescare, spendendo per sé il denaro che occorre per le attrezzature e gli spostamenti (e che pure ha guadagnato col proprio lavoro), cosa che invece suo marito può fare tranquillamente una volta che le necessità della famiglia siano state soddisfatte. Le donne sposate che frequentano i bar sono considerate, nei paesi, per usare un eufemismo, come delle poco di buono. Non solo: comportamenti che sono tollerati “qualche volta” dagli uomini non lo sono nelle donne (per esempio, ubriacarsi di tanto in tanto, “prendersi delle distrazioni”).
Ancora oggi, le donne non hanno diritto al piacere: non possono nemmeno rivendicare il diritto al tempo libero: farsi sorprendere “con le mani in mano” è considerato indegno. Se le signore decidono di trovarsi assieme, devono inventarsi una scusa buona, possibilmente produttiva ma per la comunità, perché non possono perdere tempo in “cose inutili” e non possono fare vedere di essere “avide” reclamando una propria volontà di guadagno.
Quando la pressione raggiunge il limite
Condizioni di pressione sociale grave, ignorate e non riconosciute dal contesto, possono arrivare a far emergere fenomeni di disagio che possono portare a situazioni limite: in questi ultimi anni, si sono ripetuti i casi di “madri assassine” in arco alpino e in contesto rurale, dovuti a crisi depressive apparentemente inspiegabili. Ho svolto questa ricerca per il Centro di salute mentale di Cavalese, da anni attivo nello studio del disagio di genere. Ho fatto un piccolo studio antropologico del contesto socio-econiomico-culturale in cui sono accaduti i delitti. I risultati sono concertanti.
Sono stati presi in esame i casi di Cogne (Ao), Montjovet (Ao), Santa Caterina Valfurva (So), Casatenovo (Lc), Merano. In tutti questi casi di infanticidio, le madri sono giovani, prive di problemi economici o familiari, in “buoni rapporti” col coniuge, vivono in ambito alpino e rurale, in belle case, di proprietà. Il marito viene sempre definito “un gran bravo ragazzo che lavorava dalla mattina alla sera pensando solo alla famiglia”. Il livello culturale generalmente è basso. Tutte meno una, fanno la casalinga; ma anche nel caso brianzolo, l’impiego è a metà tempo, dequalificato e poco impegnativo (nessuna è una donna in carriera; anche la ragazza che fa la modella, giustifica il lavoro in TV come un passatempo). Secondo la mentalità comune, hanno il tempo e la possibilità di dedicarsi ai figli, da sole ovviamente. L’unica a cui è possibile chiedere aiuto è la madre: che non costa niente e, se vedova, è tenuta culturalmente ad aiutare la figlia. Se però muore, la sua figura non viene sostituita, anche alla nascita di un altro figlio (il terzo come a Merano).
Ogni volta, il marito è assente: a Cogne, frequentemente impegnato in politica; a Montjovet, ha lasciato la moglie sola 24 giorni dopo il parto per accompagnare i genitori a messa e poi aiutarli a sfalciare e lei era in giro in macchina da sola con due bambini; a Santa Caterina, ha lasciato la moglie sola con due bambini piccoli per andare a fare una gara di corsa in montagna; in Brianza, e a Merano, era a lavorare. Anche se sapeva che, da mesi o anni, la consorte “non dormiva più”.
In metà dei casi, si sapeva già, e da tempo, che la donna era in cura dei servizi psichiatrici: Merano, Casatenovo, Santa Caterina. Ma, a parte i farmaci, nessuna poteva godere di un aiuto in casa; né la loro condizione era stata ritenuta “abbastanza grave” da richiedere un’assistenza. Eppure forse i mezzi, volendo, ci sarebbero stati per poter pagare un aiuto: se solo si fosse ritenuto il loro lavoro qualcosa di troppo pesante per essere svolto senza collaborazione.
La sensazione che danno queste figure è di isolamento, solitudine estrema, chiusura fra le pareti domestiche. Quel che stupisce per esempio nei rapporti giornalistici sulla madre assassina di Merano, è che, mentre il marito era persona nota e capo del Soccorso alpino, e lei andasse – da anni – in ferie nel paese di origine del marito, in Val di Sole, chi ha ammesso di averla conosciuta (“bene”) dichiarasse che l’aveva vista “per strada”, “nell’orto”, ma mai in casa, in anni e anni di vacanze o nello stesso posto!
E’ ovvio che si tratta di casi estremi. Ma l’uso di psicofarmaci fra la popolazione femminile alpina in ambito rurale è diffuso, è spia di disagio ed è un problema di cui si fa una gran fatica a parlare.
2 dicembre 2008

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