Ecologia e ambiente obiettivi dell´equità
Imprigionata nel presente come l’economia, la politica non sa vedere le connesse emergenze dei nostri tempi.
I disastri naturali ed ecologici sono l´imprevedibile che
mette a dura prova la politica dettando le forme e i costi degli interventi,
imponendo la sua temporalità. Come le guerre, sono un´alterità radicale
rispetto alla politica. L´istituzione di agenzie di intervento rapido e di
soccorso, come la nostra Protezione Civile, sono nel migliore dei casi
efficaci nel tamponare gli effetti del disastro e, come si dice con un tono
ottimistico che a volte rasenta il cinismo, aiutare il ritorno alla
normalità. Nel frattempo, milioni di persone soffrono e in molti casi perdono
letteralmente tutto, come abbiamo visto in Abruzzo, Louisiana, Haiti e nei
numerosi luoghi devastati dai cataclismi.
Ma è proprio corretto parlare di imponderabile e imprevedibile? La domanda è
retorica nel caso dei disastri ecologici poiché qui il fattore umano,
colpevole o negligente che sia, è determinante. Secondo Anthony Giddens, che
è intervenuto recentemente al 20th European Annual Meeting di Amalfi
organizzato dal Dipartimento di Studi Politici dell´Università la Sapienza, la scienza
sociale e la politica farebbero bene a considerare le questioni climatiche
come parte delle politiche sociali, insieme ai disastri ecologici e ai
cataclismi naturali, non perché si sia in grado di determinare un rapporto
causale tra loro, ma perché il mutamento climatico, i disastri ecologici e la
crisi energetica ed economica sono incasellabili come emergenze del nostro
tempo tra loro integrate. Di fronte alle quali, secondo Giddens, la politica
dimostra tutta la sua deprimente inconsistenza, persa a gestire, spesso molto
male, l´amministrazione quotidiana, stordita in un letargo che la tiene fissa
al bricolage del presente.
La politica ha perso o deperito la vocazione a progettare e indirizzare la
società civile e l´economia verso un fine che dovrebbe essere quello di
realizzare le promesse democratiche: più eguaglianza, più o meglio
distribuito benessere. Ma l´appello alla politica non deve essere inteso come
un appello al ritorno del "big government", però. Giddens è stato
tra i padri fondatori della "terza via" che ha messo sotto accusa
lo statalismo sociale e non ha alcuna intenzione di rovesciare la propria
posizione. La sua proposta è quella di applicare la partnership
pubblico-privato, mercato-stato che era della terza via, alle questioni
ecologiche e dei mutamenti climatici. Propone alla politica di riacquistare
un´autorevolezza progettuale per porre regole, limiti e promuovere azioni di
stimolo o di dissuasione; per impedire che il mercato sia solo nella cabina
di regia.
Comprendere la natura della sfida del cambiamento climatico è essenziale.
Secondo Giddens, questa sfida può essere governata riuscendo a portare il
mercato a fare ciò che spontaneamente tende a non fare, soprattutto in casi
come questi: considerare il futuro come una risorsa. La politica come
correzione della miopia endogena all´economica. Progetto e regole, gli
strumenti delle comunità politiche, sono improrogabili quando eventi solo in
parte prevedibili o non prevedibili affatto travolgono la natura e la vita di
milioni. L´uragano Kathrina o il disastro ecologico del Golfo del Messico
targato BP sono invariabilmente portatori di povertà o perché si abbattono su
regioni povere (anche quando parti di uno stato non povero come gli Stati Uniti)
o perché causano impoverimento o aggravano l´esistente povertà. La sfida è
chiara e non c´è chi non condivida l´inadeguatezza degli strumenti fin qui
usati. Lo stato sociale era organizzato secondo previsione più o meno certe,
basate su una regolarità e normalità delle relazioni sociali. Pensare al
futuro era in qualche modo parte dell´investimento. Come si può incoraggiare
il mercato a pensare in termini di futuro in situazioni di rischio radicale
come sono quelle naturali? E´ proprio questa domanda che dovrebbe convincere
a considerare i mutamenti ambientali e climatici come parte della
elaborazione politica e sociale.
A provare che i cambiamenti climatici hanno cambiato i comportamenti
economici tradizionali è il mutamento delle strategie delle assicurazioni: i
rischi di alluvione, per esempio, sono diventati così alti che le
assicurazioni coprono solo parzialmente o per nulla. Indubbiamente la
frequenza e la gravità di queste calamità è messa in conto dalle
assicurazioni (e questo vale ad ammettere che esiste una relazione tra
mutamento climatico e disastri naturali) e se questo è vero, allora è urgente
la riscrittura delle regole per indurre le compagnie assicurative a mutare le
loro strategie. Incoraggiare il mercato – quello delle assicurazioni in modo
particolare – è un´impresa tutt´altro che facile come la battaglia di Barack
Obama per una riforma sanitaria seppur minima ha dimostrato. È arduo
convincere le corporations che si deve proteggere chi è vulnerabile; compito
della politica è convincere che è conveniente farlo. Giddens propone
esplicitamente di "assicurare i poveri" o i disastrati del
mutamento climatico come si assicura la vecchiaia o la malattia. Questa
sarebbe la nuova frontiera dell´utopia pragmatica: inserire l´ambiente e
l´ecologia tra gli obiettivi dell´equità, come la salute o l´educazione. Fare
dell´ecologia a un tempo un progetto di giustizia sociale e un progetto di
innovazione tecnologica al servizio del benessere generale.
Il padre teorico della "terza via" – che la Regina d´Inghilterra ha
da poco elevato a Lord – ha mantenuto intatta la fiducia nella partnership
virtuosa di pubblico e privato per la costruzione di una società dell´equa
condivisione di responsabilità rispetto alla vulnerabilità. Tuttavia questa
volta l´aspetto utopico è molto più accentuato di quanto non lo fosse quando
si trattava di rinegoziare lo stato dei servizi sociali. Anche perché quella
terza via ci ha lasciato una politica che è indubbiamente più debole, al
punto che, come assistiamo da due anni, gli stati democratici pare non
abbiano sufficiente autorità per imporre ai mercati finanziari regole di
trasparenza e di responsabilità verso la comunità. Il capitale finanziario
non ha confini né patria, soprattutto è indifferente alla materialità e alla
produzione di beni. Perché dovrebbe sentire solidarietà per i vulnerabili dei
cambiamenti climatici? E, poi, se i governi destinano finanziamenti per
assicurare chi è colpito dalle catastrofi, non c´è il rischio che i disastri
diventino cose economicamente vantaggiose e trattate come tali? C´è un
assunto non detto nella "terza via" ecologica che non è
convincente: che le corporations siamo mosse nelle loro decisioni da un senso
civico o umanitario. E c´è un assunto ancor meno dimostrabile: che le
relazioni di forza tra mercato finanziario globale e stati sovrani nazionali
siano come tra partner equipollenti. E´ un fatto che gli stati sono sempre
più impotenti di fronte ai mercati (luoghi di disastri altrettanto
imprevedibili di quelli naturali). La politica è riflesso dell´economia anche
nel senso che con l´economia essa condivide lo stato di miopia, l´incapacità
o la non volontà di progettare il futuro.
La Repubblica, 15 giugno 2010

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