È morto Salinger, ma Holden vive ancora
A 91 anni, se n'è andato lo scrittore di "The Catcher in the Rye"
«Voglio dire che ho lasciato scuole e posti senza nemmeno sapere che li stavo lasciando – è una cosa che odio. Che l’addio sia triste o brutto non me ne importa niente, ma quando lascio un posto mi piace saperlo, che lo sto lasciando. Se no, ti senti ancora peggio». Lo faceva dire al suo Holden Caulfield che cercava di prendere le distanze, Jerome D. Salinger. E ieri da un posto se ne è andato lui, dal mondo, per sempre. È morto a 91 di morte naturale nella sua solitaria villa nel New Hamsphire, ma, d’altronde, dalle scene se ne era già andato da un pezzo, quasi avesse scelto volontariamente l’esilio in se stesso, lontano dai riflettori della mondanità e della fama.
Anzi, si è difeso con le unghie da chi ha tentato di rovistare nella sua vita: i fotografi che provavano a immortalare l’uomo normale, i lettori entusiasti che scalpitavano per conoscere lo scrittore, i giornalisti che cercavano notizie.
Arrivò persino a portare in tribunale il biografo che avrebbe voluto raccontare la sua vita: «Mi chiamo Salinger, mi occupo di narrativa, non saprei come meglio definire il mio lavoro. Seguo i miei personaggi nella loro naturale evoluzione», disse laconicamente schivo al giudice per smorzare curiosità e attrattive su di sé. Ma quelle intanto crescevano per la terrena e infallibile legge delle cose che fa lievitare il desiderio di sapere su ciò di cui non si può e moltiplicare il potere di seduzione di quanto si ritrae. Per Salinger, però, non fu uno stratagemma pubblicitario.
Lui, dopo la fama mondiale con il suo primo
e unico romanzo del ’51, volle ostinatamente appartarsi, e lo fece davvero.
Quasi che in mezzo a tanta ribalta volesse proteggere l’uomo che era, in fondo
non tanto diverso da tutti gli altri. O forse perché non aveva altro da
aggiungere. Per paura, nausea, snobismo, intelligenza, immaturità, saggezza,
frivolezza o seriosità, nessuno può dirlo. Probabilmente, per gli stessi motivi
che non lo fecero scrivere altro, se non qualche (bel) racconto, dopo Il
giovane Holden. Sicuramente, il risultato fu
l’imprescindibile identificazione con il suo quasi diciassettenne e
universalmente noto personaggio e il conseguente premio, - o condanna per lui,
chissà, - di non poter mai essere dimenticato.
Perché il giovane Holden Caulfield è archetipo senza scadenza
dell’incapacità del riconoscersi nel mondo di chi è a un passo dal diventare
adulto ma non è ancora pronto e portatore sano ma inguaribile dell’inquietudine
un po’ ribelle e un po’ rinunciataria di chi non riesce a omologarsi al disegno
dei grandi e cerca con fatica la sua via. È stato psicanalizzato da critici e
lettori comuni per anni e anni e non è sempre piaciuto. «Flirta con l’ignoranza
e lo squallore morale dei giovani privi di interessi politici e letterari», ha
detto qualcuno di lui. E magari può essere ormai datato quel suo
linguaggio per l’epoca disinibito (e oggi quasi pudico) che con 237 goddam, 58 bastard e 6 fuck fece gridare allo scandalo i benpensanti, ma non lo è affatto
lo sforzo supremo e sempre uguale del giovane che prova a staccarsi
dai modelli sociali e familiari per ridefinire se stesso, con il peso greve
della leggerezza.
E allora ti pare che chi se ne è andato sia non sia lo
scrittore newyorkese di origini ebraiche, che abbandonò l’università per
imbarcarsi su una nave da crociera, lavorò nella filiale viennese della ditta
del padre, partecipò in fanteria alla Seconda guerra mondiale, amò molte donne e si
ritirò presto al riparo da sguardi indiscreti, ma quella dello studente
adolescente di buona famiglia che, turbato dalla morte del fratellino,
abbandonò il college e vagabondò per Manhattan pieno di domande senza
risposta.
Alla notizia della morte di Salinger ti viene da pensare
a quel ragazzo che rispondendo alla sorella Phoebe su cosa volesse fare da
grande disse: «Colui che salva i bambini, afferrandoli un attimo prima che
cadano nel burrone, mentre giocano in un campo di segale» e diede così, storpiando
il nome della poesia Comin ’Trough the Rye,
l’intraducibile titolo al romanzo The Catcher in the Rye che in Italia fu semplicemente Il Giovane Holden e vende ancora 25mila copie l'anno. È morto Holden, viene da dire un
po’ commossi. Ma no, tranquilli, non è così: Holden è vivo, vivissimo. E
Salinger con lui, ormai per sempre.
http://www.ffwebmagazine.it v 29 gennaio 2010

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