È la matematica il grande motore della civiltà
Il sistema oggi in vigore in Occidente è stato "inventato" in India nel V secolo e poi tramandato dagli arabi agli europei
Se avesse voluto apporre un´epigrafe al suo libro Il meraviglioso mondo dei
numeri (pubblicato da Einaudi Stile Libero), Alex Bellos avrebbe potuto usare
la duplice domanda del neurofisiologo Warren McCulloch: «Che cos´è il numero,
che l´uomo lo può capire? E che cos´è l´uomo, che può capire il numero?». Perché
il suo sterminato ed enciclopedico libro è appunto un tentativo, divertente e
riuscito, di rispondere a entrambi gli interrogativi, e di mostrare come le
storie del numero e dell´uomo siano in realtà intrecciate in maniera
inestricabile, e i progressi e regressi dell´uno siano andati di pari passo coi
progressi e regressi dell´altro.
L´espressione "mondo dei numeri" del titolo si riferisce dunque non
soltanto al concetto oggettivo di numero da una parte, e alle sue
rappresentazioni soggettive nello spazio geografico e nel tempo storico
dall´altra, ma anche alle facoltà intellettuali dell´uomo. In particolare, al
fatto che la scrittura alfabetica e la notazione numerica hanno sempre
fecondamente intessuto, in teoria e in pratica, un rapporto di mutua stimolazione
e derivazione.
Non stupisce quindi che il libro di Bellos sia in realtà una storia delle
civiltà mascherata, osservata e raccontata dai complementari punti di vista del
numero, delle cifre e del calcolo: tre aspetti di un´unica realtà, che
costituiscono le versioni aritmetiche del pensiero, della scrittura e del
linguaggio. Né stupisce che il libro mostri che, come le idee sono legate alla
lingua in cui vengono espresse, e le parole sono legate alla scrittura con cui
vengono registrate, così le varie civiltà abbiano affrontato e risolto in
maniera diversa i problemi di definire filosoficamente i numeri, rappresentarli
semioticamente e manipolarli matematicamente, rispondendo in maniera diversa
alla domande su che cosa essi siano, come si possano indicare e come li si
possa maneggiare.
Naturalmente, non tutte le civiltà hanno trovato "la soluzione" di
questi problemi, che consiste in una ricetta che combina i seguenti quattro
ingredienti. Primo, scegliere una base arbitraria ma conveniente: ad esempio, dieci.
Secondo, indicare tutti i numeri positivi minori della base con segni
differenti: ad esempio, le cifre da 1
a 9. Terzo, rappresentare i numeri maggiori mediante un
sistema posizionale, in cui le cifre hanno un valore diverso a seconda di dove
si trovano: ad esempio, assegnando allo stesso 1 il valore di uno, dieci o
cento, e allo stesso 2 il valore di due o venti, nelle espressioni 1, 12 e
123). E quarto, aggiungere una cifra (ad esempio, 0) per rappresentare allo
stesso tempo sia un posto vuoto nella precedente rappresentazione, sia il
numero zero corrispondente a una quantità nulla.
Anzi, questa "soluzione" è il lascito culturale all´umanità di
un´unica, grande civiltà: quella indiana della dinastia Gupta, che regnò nella
valle del Gange e dei suoi affluenti tra il terzo e il sesto secolo della
nostra era, ed è ricordata anche nella storia dell´arte per i suoi capolavori,
primi fra tutti le pitture e le sculture delle grotte di Ajanta. La più antica
registrazione dell´uso del sistema numerico indiano viene dalla Lokavibhaga:
un´opera del 458, la cui datazione stabilisce un limite temporale superiore
alla nascita del sistema numerico che oggi è universalmente in vigore nel mondo
intero, dopo essere stato adottato dagli Arabi, e da essi tramandato agli Europei.
I quali, come ricorda Bellos, non soltanto l´hanno accettato con grandi e
secolari resistenze, ma ancor oggi lo usano in maniera impropria. Ad esempio,
privilegiando alcune potenze della base dieci come il mille, il milione o il
miliardo, e non assegnando alle potenze intermedie nomi propri, bensì nomi
composti come diecimila e centomila, o dieci milioni e cento milioni, che
trattano quelle potenze come basi aggiuntive al dieci e macchiano la purezza
del relativo sistema decimale. Una stonatura che invece gli indiani seppero
evitare.
Come racconta Bellos, il massimo numero per il quale gli indiani coniarono un
nome fu quello delle gocce di pioggia che potrebbero cadere in diecimila anni
sull´insieme dei mondi, valutato dal Buddha in dieci alla centoquaranta e da
lui chiamato asankhya: una parola sanscrita che significa letteralmente
"innumerabile" o "incalcolabile". In Occidente soltanto
Archimede poté competere con queste imprese: per rimediare alla pochezza della
lingua greca, che aveva come massimo nome di numero la miriade, pari a
diecimila, nell´Arenario egli inventò un modo sistematico per parlare di grandi
numeri e lo applicò al calcolo del numero dei granelli di sabbia che potevano
riempire l´universo, da lui valutato in dieci alla sessantatrè.
Ma non solo i Greci non avevano nomi per i grandi numeri: non avevano neppure
le cifre, e usavano le lettere al loro posto. Poiché l´alfabeto classico aveva
ventiquattro lettere, aggiungendone tre cadute in disuso essi ottennero un
sistema di ventisette lettere, che divisero in tre gruppi di nove ciascuno: le
prime nove per le unità, le seconde nove per le decine, e le ultime nove per le
centinaia. Questo permise divertimenti come la composizione di poemi isopsefi,
"a stesso calcolo", in cui tutti i versi avevano la stessa somma
numerica delle lettere. O paranoie come la lettura simbolica di numeri quali
l´apocalittico 666, variamente interpretato nei secoli come il nome di Nerone,
Diocleziano, Lutero o il Papa.
Ma non facilitò le operazioni aritmetiche, per le quali si dovette ricorrere a
vari tipi di abaco: una letterale "tavoletta" che poteva essere di
sabbia, di cera o a gettoni, e che permetteva di compiere in maniera analogica
le operazioni che il sistema indiano permette invece di fare sulla carta in
maniera digitale, manipolando le cifre con l´ausilio delle "tabelline´´.
Bellos ci narra che l´abaco fu usato, in qualche forma, da tutti i popoli che
non possedettero un adeguato sistema numerico che permettesse di fare i
"calcoli": una parola, questa, che significa letteralmente
"pietruzza" (come nel caso dei calcoli al fegato o alla cistifellea),
e richiama l´origine primordiale dei numeri.
È in queste molteplici origini che si trovano le tante albe del numero di cui
trattano i vari capitoli del libro di Bellos. Il sistema sessagesimale additivo
dei Sumeri, ad esempio, di cui rimangono vestigia nel nostro computo dei
secondi in un minuto, dei minuti in un´ora e dei gradi in un angolo giro. Il
sistema decimale posizionale dei Babilonesi, che introdusse lo zero come posto
vuoto. Il sistema vigesimale posizionale dei Maya, che arrivò a considerare lo
zero come numero indipendente. E soprattutto il sistema completo di tutti gli
ingredienti degli Indiani, che condividono con i Babilonesi, i Cinesi e i Maya
l´introduzione del sistema posizionale, con i soli Maya l´invenzione dello
zero, ma con nessun altro l´intuizione della necessità di indicare in maniera
indipendente tutti i numeri minori della base.
Analogamente all´evoluzione biologica dell´uomo, o all´evoluzione linguistica
dell´alfabeto, non bisogna però guardare all´evoluzione numerica del sistema
indiano come a una teleologia. Da un lato, infatti, la constatazione che solo
una civiltà è arrivata alla "soluzione" mostra che quest´ultima non
può essere vista come un´inevitabile necessità, e dev´essere piuttosto
considerata come una fortunata contingenza. E, dall´altro lato, i risultati
geometrici, astronomici e architettonici raggiunti rispettivamente dai Greci,
dai Maya e dai Romani, che possedevano solo sistemi numerici parziali e
incompleti, mostrano che il progresso matematico, scientifico e tecnologico può
evolversi in direzioni multiple e complementari, di molte delle quali Il
meraviglioso mondo dei numeri narra le affascinanti vicende.
Repubblica 23.2.11

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