È la mappa dei nostri ricordi a dirci chi siamo e dove siamo
La memoria è il fondamento della nostra identità e del rapporto col mondo in cui viviamo
la memoria è il fondamento della nostra identità e del mondo che
abitiamo. Basta infatti un black out della memoria che più non sappiamo chi
siamo e in che mondo ci muoviamo, come capita alle persone anziane che perdono
la memoria e si perdono nel mondo. Già Platone, del resto, annotava nel Menone
(81 c) che «conoscere è ricordare», dove il ricordo è innanzitutto un
ri-accordo, che dalla dispersione genera unità e nell´unità rintraccia
quell´identità soggettiva e oggettiva che siamo soliti chiamare "Io"
e "Mondo".
Sia l´uno che l´altro non sono dati di realtà, ma costruzioni della memoria.
Non ci sarebbe "Io" se la memoria non costruisse quella sfera di
appartenenza per cui riconosco come "miei" azioni, vissuti, pensieri
e sentimenti. Non ci sarebbe "Mondo" se la memoria non cucisse la
successione delle visioni, che altrimenti si offrirebbero come spettacoli
sempre nuovi, apparizioni tra loro irrelate.
Lo vediamo nei bambini che nascono senza avere una mappa del mondo che consenta
loro di sapere chi sono e dove sono. I loro sguardi persi e i loro gesti
irrelati dicono che, senza memoria, ancora non dispongono di quelle mappe
cognitive ed emotive che si strutturano in modo abbastanza definitivo, secondo
Freud entro i primi sei anni e secondo i recenti studi delle neuroscienze entro
i primi tre.
Costruendo Io e Mondo, la memoria dischiude quell´apertura al senso da cui è
escluso l´animale che, senza memoria, non sa di sé e del mondo che lo circonda.
«L´animale tace - scrive Heidegger - perché non sa cosa dire», la mancanza di
memoria gli cancella qualsiasi orizzonte come offerta di un possibile senso. Il
senso della vita, prerogativa tipicamente umana, dipende infatti dalla visione
del mondo di cui disponiamo grazie alla memoria, che consente di interpretare
sé e il mondo a partire da quegli schemi cognitivi ed emotivi che nella
primissima infanzia ci siamo costruiti. Nessuno di noi abita il
"mondo", ma esclusivamente la propria "visione del mondo"
costruita dalla memoria, che in essa deposita la cultura di appartenenza, le
esperienze che abbiamo maturato nella famiglia in cui siamo nati, la lingua che
utilizziamo, le forme emotive che abbiamo acquisito, che insieme, attraverso i
percorsi accidentati della vita, consentono a ciascuno di rintracciare nella
propria biografia una forma, uno stile che ci rende unici e inconfondibili.
Le recenti scoperte scientifiche che hanno verificato (per ora a livello di
moscerini) la possibilità di iscrivere nella memoria "falsi ricordi",
modificando le mappe cognitive ed emotive che ci orientano nell´esperienza,
erano già implicite, senza sapere né il come né il perché, nella
neuropsichiatria di Eugen Bleuler e Carl Gustav Jung da un lato e nella
psicoanalisi di Freud dall´altro, che puntavano a modificare in senso positivo,
con l´associazione delle idee, la memoria inconscia alla base della nevrosi.
Loro lo facevano con la parola, oggi, se le ricerche proseguiranno, lo si potrà
fare con la biochimica: sia nel bene, per togliere dalla memoria ricordi
dolorosi responsabili della sofferenza psichica; sia nel male, condizionando
con "falsi ricordi" la visione del mondo per meglio adattare il
comportamento a vantaggio di chi ci preferisce meno uomini e più robotizzati. Un
problema serio, dunque.
http://www.repubblica.it 03/11/2009

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