E la bandiera dei tre colori è sempre stata la più bella
Il leghismo dalle mani pulite rappresenta un fenomeno corruttivo molto profondo: tollera, anzi puntella il potere delle "cricche" con uno scambio politico ormai chiarissimo: fate i vostri comodi nel Centro, nel Sud, nelle istituzioni ma in contropartita riconoscete che il Nord è cosa nostra
Un secolo e mezzo è trascorso da quando nel cortile di
Palazzo Carignano a Torino il Parlamento subalpino proclamò la nascita dello
Stato italiano. L'anniversario si presta ad alcune riflessioni, rese ancor più
attuali e necessarie dopo il discorso di Giorgio Napolitano a Reggio Emilia,
luogo storico del Risorgimento, perché fu lì che la bandiera tricolore sventolò
per la prima volta, portatavi dall'armata napoleonica che aveva fondato la
repubblica Cisalpina su un territorio strappato all'Austria e ai Savoia, più o
meno corrispondente a quello che la
Lega usa chiamare Padania.
Riflettere sulle condizioni dell'Italia dopo 150 anni di storia unitaria, dei
quali 85 di monarchia e 65 di repubblica, si presta anche ad un consuntivo che
riguarda al tempo stesso le condizioni economiche e politiche del paese e i
suoi valori culturali e morali.
Il tema consentirebbe molte citazioni, poiché i protagonisti sono tanti e ancor
più quelli che hanno studiato quelle vicende, ma prometto di non farne alcuna e
di dire ciò che penso con parole mie salvo una di Ingeborg Bachmann, che traggo
dal bel libro di Marcello Fedele Né uniti né divisi. Eccola: "In ogni
testa c'è un mondo e ci sono delle aspirazioni che escludono qualsiasi altro
mondo e qualsiasi altra aspirazione. Eppure noi tutti abbiamo bisogno gli uni degli
altri se vogliamo che qualcosa vada a buon fine".
Si direbbe che il nostro presidente della Repubblica abbia avuto presenti
quelle parole quando ha ammonito che trasformare uno Stato centralizzato in uno
Stato delle autonomie è un'impresa e una sfida di grande rilievo che ha bisogno
della collaborazione di tutti. Ma osservando quanto accade sotto i nostri occhi
si direbbe anche che delle due proposizioni della Bachmann sopracitate, la
seconda sia stata del tutto cancellata dallo spirito della nazione, mentre la
prima domina la scena della politica, dell'economia e del sociale.
Si direbbe cioè che si stia svolgendo da anni una lotta di tutti contro tutti
per la conquista dell'egemonia e del potere, il suo rafforzamento e la sua
estensione, senza più alcun disegno del bene comune. Una lotta che esclude e
non include, nella quale ciascuno dei protagonisti si sente depositario della
verità e della legalità; ciascuno le plasma a proprio piacimento e se ne vale
come armi contundenti; ciascuno si esprime in termini ultimativi chiedendo una
resa o la cancellazione degli altri.
Quando un Paese in tempi di tempesta dà questo spettacolo di sé, vuol dire che
siamo arrivati ad un punto di svolta estremamente rischioso. Ho usato fin qui
il verbo al condizionale, sembrerebbe, si direbbe, ma si tratta di un'inutile
cautela: la situazione di pericolo e di fragilità che stiamo attraversando
richiede il verbo all'indicativo: il pericolo c'è, è evidente e palpabile.
Quando un terzo della generazione giovane è escluso dal lavoro; quando le
diseguaglianze di reddito e di ricchezza sono arrivate a livelli intollerabili;
quando la distanza tra Nord e Sud raggiunge livelli del 40-50 per cento per
quanto riguarda l'occupazione, il reddito, le infrastrutture, la criminalità, gli
sprechi amministrativi, l'assistenza sanitaria, l'efficienza educativa,
l'economia sommersa; quando tutto questo avviene e si aggrava giorno dopo
giorno senza che la classe dirigente se ne dia carico e vi ponga riparo,
ebbene, occorre che l'allarme sia lanciato affinché gli uomini e le donne, i
vecchi e i giovani di buona volontà si uniscano scrollando dalle loro spalle
indifferenza e delusione e prendano in mano il proprio destino e quello della
comunità, parlino tra loro e si ascoltino. Per risalire la china in cui siamo
precipitati, "abbiamo bisogno gli uni degli altri se vogliamo che qualcosa
vada a buon fine".
* * *
Il Risorgimento, quel tratto di storia patria che ebbe come prologo la
repubblica napoletana del 1799, continuò con i moti carbonari del 1821, con la
fondazione della Giovane Italia del '30, con i moti del '31, con le Cinque
Giornate milanesi del '48 e poi con la prima guerra d'Indipendenza, la
repubblica di Roma del '49, l'insurrezione
di Venezia, la sconfitta di Novara, la guerra del '59 in alleanza con la Francia, la spedizione
garibaldina del '60 e infine la proclamazione dello Stato unitario nel marzo
del '61, fu un esempio della collaborazione degli uni con gli altri affinché
qualcosa andasse a buon fine.
Le aspirazioni erano diverse, come è normale che sia. I Savoia e Cavour
volevano un regno del nord Italia, i Lombardi volevano l'autonomia e
l'indipendenza, Carlo Cattaneo voleva il federalismo dei municipi e gli Stati
Uniti d'Italia basato su tre o quattro entità territoriali confederate, Mazzini
voleva la Repubblica
unitaria in una Europa democratica e pacifica, Garibaldi voleva la rivoluzione
popolare, l'indipendenza e l'unità conquistate dal basso, la fratellanza e
un'idea di socialismo, ma voleva soprattutto l'Italia unita, fosse pure sotto
Vittorio Emanuele.
Cavour era probabilmente il solo ad avere una visione d'insieme e gli strumenti
per guidare pragmaticamente quel movimento i cui molteplici fili passavano
tutti tra le sue mani. Aveva una diplomazia, un esercito, denaro, spie e una
passione. Usò spregiudicatamente Garibaldi, pose il problema italiano nel
consesso europeo radunato a Plombiers, usò la contessa di Castiglione e
Costantino Nigra per stipulare l'alleanza con Napoleone III, volle il
matrimonio tra la figlia del re e Girolamo Bonaparte, mandò i bersaglieri in
Crimea. Cercò perfino di utilizzare Mazzini e Cattaneo. Cercò di bloccare
l'impresa dei Mille ritenendola prematura, ma quando le Camicie Rosse salparono
da Quarto fece di tutto perché la squadra navale inglese ne favorisse l'arrivo
a Marsala. Alla fine mise in marcia l'esercito verso il Sud e lo fece seguire
dai plebisciti di annessione.
Certo, fu un'annessione cui seguì l'atroce guerra civile del brigantaggio e del
borbonismo cattolico. Atroce da ambo le parti, con un solco sanguinoso che
inquinò la raggiunta unità per molti anni, aggravato da un centralismo sul
modello piemontese, dalle tasse e dalla leva militare. Dall'ostilità del
Vaticano e del mondo cattolico e dall'assenza delle "plebi" contadine.
La questione meridionale fu posta all'attenzione del Paese pochi anni dopo, da
Giustino Fortunato e poi da Nitti cui si affiancò la prima leva del
meridionalismo con la grande inchiesta sul Mezzogiorno di Franchetti.
Era un punto di vista documentato, ma difficilmente avrebbe potuto trasformarsi
in una questione nazionale: anche il Nord aveva necessità e urgenze di
modernizzazione e le fece valere con una forza direttamente proporzionale alle
industrie e alle banche che ne rappresentavano il tessuto produttivo e
finanziario. I confini territoriali e la grande pianura solcata dal Po e dai
suoi affluenti fecero il resto, un polo di attrazione che trasferì dal Sud al
Nord risorse, talenti e maggior attenzione dei governi.
Sarebbe fazioso tacere che un movimento di capitali dal Nord al Sud vi fu: la
rete dei trasporti, la rete dell'elettricità, capitali e lavori pubblici: lo
Stato non lesinò, ma il grosso di quelle risorse fu intercettato dalle
clientele meridionali, in gran parte latifondiste e agrarie. L'alleanza politica
fu tra la classe dirigente settentrionale e le clientele del Sud. Le plebi -
come allora le chiamavano - presero la via della grande emigrazione verso la Francia e verso le
Americhe.
* * *
Io credo che il dibattito revisionista sul Risorgimento, che fu aperto a
sinistra da Gramsci e dalla parte cattolica da Sturzo, sia stato utile e
culturalmente fecondo. I continuatori furono liberali e radicali: Luigi
Einaudi, De Viti De Marco, Maffeo Pantaleoni.
Non altrettanto fecondo è stato il revisionismo più recente, che si trasformò
in una denigrazione sistematica del moto risorgimentale con una venatura
abbastanza evidente anche se dissimulata di nordismo. Fece da apripista al
leghismo becero che ormai è un potere in grado di condizionare l'intero assetto
politico del paese.
Il leghismo dalle mani pulite rappresenta un fenomeno corruttivo molto
profondo: tollera, anzi puntella il potere delle "cricche" con uno
scambio politico ormai chiarissimo: fate i vostri comodi nel Centro, nel Sud,
nelle istituzioni ma in contropartita riconoscete che il Nord è cosa nostra, il
federalismo siamo noi a gestirlo e a farne le leggi e i decreti di attuazione.
Così un partito che vale il 12 per cento in termini nazionali ma il 30 per
cento nella Padania, è diventato non solo il possessore della golden share
nella politica nazionale, ma la forza che sta costruendo un federalismo
secessionista con la complice benevolenza del berlusconismo, tanto più eminente
quantitativamente e tanto più fragile come potere forte. C'è da discutere se la Lega sia costola del
berlusconismo o viceversa. Propendo per il viceversa: il berlusconismo è
nordista non meno della Lega, ma da Torino a Treviso, con la sola eccezione del
potere aggregato di Formigoni, è Bossi che governa. Se continua così,
Berlusconi diventerà il proconsole di Bossi nell'Italia centromeridionale. Le
premesse ci sono tutte e Tremonti ne è consapevole e fa parte del gioco.
* * *
Dice Napolitano che, nonostante queste torsioni costituzionali che deformano il
volto della democrazia, il moto risorgimentale sboccato nell'Unità ha di gran
lunga migliorato le condizioni non solo del Nord ma anche del Sud. È certamente
così in termini assoluti, ma non lo è in termini relativi e infatti è lo stesso
Presidente a segnalare - da qualche tempo con accresciuto vigore - quelle
criticità. In specie se riguardano i giovani. Se la media nazionale della
disoccupazione giovanile segna un pauroso 30 per cento, nel Sud tocca il 40 con
punte del 50. Un abisso, nel quale la gioventù meridionale rischia di
scomparire diventando un esercito di disperati abbandonato a se stessi, senza
futuro e senza presente. La coesione sociale è ormai una lastra di vetro che
può infrangersi con conseguenze letali per tutto il Paese.
Proprio mentre si celebra l'unità d'Italia, la separazione tra le istituzioni e
il popolo ha superato i livelli di guardia e non è un caso se la sola
istituzione che raccoglie il massimo consenso sia proprio quella che ha sede al
Quirinale: un'istituzione che però ha il solo potere della parola e della
testimonianza, così come si era già visto quando toccò a Ciampi lo stesso
compito.
Il Risorgimento può essere interpretato in molti modi, ma ce n'è uno che
sottolinea la continuità ideale tra l'unità del paese e i valori culturali
della modernità ed ha la sua icona nella bandiera dei tre colori. I tre colori
e i tre principi: libertà eguaglianza fraternità.
La rinuncia a quei tre colori e a quei tre principi significherebbe la fine
dell'unità perché su di essi si basa il patto costituzionale. Il federalismo
agganciato a quei tre principi è un avanzamento; senza di essi ed anche senza
uno solo di essi il federalismo disgrega il patto costituzionale, disgrega la
convivenza, disgrega l'economia e la coesione sociale.
Facciamo voti perché ciò non avvenga, ma l'esito dipende da ciascuno di noi e
dalla sua volontà di battersi affinché quei tre colori e i principi che
rappresentano non siano cancellati dalla nostra storia.
http://www.repubblica.it (09 gennaio 2011)

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