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E l’Europa si scoprì un po’ più tedesca

Solidarietà, efficienza, comunità E modernità senza indulgenze pop

 

 

La forza che fa oggi della Germania un punto di riferimento della politica europea, nei grovigli della crisi finanziaria, ha origini antiche; ha radici in quel capitalismo «renano» decisamente diverso da quello anglosassone e specialmente americano. È una tradizione capitalista che valorizza il risparmio, non abbandona la produzione (anzi la privilegia) per la speculazione, preferisce la Banca alla Borsa, crede nelle regole. Una forza che si manifesta anche nella capacità di fare politica senza indulgere a toni «pop».
I l fratello di Gershom Scholem — il massimo conoscitore della mistica ebraica, una delle grandi figure della cultura del Novecento— era un fervido patriota tedesco, profondamente convinto che alla Germania spettasse un ruolo di protagonista culturale e spirituale in Europa. Scampato alla persecuzione nazista, si era recato in Israele dove, molti anni dopo, durante una conferenza stampa, un giornalista gli chiese beffardamente se credeva ancora in quella grandezza della Germania. «Certo, rispose, non crederà mica che basti un Hitler qualunque a farmi cambiare idea» . Oggi sarebbe probabilmente contento di vedere come la Germania eserciti una funzione di leader europeo, specie per quel che riguarda la crisi economica e in particolare finanziaria che stanno attraversando numerosi Paesi d’Europa, e detti le regole per affrontare questa crisi. Naturalmente in quella risposta dell’esule scampato alla Shoah c’era tutta l’affascinante, indistruttibile e riottosa vitalità dell’ebraismo, che nei secoli nessuna spaventosa persecuzione e neppure la più recente e spaventosa di tutte è riuscita a piegare e che ha resistito grazie alla propria insopprimibile e sanguigna fedeltà a se stesso e ai valori quotidiani, come quell’Aron Lieukant che, partendo per Auschwitz, scrive ai figli raccomandando loro di non bere acqua ghiacciata quando sono sudati. La voluta improntitudine di quella battuta testimonia peraltro una grande verità storica e cioè la profonda simbiosi tedesco ebraica, che aveva fatto degli ebrei tedeschi non solo dei patrioti— come dimostra l’alto numero di croci di guerra da essi riportati nel primo conflitto mondiale— ma anche dei portatori della cultura tedesca. In questo senso la Shoah è stata non solo un’immane barbarie, il culmine del male, ma anche un idiota suicidio, che fa di Hitler e del nazismo non solo i carnefici degli ebrei ma anche i distruttori della Germania, non soltanto rasa al suolo alla fine della Seconda guerra mondiale, ma anche segnata da un’onta che ha marchiato tutta la sua civiltà, detronizzandola da quella centralità non solo geografica ma culturale europea e avvolgendo di sospetto ogni valore del suo grande retaggio, travolto dall’infamia sorta certamente anche da esso, ma che non esaurisce tutta la sua realtà e la sua ricchezza umana. La Germania ha dato al mondo occidentale le ultime grandi filosofie che si sono confrontate, in modi diversi e talora opposti, con le domande radicali sulla verità e la vita, i sistemi filosofici che non hanno solo indicato come amministrare o analizzare il mondo, ma anche come dargli senso. Nella Prima guerra mondiale la Germania non rappresentava affatto, come spesso si è voluto dire, una società e un’umanità peggiori della Francia o dell’Inghilterra; forse un paio di passi indietro rispetto a quest’ultime per quel che riguarda il liberalismo parlamentare, era un paio di passi avanti per quel che riguarda la legislazione sociale — sin dai tempi di Bismarck, ispiratore in terra inglese di Lord Beveridge— e dunque la qualità di vita dei suoi cittadini. La forza che fa oggi della Germania un punto di riferimento della politica europea, nei grovigli di una sconvolgente e fantomatica crisi finanziaria, ha origini antiche; ha radici in quel capitalismo «renano» che — rigorosamente capitalistico e alieno da qualsiasi tentazione di terze vie— si distingue decisamente da quello anglosassone e specialmente americano, com’è stato rilevato da molti e, con particolare efficacia, da un libro di Michel Albert divenuto un piccolo classico, Capitalismo contro capitalismo, che è una guida per comprendere anche ciò che sta succedendo oggi (1991; traduzione in italiano di Luca Lanini, Il Mulino 1993). È una tradizione capitalista che valorizza il risparmio, che non abbandona la produzione (anzi la privilegia) per la speculazione, che preferisce la Banca alla Borsa; che punta alla durata (nei rapporti tra impresa e proprietà e tra impresa e clienti, come nei profitti) piuttosto che al profitto immediato e all’instabilità azzardata; che chiede allo Stato di non interferire ma di garantire una corretta concorrenza; che crede nelle regole più che nelle sirene della deregulation; che cerca di conciliare l’efficienza del mercato con la giustizia e di correggere le eccessive diseguaglianze, nella convinzione che quest’ultime non costituiscano soltanto un’iniquità, ma indeboliscano tutta la comunità e dunque alla fine pure l’economia. Una tradizione che ha visto i sindacati contribuire sotto vari aspetti alla gestione e ha elaborato un sistema di provvidenze, pensioni, assistenza sanitaria che ha creato un mondo decente senza cedere troppo agli abusi assistenzialistici che altrove hanno inficiato analoghe esperienze. Per questo capitalismo non tutto è commodity; c’è anche la community con i suoi beni, beni di mercato ma anche beni misti, sottolinea Albert, quelli che fanno la qualità di vita — di cui fa certo parte il guadagno, ma anche le condizioni del lavoro che produce quel guadagno. Pure il grande problema dell’emigrazione è stato complessivamente affrontato — nonostante qualche episodio orribile di alcuni anni fa e la resistenza all’integrazione di una cultura che si richiama più al diritto di appartenenza nazionale (ius sanguinis) che a quella del luogo di nascita (ius soli) — in modo soddisfacente e sempre più aperto, come dimostra un recentissimo e incisivo documentario di Alessandro Melazzini, Monaco. Italia. Storie di arrivi in Germania. Alla base di tutto ciò v’è l’idea che la qualità di vita di un individuo, il suo benessere, comprende pure l’ambiente in cui egli vive e il livello (umano, civile, sociale) delle persone che vivono intorno a lui e formano il tessuto della sua esistenza. È una concezione economica che si radica in una cultura dell’economia e dunque inevitabilmente in una visione del mondo (permeata, nel caso dei governi guidati dalla Cdu, pure dalla solidarietà propugnata dalle Chiese protestanti e cattolica, peraltro nel pieno rispetto della laicità dello Stato). Questa concezione, che caratterizza fortemente la civiltà tedesca, ha accompagnato la rinascita della Germania dalle macerie della Seconda guerra mondiale, le ha permesso di aiutare gli Stati Uniti a superare il crac della Borsa del 1987; l’economia tedesca ha conosciuto fasi alterne di crisi e di esuberanza e ha permesso il vero miracolo della riunificazione, finanziariamente così difficile e nel complesso affrontato con grande efficienza. Oggi la crisi investe pure la Germania— si pensi alla disoccupazione — che la fronteggia senza perdere la testa. A questa concezione, scriveva Albert, manca il look mediatico; non è sexy come la deregulation americana, è più formica che cicala; resta in ombra rispetto a una cultura che favorisce l’idolatria dell’immagine e del successo, il brivido dell’avventura di James Bond al casinò, i rapidi rovesci della Borsa, la febbre esaltante del consumo — che è stato uno scrittore romantico tedesco, Friedrich Schlegel, a descrivere più di duecento anni fa nella sua bulimia di prodotti (non solo economici, anche artistici) sempre più stimolanti ed eccentrici, come droghe sempre più sofisticate per un palato sempre più assuefatto. L’artefice del miracolo economico tedesco, il ministro e poi Cancelliere Ludwig Erhard con la sua pancia e il suo sigaro è meno seducente di Michael Milken, il re dei banchieri americani soprannominato «The King» e condannato a dieci anni di galera; la deregulation— è stato detto più volte — richiama Hollywood, le star mitizzate e bruciate dal successo, il western, gli animali da preda, il tycoon pescecane; l’inevitabile corruzione assume il fascino di un eros trasgressivo. Ma la corruzione è parola ambigua; indica la carne umana che si vende, ma anche quella che imputridisce e muore. La crisi di un’economia essenzialmente finanziaria non fa vedere la malattia concreta, tangibile della vita che declina, la consunzione delle cose, perché non conosce le cose, ma solo pezzi di carta, numeri, bit digitali di transazioni che trasferiscono agli antipodi oggetti e destini che non si vedono. La finanza, quando deperisce o perisce, non s’incendia come uno stabilimento industriale, ma scoppia come una bolla di sapone. «Le operazioni di scalata — diceva un operatore di Wall Street citato da Albert — somigliano sempre di più a un gioco di società lontano dalle realtà economiche e industriali, né più né meno che il Monopoli dei bambini» . Le persone coinvolte, in bene e in male, in tale gioco diventano anch’esse astratte, quasi fossero solo cifre. Ora Angela Merkel, persuasa che nulla e neanche il mercato possa funzionare senza regole, ne detta alcune ben precise relative alla competitività e alla stabilità, quali ad esempio l’obbligo di pareggiare il bilancio, l’armonizzazione delle tasse societarie e dei meccanismi nazionali di salvataggio delle banche. In questo momento la Germania è, in Europa, il paese leader. Danilo Taino osserva acutamente che la Germania sta lentamente abbandonando le remore legate al complesso di colpa per l’atrocità nazista e guarda all’Europa non più quale legittimazione che le consente di partecipare al consesso degli Stati democratici, bensì quale casa comune in cui assumere un ruolo politico rilevante. È un’osservazione essenziale, una chiave per capire la Germania di oggi. Ciò non implica alcuna rimozione dell’orribile passato, come rivelano tante posizioni della stessa Angela Merkel, ma un diverso atteggiamento nei confronti della viva consapevolezza di quel passato. Questo processo è forse meno presente nella letteratura, ancora bruciantemente marchiata, come del resto è il suo compito, da quella consapevolezza di colpa o tentata di liberarsene in modo stridulo, come è avvenuto qualche anno fa con un celebre e discusso testo di Martin Walser. Forse Sebald, notevolissimo scrittore prematuramente scomparso, si è avviato sulla strada di una consapevolezza radicale ma non paralizzante della colpa tedesca. Il prestigio e il rilievo dell’odierna Germania derivano in buona parte da quel capitalismo renano; un capitalismo umano anzitutto per i suoi legami con la realtà concreta, con le cose e non solo con l’immaterialità digitale della finanza. Questo rapporto con la realtà e non solo con la sua finzione e rappresentazione ha inevitabilmente una carica morale, che è sempre concreta, come l’olio o il vino nelle parabole evangeliche. Angela Merkel guida un governo di centrodestra. Mi vergogno, da germanista, di scoprire appena adesso che in tedesco, lingua che dovrei conoscere, centro e destra hanno evidentemente un significato diverso che in italiano, perché il governo di Angela Merkel è ben più lontano dall’attuale centrodestra in Italia di quanto lo sia dalla socialdemocrazia. Il centrodestra guidato da Angela Merkel dimostra che si può fare politica— e buona — distinguendo la sfera pubblica da quella privata, senza indulgere ad alcun tono «pop» (che sta iniziando a contagiare pure la Francia di Sarkozy e la Spagna di Zapatero) e senza offendere le elementari regole di decenza (pure in questo campo trionfa in Italia la deregulation). Ma soprattutto Angela Merkel governa— forse anche grazie a quella tradizione renana — un Paese reale che non si è ancora confuso con l’Isola dei famosi e non è ancora così lordato da quella melma che sale dai tombini e che non è certo la fregola di signori attempati, di cui troppo si parla, bensì l’indistinzione fra vero e falso, vita e recita, politica e talk show, bigotteria e bestemmia, fatti e notizie che li riportano e inventano, creando una bolla non solo finanziaria che si gonfierà ancora e prima o dopo scoppierà. Cucù, ha fatto un paio di anni fa il nostro presidente del Consiglio al Cancelliere Angela Merkel venuta a incontrarlo a Trieste per un appuntamento politico europeo.

Corriere della Sera 13 febbraio 2011

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