E Keynes criticò la pace di Versailles
L’economista capì che umiliare i tedeschi era un grave errore
La raccolta di scritti di John Maynard Keynes Sono un liberale?, curata da
Giorgio La Malfa
e pubblicata da Adelphi, è un libro di grande interesse e piacevolissima
lettura. La scelta dei testi si fonda sui volumi IX e X dei Collected Writings
che a loro volta si rifanno alle due raccolte curate dallo stesso Keynes
all’inizio degli anni Trenta, gli Essays in Persuasion e gli Essays in
Biography. Lo stile è quello del pamphlet, coraggiosamente innovatore, colto
senza pedanteria, concentrato sull’attualità e insieme profetico, di raffinata
capacità argomentativa e ricco di sintesi fulminanti. La raccolta comprende sia
i magistrali ritratti di Alfred Marshall, Thomas Malthuse Isaac Newton (ma
anche di Wilson e Clemenceau), sia i saggi critici sugli splendori, le miserie
e il futuro del capitalismo individualistico, oltre alla connessa
interpretazione del comunismo sovietico. Nella sua bella introduzione La Malfa ripercorre le tappe
fondamentali del pensiero di Keynes, mostrandone sapientemente la profonda
originalità e la costante attualità. Ciò mi permette di concentrare
l’attenzione su quattro soli scritti.
Il primo è quello con cui si apre la raccolta, tratto da quel grande libro,
scritto a pochi mesi dalla firma del Trattato di Versailles, che è Le
conseguenze economiche della pace, in cui Keynes espone la sua lucidissima
critica della «pace cartaginese» (imposta alla Germania dalla ottusa e
inflessibile volontà del governo francese), ritenendola in pratica sbagliata e
foriera di tragedie che profeticamente paventa. I ritratti contrapposti del
primo ministro francese Clemenceau, il vincitore della Conferenza, e del
presidente americano Wilson, lo sconfitto, sono di spietata intelligenza
psicologica. Clemenceau è descritto come il campione del realismo politico,
negoziatore privo di generosità e di scrupoli, che «aveva una sola illusione, la Francia; e una sola delusione,
l’umanità, inclusi i francesi, e non ultimi i suoi colleghi». La sua politica
appartiene al passato, non al futuro, al conflitto di potenza tra Francia e
Germania, non alla visione di una civiltà in cerca di un nuovo ordine, capace
di porre per sempre fine alla guerra civile europea. Per spiegare perché questa
linea politica prevale sul disegno lungimirante di Wilson, i famosi Quattordici
Punti che dovevano porre le basi della pace tra le nazioni, Keynes viviseziona
magistralmente la personalità di Wilson, non un «re filosofo», ma un «pastore
presbiteriano» con «pensiero e temperamento essenzialmente teologici, non
intellettuali», di mente poco elastica e privo di un progetto concreto,
incapace di ottenere risultati di sostanza «anche a costo di sacrificare
qualcosa alla lettera», sempre più isolato e inerme di fronte alla sottigliezza
dei sofisti e alla ipocrisia degli scribi, col risultato di finire a sostenere
il contrario della sua posizione iniziale e cioè l’inflessibilità del Trattato
e il rifiuto della conciliazione.
Un secondo scritto di particolare interesse è il testo della lezione tenuta
nell’agosto del 1925 alla scuola estiva del Partito liberale, che da il nome
alla raccolta, assai attuale per la capacità di individuare le questioni veramente
rilevanti (la pace, il rendimento del governo, le questioni sessuali, il
controllo delle forze economiche) e per l’esortazione ad avere il coraggio
dell’impopolarità: «La transizione dall’anarchia economica a un regime che mira
deliberatamente al controllo e alla direzione delle forze economiche
nell’interesse della giustizia e della stabilità sociale presenterà difficoltà
enormi sia tecniche che politiche. Ritengo tuttavia che il vero destino del
nuovo liberalismo consista nel tentare di risolverle… Dobbiamo accettare il
rischio dell’impopolarità e della derisione: solo allora... nuova forza verrà
infusa nella nostra organizzazione».
Sulla stessa lunghezza d’onda sono i tre articoli scritti dopo il viaggio del 1925 in Russia, in cui
Keynes coglie la commistione di oppressione e di esaltazione in «quel
laboratorio di vita» che è la società sovietica, non tace i molti aspetti che
gli appaiono detestabili e la pochezza di una dottrina economica inadatta al
mondo moderno, ma riconosce anche la straordinaria novità di un atteggiamento
critico nei confronti della auri sacra fames che caratterizza la nostra
società; interpreta il comunismo come una nuova religione e ammonisce che se il
capitalismo irreligioso vuole sconfiggerlo deve dimostrare di essere assai più
efficiente.
La raccolta si chiude con il testo postumo su Newton, in cui Keynes espone la
tesi, allora assai originale e oggi ampiamente condivisa, che «Newton non fu il
primo scienziato dell’età della ragione», ma «l’ultimo dei maghi... perché
guardava all’intero universo, e a ciò che esso racchiude, come a un enigma, un
soggetto che poteva essere svelato applicando il puro ragionamento a certi
segni, a certi indizi occulti che Dio aveva disseminato nel mondo per
consentire alla confraternita esoterica una sorta di caccia al tesoro
filosofica».
Molti sono gli insegnamenti che si possono trarre da questa lettura, ma i più
importanti sono la convinzione della potenza delle idee e della connessa
importanza degli intellettuali e la difesa incondizionata della libertà di
pensiero e di critica; sono tratti distintivi che fanno di Keynes un vero
liberale (dando risposta affermativa al titolo della raccolta) e che possono
essere di orientamento in un’epoca in cui la maggioranza sembra rassegnata
all’onnipotenza del denaro e alla incapacità di comprendere i processi sociali.
Corriere della Sera 5.12.10

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