E il mito creò il numero. Viaggio alle origini della matematica
Oggi abbiamo smarrito il senso di sintesi fra pensiero scientifico e umanistico presente nel calcolo
Sullo sfondo del nuovo libro di Paolo Zellini – Numero e Logos, Adelphi, pagg. 449, euro 32) – c´è un problema
antico, ma non per questo meno attuale, meno, starei per dire, impellente: il
rapporto ordine-disordine. È una coppia che conosciamo bene: la vediamo
all´opera nella politica, nell´economia, e perfino nei rapporti privati. Non è
detto che l´ordine sia un bene assoluto e che il disordine rappresenti il male.
L´uno e l´altro si tengono, si condizionano, a volte familiarizzano, altre
ancora si escludono. Si attraggono e si respingono. Si affiancano e si
alternano. C´era una frase che circolava nel ´68, attribuita al Presidente Mao:
"grande è il disordine sotto il cielo, eccellente la situazione".
Voleva dire che il disordine non è solo fonte di disavventure, ma anche di
sogni, di progetti, di utopie, di follie rivoluzionarie. Dal disordine può
nascere il nichilismo che richiede, tuttavia, ordine ed esattezza. Zellini lo
dice con molta chiarezza: «Il disordine sociale è anch´esso organizzato con
cura». Egli cita I fratelli Karamazov, forse il solo grande romanzo in cui la sovversione
prende l´inquietante forma del numero e del logos, della puntualità e del
calcolo nell´esecuzione. Verrebbe da aggiungere che molti film di Hitchkock
sono costruiti sull´idea che il disordine (il male) richiede una perfezione
dell´esecuzione che solo il calcolo può offrire.
Zellini è in origine un matematico, ma le sue straordinarie competenze
filosofiche ( e questo libro le esibisce con maestria, spaziando dal mondo
antico a quello moderno) ne fanno un personaggio singolare, forse unico nel panorama
italiano.
Il suo lavoro va in una direzione diversa
dai tanti tentativi che la matematica ha fatto per assoggettare la filosofia.
Insomma, niente filosofia della matematica, ma pari dignità a entrambi i
saperi. È così?
«La tentazione di dire "niente filosofia della matematica" è forte,
almeno nell´accezione comune del termine, nella quale prevale la convinzione
erronea di poter fondare la matematica sulla logica. Quest´ultima, sebbene
abbia una stretta relazione con la moderna scienza del calcolo, non basta per
capire che cosa hanno in comune matematica e filosofia. Viceversa, una parte
del pensiero mitico, filosofico e rituale, che di solito ignoriamo, aiuta a
capire meglio il significato di importanti costruzioni matematiche».
A questo proposito è interessante che lei dedichi spazio alla figura di Proteo
e al fatto che questo dio si colloca tra l´esperienza del mare e quella dei
numeri. Ora, il mare è spesso visto come metafora del pericolo e del disordine
e il regno dei numeri come lo strumento che ne scongiurerebbe
l´ingovernabilità. Fin dall´inizio del suo libro siamo in presenza della coppia
ordine-disordine.
«Il mare, nella tradizione greca come pure in quella ebraica, era metafora del
disordine, ma anche della sofferenza e della prova. Navigare sui flutti –
affermava Porfirio – era un modo per "placare il demone della
nascita", allo scopo di raggiungere un approdo finale nella terra
promessa. Ma appena fuori dei flutti si incontra il numero. Nell´Odissea
Proteo, dio del mare tanto ambiguo quanto veridico, appena fuori dall´acqua
passa in rassegna il suo gregge di foche contandole cinque per cinque».
Accennava alla tradizione ebraica.
«Nella tradizione ebraica, per esempio, l´arca che naviga sulle acque del
diluvio ha precise forme geometriche».
Sfidando la convinzione che li vedrebbe
opposti, lei descrive un accordo segreto tra il mito e il logos. Dove e quando
si realizza questa alleanza?
«Mito e logos si incontrano nel quarto libro dell´Odissea. È qui che il logos
rivela il senso originario di raccogliere, censire, enumerare. Faccio notare
che siamo già alle soglie del problema filosofico di come l´unità si mantiene
nel molteplice. E di questo senso originario è permeata la filosofia pitagorica
che attraversa tutta la tradizione filosofica occidentale in misura ben
maggiore di quello che si è disposti di solito a riconoscere».
Però nella tradizione filosofica è
prevalsa una sola versione del logos, quella per intenderci
"generalista", come mai?
«Difficile da dire. Tutto sembra aver congiurato: dalla filologia all´idealismo
filosofico, dalla filosofia scientifica del ´900 agli orientamenti di pensiero
che hanno emarginato la matematica o hanno preteso di intenderla alla stregua
di un linguaggio rigoroso, basato su assiomi e deduzioni formali. Ma il logos
non mai stato solo un "discorso"».
Non è un paradosso pensare che nel mito
ritroviamo il logos che, combinandosi con misure ed enumerazioni, ci conduce
dritti al calcolo moderno?
«Non lo è. Solo da poco la scienza ha scoperto che l´atto di enumerare è molto
meno elementare di quello che sembra. Già in antiche prassi rituali interviene
un pensiero matematico che rimane pressoché invariato nel corso di secoli ed è
ancora ben riconoscibile nei procedimenti più avanzati del calcolo scientifico,
dal quale dipendono, tra l´altro, le previsioni meterologiche, i prezzi di
mercato, il volo degli aerei, l´industria delle automobili e i motori di
ricerca».
L´accostamento tra pensiero mitico e
pensiero scientifico non la espone all´accusa di irrazionalismo o di
sincretismo?
«Molte formule sapienziali, ancora impregnate di pensiero mitico, sono
allusioni indirette al numero e alla geometria. Le troviamo in Platone e in
Boezio, nei Pitagorici e nei Neoplatonici, nella filosofia del Rinascimento e
nel pensiero religioso da Filone di Alessandria in poi. Sono la base di ogni
elaborazione filosofica, di ogni incontro tra scienza, filosofia e teologia.
Perfino Hegel si avvale di formule verbali che, forse a sua insaputa, si
adattano perfettamente agli algoritmi della matematica. Ciò che ci appare
irrazionale è spesso impregnato di razionalità. Viceversa, certi modi di
accogliere, usare o difendere la verità scientifica celano atteggiamenti
irrazionali».
Come immagina il futuro di una società
dominata dall´algoritmo e dalla Rete? Glielo chiedo alla luce delle
preoccupazioni che già Max Weber aveva manifestato intorno al dominio
incontrastato della scienza.
«In effetti, Weber dava un´immagine preoccupante del processo di
razionalizzazione che ci domina. E oggi siamo sommersi da allusioni profetiche
sui mali della tecnica. L´allarme non si può sottovalutare, ma è spesso fondato
su conoscenze superficiali. I numeri e gli algoritmi che sembrano consegnarci –
e forse ci consegneranno – a un destino di aridità e di povertà di pensiero,
portano in sé elementi di straordinaria ricchezza concettuale. Sono questi
elementi che ci permettono di dare una retta interpretazione dell´idea
"intuitiva" di macchina. Solo conoscendo a fondo gli algoritmi siamo
in grado di capire ed esorcizzare la paura che la macchina ci incute».
Lei sostiene che oggi è più difficile
scegliere tra un uso buono e un uso cattivo della scienza. Perché?
«Il logos è una medicina ambigua, capace di liberare l´anima come di traviarla.
Il numero e tutte le applicazioni della scienza possono sconfinare nella
demonicità pura, nel male senza remissione di un attacco atomico o di un
dominio indiscriminato della macchina, come aveva paventato Norbert Wiener, uno
dei grandi scienziati del ´900. La lettura dei filosofi e dei matematici
antichi aiuta d´altronde a capire quanto sarebbe assurdo attribuire al numero e
ai calcoli eseguiti oggi dalle macchine una connotazione di pura malvagità. Io
credo che occorra ripensare e recuperare nel calcolo moderno, la sintesi di
scienza e umanesimo che vive nel significato smarrito del logos».
È la solitudine dei numeri, per dirla con
una battuta, che bisogna vincere. Cercando magari un diverso equilibrio tra
ordine e disordine. Non crede?
«La ricerca dell´ordine convive con la salutare minaccia di un disordine, che
la matematica si incarica da sempre di riportare ai ranghi del numero, ma con
la consapevolezza di poterlo fare solo in modo approssimativo, con un margine
di errore e di incertezza. La sfera di pertinenza del logos e la potenza
esplicativa del numero vanno ben oltre l´ordine e la precisione assoluta che si
attendono di solito, ingenuamente, dalla matematica».
Repubblica 4.10.10

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