È giusto tornare alla terra?
Il ritorno alla terra è stato ed è un fenomeno mondiale di dimensioni crescenti
Negli anni di un’altra crisi del capitalismo, quelli che
avvicinarono alla II Guerra mondiale, uscirono due film con uno stesso titolo: Nostro pane quotidiano. Il primo era
diretto da un grande regista dimenticato, Piel Jutzi, e parlava dei disoccupati
nella Repubblica di Weimar, a un pelo dall’avvento di Hitler, senza farsi
nessuna illusione sul futuro. Il secondo era statunitense e pieno di entusiasmo,
diretto e prodotto dal vitalistico King Vidor che era stato regista di uno
degli ultimi capolavori del muto, un cupo film su La folla anonima e dolente
della grande città, ed esaltava ora il ritorno alla terra di un gruppo di
giovani senza lavoro, cantava la nascita di una comune agricola in chiave New
Deal. In quegli stessi anni, lo stalinismo decimava i kulaki e deportava intere
popolazioni in nome della collettivizzazione e il fascismo difendeva le città
innalzando risibili inni a un’ideale vita contadina senza fatica e senza
sfruttamento («Voglio vivere così/ col sole in fronte/ e felice canto/
beatamente» gorgheggiavano i contadini nei film del ventennio).
Nel dopoguerra ci furono in Italia riforme agrarie decisive, però sopravanzate
dall’evoluzione di un’economia che favorì l’abbandono delle campagne. Esse
deperirono e si spopolarono (ho riletto di recente un bellissimo poemetto di
Volponi sulle campagne del dopoguerra, L’Appennino contadino) mentre mutavano
nel mondo le coltivazioni e i modi di coltivare secondo i piani e gli interessi
della grande finanza e dei grandi mercati. Ai quali è imputabile oggi, per
esempio, la tremenda carestia del Corno d’Africa, e saranno imputabili quelle
che, altrove, certamente verranno. Eppure, negli anni, c’è sempre stata una
piccola corrente contraria che ha attuato, senza cantori e senza pubblicitari
al suo servizio, un «ritorno alla terra» sano e benemerito, cominciando da
coloro che, secondo ideologie vagamente hippies, si trasferirono in campagna dopo
il fallimento dei movimenti giovanili attorno al ’70.
Non tutti resistettero, perché lavorare la terra era molto più duro di quel che
pensavano, ma molti piantarono radici e dettero vita ad aziende agricole
efficienti, o anche – aderendo a nuove mode – ad astuti agriturismi. Ma il
ritorno alla terra è stato ed è un fenomeno mondiale, benché limitato, un
fenomeno strisciante e sotterraneo e però, fortunatamente, di dimensioni
crescenti come ha documentato qualche anno fa il saggio di Silvia Pérez-Vitoria
(Il ritorno dei contadini, Jaca Book) con un’utilissima prefazione
storico-politica di Pier Paolo Poggio che ricordava il disprezzo per i
contadini della cultura borghese e anche, purtroppo, di quella comunista – che
privilegiò e idealizzò il proletariato di fabbrica vituperando o combattendo
tutti gli altri – i contadini, gli artigiani, gli impiegati – come se la lotta
di classe non riguardasse anche loro.
Ho pensato a tutto questo e ad altro ancora dopo l’incontro con una coppia di
conoscenti che di recente ha recuperato una cascina abbandonata, e con un
giovane amico che, ottimamente laureato in africanistica ma condannato
all’avvilimento del precariato, mi ha detto di aver ripreso il mestiere che era
stato dei suoi e di aver aperto una bottega di falegname. Non toccati dalle
smanie di successo e di soldi che muovono, con esiti spesso disastrosi, milioni
di giovani laureati che hanno creduto alle lusinghe pubblicitarie del luna park
detto cultura, logorandosi in una sterile concorrenza interna dentro un mercato
bacato e una storia nemica, questo giovane ha fatto, credo, una scelta giusta
ed esemplare, che potrebbe venir ripetuta da molti altri.
Forse è proprio nella risposta individuale e di piccoli gruppi alla
sfacciataggine del sistema economico attuale, che precipita tutti in una crisi
di lunga durata e i cui effetti sono imprevedibili, che tanti altri giovani
potrebbero individuare qualche strada di giusta sopravvivenza di fronte a un
destino di disoccupazione o allo sfruttamento della sottoccupazione e alle
frustrazioni che ne conseguono.
L’unico consiglio che è ancora possibile dare ai più giovani è di non fidarsi
di noi adulti, per convincersene basta che guardino che razza di società
abbiamo edificato o accettato.
Lottare, anzitutto, per i giusti diritti di chi non possiede e per i propri, ma
anche contare sulle proprie forze, ripartire da sé in un contesto in cui nulla
di buono hanno da aspettarsi dalla classe dirigente – finanziaria, economica,
politica, culturale – che pretende guidarli, dai suoi inganni e dalle sue
interminabili e colossali ingiustizie. E costruire reti sociali nuove, e legami
di produzione-distribuzione. In un rapporto il più possibile diretto e in
qualche modo di scambio. Questo in parte già avviene, perché non sono poche le
reti che legano tra loro esperienze considerate sinora come economicamente
marginali o folkloriche, ma occorre difendersi dalle mistificazioni di chi già
trova il modo di speculare anche su questo, costruendo non delle alternative e
dei contropoteri bensì dei nuovi poteri che si aggiungono ai vecchi.
http://www.unita.it 20 agosto 2011

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