Dove prenderà i soldi Obama se vale la regola del pareggio?
Il pareggio di bilancio è uno dei dogmi ideologici della destra liberale e monetarista che anche il governo italiano sta provando ad introdurre nella Costituzione
Il pareggio di bilancio è uno dei dogmi ideologici della destra liberale e
monetarista che anche il governo italiano sta provando ad introdurre nella
Costituzione. Sul terreno concreto però le cose sono molto più complicate.
Guardiamo quel che sta accadendo negli Stati uniti di Obama. Il presidente ha
annunciato ieri un job act, un megaprogramma di rilancio del lavoro e
dell’economia basato su un investimento di 447 miliardi di dollari. Dove
prenderà tutti questi soldi se anche negli Usa vale la regola “aurea” del
pareggio? In assenza della possibilità di ricorrere al “deficit spending”
rischia di aprirsi una partita decisiva sul terreno della fiscalità. Obama
annuncia che «chi guadagna di più, deve pagare di più». Per tutta risposta
l’ultradestra che riempie le file del Tea party ha annunciato una feroce
opposizione. Davvero le cose andranno in questo modo? Il presidente democratico
deve recuperare dopo le concessioni alla destra sulla riforma sanitaria. Con
questa mossa ha avviato la campagna elettorale per il secondo mandato.
Professor Gallino, in regime di parità di bilancio per evitare di
precipitare in una fase recessiva la fiscalità rischia di diventare una delle
poche leve utilizzabili per rilanciare l’economia. E’ davvero questa la strada
che sta prendendo Obama?
L’american job act presentato da Obama ha un suo dritto e un suo rovescio.
La parte positiva è molto importante e contrasta con le posizioni deboli che il
presidente democratico aveva assunto durante la discussione sul deficit di
bilancio e il compromesso fatto con i repubblicani, tanto che i gruppi più
critici della sinistra americana l’avevano etichettato come «il primo Tea party
president». Il programma di Obama prevede il sostegno all’occupazione, la
riduzione delle imposte sui salari, un gigantesco programma di modernizzazione
dell’infrastruttura primaria necessaria alla collettività in aree urbane e
rurali: 35mila scuole pubbliche da rimettere a posto, la costruzione di nuovi
laboratori scientifici, il riassetto di strade, aeroporti, ponti, ferrovie e
canali. 50mila ponti a rischio e decine di migliaia di chilometri di binario
disastrati. Nella sua articolazione questo piano ricorda molto il new deal.
Il rovescio?
Obama si è impegnato a dimostrare come questi 450 miliardi di interventi saranno
interamente pagati con un piano di riduzione a lungo termine del deficit.
Questa coda del progetto è reticente, occupa appena una mezza pagina. Quello
che si capisce è che i fondi non arriveranno dall’aumento del deficit o
chiedendo alla Fed nuovo denaro.
Verranno da un riforma fiscale che graverà sui ricchi o dai tagli alla
riforma sanitaria?
Se Obama pensa ad una riduzione del deficit questa può venir fuori soltanto
da un taglio all’assistenza sociale e sanitaria per i poveri, al Medicare. Se
così fosse vorrà dire che hanno scelto di aiutare i giovani anziché gli
anziani.
Una cinica scelta tra poveri?
Sì, una redistribuzione di reddito tra le classi lavoratrici e meno
abbienti. Una scelta che ritiene l’entrata nel mondo del lavoro di centinaia di
migliaia di disoccupati un giovamento per tutti, anche le famiglie con membri
anziani. Negli Usa il dato sull’occupazione è terribile. I centri studi parlano
di un’american job catastrophe. Ancora oggi nonostante il Medicare decine di
milioni di americani sono senza da assistenza medica.
Obama resta dunque prigioniero del pareggio di bilancio.
Del «terrorismo del deficit» come lo definiscono alcuni economisti. Siamo
in presenza di un’enorme ipocrisia. Il deficit è sempre stato uno dei
principali strumenti di politica economica dei Stati. Nella loro storia gli
Stati uniti hanno avuto il bilancio in pareggio solo per due anni, se ricordo
bene tra il 1836-38 con Jackson. Altrimenti hanno avuto sempre il bilancio in
debito e in deficit. E ciò non ha impedito loto di diventare, nel bene e nel
male, la prima potenza mondiale. Il vincolo del pareggio è un suicidio.
Nel ddl del governo italiano sono previste delle deroghe in situazione
di avversità economica e di fronte a stati di necessità.
Posto in termini assoluti vincolo del bilancio è un suicidio economico, se
si mettono delle postille è una cosa poco seria. Alla fine si governa in stato
di eccezione permanente.
Non è un paradosso mettere vincoli alle politiche pubbliche mentre
l’economia privata può tranquillamente ricorrere al debito per investire?
Uno dei problemi di fondo di questa crisi è che le banche hanno contratto
enormi debiti a causa di errate iniziative borsistiche come l’acquisto di
titoli tossici. Debito che si è riversato sui deficit dei governi grazie ai
salvataggi pubblici. Dal 2008 tanto negli Stati uniti quanto in parecchi Paesi
europei, certamente nel Regno unito, in Germania e Francia, si sono fatte fior
di politiche keynesiane “imbastardite” per salvare le banche. L’economia è
stata salvata grazie all’intervento massiccio degli Stati, valutato tra soldi
spesi e impegnati intorno ai 12-15 trilioni di dollari. Il solo salvataggio di
alcune banche nel Regno unito è costato 1,3 trilioni di euro. Lo dice il
governatore della banca d’Inghilterra Mervyn King. Molti governi sono stati dei
formidabili attori keynesiani, ma di un keynesismo distorto perché ha fatto da
volano al sostegno della finanza e delle banche con i soldi del contribuente
per fare quello che l’economia privata non era in grado di fare.
Liberazione, 10 settembre 2011

Precedente: Le tre dimensioni della crisi e l’”oggettività” dei mercati

