Dostoevskij nella suite
Interrogativi sulla vicenda Strass-Kahn
Ecco, quello che si può leggere sul volto di Dominique
Strauss-Kahn mentre sta in tribunale e viene a sapere che resterà in carcere,
che nessuna cauzione lo tirerà fuori di lì, che non solo una grande avventura
politica finisce in quell'aula ma una vita libera, una reputazione politica
nobile. Ha la barba sfatta, gli occhi sperduti, la bocca come di chi d'un
tratto s'accorge d'aver bevuto veleno, i tratti legnosi del caduto, colpito da
nemesi inaudita. Eppure quel volto non appartiene a un uomo ignaro, incosciente
di sé e del paese dove lavora, colto di sorpresa dalla vastità del delitto
(tentato stupro, aggressione sessuale, sequestro di persona: non sono accuse
minori).
Strauss-Kahn sapeva com'è fatto il mondo, conosceva l'America e una giustizia
che non concede impunità ai potenti e anzi spettacolarizza l'uguaglianza di
tutti davanti alla legge (lo si è visto nel caso del finanziere Madoff, di
Spitzer costretto a dimettersi da governatore di New York per un giro di
escort). Conosceva a perfezione, come tutti coloro che sono ai vertici del
potere e non sono stupidi, che ogni sua mossa era da anni spiata con occhio non
solo curioso ma avido, spesso vendicativo. Conosceva anche i propri avversari,
e ne aveva tanti sia in Francia sia altrove, da quando era direttore del Fondo
monetario internazionale e aveva cominciato ad affrontare a modo suo,
controcorrente, una crisi economica che tutto aveva messo in forse, e in primis
l'ideologia stessa del Fondo. Dostoevskij ci fornisce il ritratto più calzante
di quel che DSK è divenuto in queste ore: un potente scaraventato a terra, un
uomo che ha sfidato il destino e che di fatto è un suicidato. Più precisamente:
un giocatore d'azzardo che non gioca a casaccio, ma compulsivamente.
La politica è piena di simili Posseduti - in medicina si parla di
dipendenza senza sostanze: in Italia ne sappiamo qualcosa, anzi molto. Giocano
con tutto: non solo col potere politico ma col proprio corpo e con i corpi altrui,
che calpestano. Dostoevskij racconta questa speciale dipendenza: il suo
Giocatore finge l'attaccamento al lucro (o al sesso) ma l'oscuro oggetto del
desiderio è altro: è l'"estrema bramosia di rischio, la voglia di stupire
gli spettatori rischiando follemente". Inabissato nell'umiliazione, il
direttore del Fondo monetario ha il volto di Aleksej Ivanovic: "Mi sembra
di essermi fatto come di legno, di essermi come impantanato nella melma".
Fatale, la roulette ha fermato il suo giro. Nella vita e nella politica, la
chiave è nel vocabolario del croupier: "les jeux sont faits",
"rien ne va plus". I giochi sono fatti, le puntate sono chiuse. Rien
va: avrebbe chiuso Tommaso Landolfi.
Strauss-Kahn, non un Eroe ma un Giocatore dei nostri tempi. E forse anche di
altri tempi: l'agonia della democrazia di Weimar, Fritz Lang la riassunse nella
figura allegorica dello Spieler, del Giocatore. Può darsi che la vicenda sia
una lurida montatura, o un equivoco atroce, anche solo in parte. Può darsi che
qualcuno abbia teso una trappola, nella suite del Sofitel. Ma se trappola c'è
stata, è stata tesa a un uomo che ha prestato il fianco, immerso nel fascino
del rischio: ogni sorta di rischio, dal più nobile al più sozzo, fino allo
stupro. A un uomo che intrecciava politica e sesso, senza tema di provocare
disgusto. C'è una politica del disgusto - Martha Nussbaum ne
descrive le ordalie in Disgusto e umanità - e Strauss-Kahn non l'ha
messa nel calcolo. Se hai un punto debole, la politica del disgusto fa sì che
resti impigliato e tramortito come un grosso ragno dentro l'aggrovigliata,
troppo aggrovigliata tela che hai tessuto con le tue mani.
Il fatto che DSK non abbia calcolato razionalmente, pur conoscendo il
precedente di Spitzer, che sia vissuto senza un grammo di prudenza: questo crea
sgomento. Ha preferito la roulette agli scacchi, che secondo Benjamin Franklin
insegnano ben diversi comportamenti: "Primo: la preveggenza, che guarda un
po' nel futuro e considera le conseguenze che possono venire da un'azione, perché
il giocatore pensa continuamente. Secondo: la circospezione, che percorre
l'intera scacchiera o scena dell'azione, le relazioni fra i diversi pezzi e le
situazioni, i pericoli a cui sono rispettivamente esposti, (...) le probabilità
che l'avversario faccia questa o quella mossa e attacchi questo o quel pezzo.
Terzo: la cautela di non fare mosse troppo affrettate" (La morale degli
scacchi, 1779). La regola dello scacchista è "accettare tutte le
conseguenze della tua precipitazione". Strauss-Kahn l'ha sprezzata e ha
perso tutto: la bramosia lo ha stritolato e rabbuia le stesse sue battaglie
politiche. Forse non teneva a esse come diceva. Era pronto a sperperarle,
sprecarle. Alcuni dicono: forse era un politico leggero, che si gettava
nell'agone capricciosamente, che nell'intimo non ne aveva sufficientemente
voglia. Non era un antipolitico come Berlusconi, ma si è comportato come se lo
fosse.
È talmente incredibile, la sua storia nell'hotel (l'aggressione di una
cameriera, e poi la colazione con la figlia come se nulla fosse, e infine i
preparativi del viaggio in Europa dove l'attendevano riunioni decisive su
Grecia e Portogallo minacciati dalla bancarotta) che allo stupore s'aggiunge
qualcosa di infuriante. Se la sequela dovesse rivelarsi veridica, se l'accusa del
procuratore venisse confermata, lo stupore si tramuterebbe in disgusto e anche
collera. Disgusto per come un potente del mondo perde il senso della realtà, e
viene a tal punto trasformato dalla politica e dal potere da accantonare sia la
decenza sia la prudenza. Collera per le ripercussioni dell'accaduto e per
l'idiota sottovalutazione prima del disastro, poi della soddisfazione che esso
procurerà a tanti che esecravano la sua persona.
Questo colpisce nelle vicende di chi, forte della posizione di comando
esercitato nel Fondo, si preparava presumibilmente a tornare in Francia, a
duellare con Sarkozy nelle presidenziali del 2012. Colpisce l'abissale
indifferenza alle frecce che possono trafiggere il potente, quando con
disinvoltura si asserve alla roulette. Ci sono tutti gli ingredienti della
favola nera: c'è il Dr. Jekyll che beve la miscela che s'è fabbricato e
barcolla in vie notturne tramutato in criminoso Mr. Hyde. E c'è qualcosa di
talmente cupo che si stenta a non fantasticare su avversari che altro non
aspettavano che il finale sbandamento. Perché gli avversari politici
esistevano, sesso e violenza non occupavano tutti gli spazi di DSK. Quel che
stava facendo, nel Fondo, era secondo alcuni una rivoluzione. Appena 9 giorni
prima del fattaccio, Joseph Stiglitz, l'economista che da anni denuncia i
misfatti del Fmi, scrisse un articolo in cui annunciava la svolta radicale che
Strauss-Kahn voleva imprimere all'istituzione: la fine delle condizioni
capestro imposte ai paesi poveri, il "nesso indispensabile tra equità,
occupazione e stabilità economica", la volontà di mettere tale nesso al
centro del governo mondiale dell'economia (discorso alla Brookings Institution,
13 aprile 2011, vedi http://www.imf.org).
Anche per questo sul web ci si interroga, si parla di trame livide. Si ricorda
l'offensiva contro Assange, accusato di stupro per screditare Wikileaks. Si
enumerano i poteri forti (a Wall Street o in Francia) che potrebbero profittare
del ragno suicidatosi nella tela. È troppo presto per trovare risposte chiare.
E in fondo importa poco, sapere se il film noir è anche un noir politico. Per
gli effetti che ha, è la storia di una gigantesca sconfitta politica. Di un
giocatore talmente imbozzolato che nulla sa, come in Borges, dei pezzi che ha
mosso: "Dio muove il giocatore, e questi il pezzo. Quale dio dietro Dio la
trama ordisce di tempo e polvere, sogno e agonia?".
http://www.repubblica.it (18 maggio 2011)

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