Donne-madonne, donne-maddalene
In una società civile le differenze sessuali e di genere non hanno maggiore rilevanza delle differenze di colore degli occhi.
Discutere di Chiesa e condizione femminile significa interrogarsi su come la Chiesa percepisca la differenza sessuale, il rapporto degli esseri umani con il proprio corpo, le molteplici modalità in cui può essere declinata la femminilità e che solo parzialmente possono essere ricondotte agli stereotipi della donna-madonna e della donna-maddalena – o della donna-Ipazia, nei rari casi in cui è concesso farvi ricorso. Quanti modi di essere donna, e quanti modi di essere Chiesa si stagliano all’orizzonte del nostro futuro?
Benché alla Chiesa, alla comunità dei credenti, nelle sue multiformi estrinsecazioni storiche e geografiche, appartengano da sempre donne e uomini, benché l’accezione greca del termine evochi una convocazione a cui, in via di principio, tutti sarebbero chiamati, nei fatti lo status socio-culturale concesso alle donne dalla Chiesa risulta di frequente inferiore. Non sempre però: basti pensare che la regina Elisabetta II è il governatore supremo della Chiesa anglicana, di una Chiesa “diversa”, collocata in paesi ove l’artificialità della differenza sessuale e delle categorizzazioni di genere viene resa visibile e palpabile, mentre si dialoga apertamente su sessi e sessualità in relazione ad ambiguità, autenticità, autonomie, costrizioni, femminismi, genetica, preferenze sessuali, soggettività, stabilità, transessualità, transgenderismo. Ormai, è chiaro che insistere sulla differenza sessuale tra femmine e maschi danneggia le prime in più di un modo, a partire da una lunga serie di dualismi, di cui la differenza si è nutrita e continua a nutrirsi, sebbene lo faccia più implicitamente, o ipocriticamente, rispetto a un tempo. Mascolino/femmineo, razionale/irrazionale, attivo/passivo, culturale/naturale, oggettivo/soggettivo, e via dicendo, non solo risultano dualismi inappropriati per la maggior parte degli individui, ma giungono altresì a destituire le donne della loro appartenenza al genere umano: per esempio, se si è esseri umani nel caso in cui si possegga cultura e razionalità e se le donne vengono considerate, all’opposto, naturali e irrazionali, occorre concluderne che le donne non rientrano tra gli esseri umani – cosicché, sopportano facilmente la trasformazione in donne-maddalene, per venir trattate (maltrattate) a piacimento.
In effetti, una Chiesa in cui normativamente si predicano
l’eterosessualità e i rapporti sessuali finalizzati alla riproduzione non
possiede le risorse teoretiche per rinunciare all’ostinazione indefessa
sull’esistenza della differenza sessuale e a quanto ne segue, mentre la sua
morale rimane destinata ad attestarsi su posizioni sessuofobiche. Cosa ne
segue, tra l’altro? La Chiesa
cattolica, dalle numerose e variegate manifestazioni/ingiunzioni a favore della
sessualità riproduttiva, condanna coerentemente contraccezione e aborto, e di
conseguenza ogni donna, indotta a ricorrere all’una o all’altro, si recepisce
biasimata. Questa Chiesa impone alla politica di pronunciarsi (spesso a
sproposito) su embrioni, etica, essenza, persona, scienza, impedendo che il
dibattito pubblico inizi ponderatamente a vagliare diverse questioni valoriali,
nella risoluta consapevolezza che i valori non sono una prerogativa né
clericale, né di qualche determinato partito politico.
Può verificarsi che agli embrioni venga attribuito lo status di persone più di
quanto lo si accrediti alle donne, senza tuttavia precisare e difendere, dalle
tante obiezioni, definizioni di “persona” capaci di consentire la mossa in
questione. All’esterno di una certa intellettualità, nel nostro paese ci si è
mai sul serio domandati se le persone debbano possedere una mente con
particolari competenze psichiche, in cosa consistano queste competenze, in
quali relazioni si situino con quelle neurovegetative? Quando ci si appella
alle conseguenze e responsabilità etiche che discendono dalla riproduzione, si
precisa a quale teoria etica venga fatto ricorso, se essa sia una buona teoria,
se, ad ogni buon conto, la conoscenza morale risulti possibile, in generale, e
nello specifico in relazione a riproduzione ed embrioni? Uno tra gli eclatanti
risultati di tutto ciò consiste nel bypassare le donne, le loro autonomie,
incolumità, integrità, libertà, sul piano sia fisico sia psichico, sviluppando
con superficialità e strumentalità questioni che toccano da vicino più di una
sfera delle femminilità individuali.
Non si sfugge (perlomeno, noi non sfuggiamo) alla sensazione di una donna
subordinata, che deve essere “punita”, mentre a prevalere è un qualche machismo
che privilegia l’uomo, cosicché viene da chiedersi quale senso assuma un’unica
Chiesa, in cui tutti (almeno gli uomini e le donne cristiane) dovrebbero
riconoscersi. Meglio optare per il particolarismo? Per quelle specifiche Chiese
che non ostacolano il giusto conferimento di autorità, diritti, poteri alle
donne? Tra Chiese e Chiese si sono ormai instaurati grandi spartiacque: alcune
Chiese non esercitano influenze politiche tali da limitare le donne nelle loro
libertà, realizzazioni, scelte, quella sessuale in primis; altre
Chiese piegano la politica alla dottrina della famiglia eterosessuale, contro
ogni altra famiglia e preferenza sessuale, contro ogni tipo di fecondazione
“innaturale”, o “simil-innaturale”: non ci troviamo di fronte a una famiglia se
non quando composta da un unico maschio/uomo eterosessuale e da un’unica
femmina/donna eterosessuale (di norma, una donna-madonna), consacrata a riprodursi.
Insensato insistere su quest’ultima famiglia come fosse l’unica verosimile. Se,
da una parte, antropologia, etnologia, psicologia, psicoanalisi, sociologia,
storia ne considerano incoerente il concetto e parodistica la realizzazione,
dall’altra, la cosiddetta famiglia tradizionale si trasforma in una
prescrizione – fattualmente, non necessariamente, ovvio – mal interpretata e
concretizzata, con ricadute patologiche non indifferenti, spesso a danno delle
donne, costrette a giocare il ruolo di madri, secondo un modello
irraggiungibile che rimane, dopo secoli e malgrado tutto, la donna-madonna,
insieme alla sua natura angelica. Peraltro, pur parlando di Sacra famiglia,
«quella composta da Gesù, Giuseppe e Maria», il dizionario Zingarelli, ad
esempio, non penalizza le donne, perché della famiglia propone significati più
rigorosi quali «complesso delle persone unite da uno stesso vincolo e aventi un
ascendente diretto comune» e «gruppo di persone, animali o cose che presentano
caratteristiche analoghe».
Oggi c’è ancora chi si ostina a distinguere categoricamente ruoli paterni e
ruoli materni, concede ben poco ad alcune donne, nonché ad alcuni uomini che,
sebbene credenti, non si sentono parte di quella fetta fondamentalista del
cristianesimo convinta di realizzare il messaggio evangelico, quando invece lo
assoggetta ad antiquate ossessioni terrene. L’essere umano, volente o nolente,
soprattutto per i cattolici, emerge basilarmente sessuato, maschio aut femmina
(nessun’altra “mediazione” è prevista), come se la sessualizzazione diadica e
contrapposta fosse la radice unica di una qualche comunione d’amore – peraltro,
il riscorso alla scappatoia della complementarietà non sfugge più al ridicolo.
Occorre così aprirsi ad altre situazioni spirituali e religiose, meno
misteriose e dogmatiche nei confronti delle sessualità, nonché delle
differenziate espressioni femminili e maschili.
Già, quante donne ci sono e cosa esprimono? Benché, a giudizio di chi scrive,
non sussista un’unica attuale condizione femminile e si diano tante condizioni
quante donne, spetta purtroppo al corpo delle donne (ma anche a quello di
alcuni uomini) il dovere di rivelare forzatamente qualcosa, mentre la
mente/psiche/anima si arresta sullo sfondo, in secondo piano, comunque, sempre
in una relazione dualistica rispetto al corpo. Gli stereotipi fisici ci appiano
ormai molti. Eppure a prevalere si attestano quelli della donna-madonna e della
donna-maddalena, giovani donne, sostanzialmente prive di una qualche
intellettualità. A tratti, è vero, compare qui e là, qualche Ipazia, dove
mente, razionalità e cultura risaltano su corpo, irrazionalità e natura, ma, se
non viene assassinata da fanatici cristiani – è il caso di Ipazia d’Alessandria
– la sua filosofia e la sua scienza risultano eccezioni, mentre il suo corpo,
che sceglie di non riprodursi, non viene preso ad esempio. Per di più, le
Ipazie, inizialmente ammirate, finiscono con l’irritare, proprio come accadde a
Ipazia d’Alessandria che, stando a Niceforo, «era disposta a offrire la sua
conoscenza a tutti gli studiosi. Inoltre, quanti erano animati dall’amore per
la filosofia si recavano da lei non soltanto per la sua onesta e profonda
libertà nel parlare, ma anche perché si rivolgeva agli uomini di potere in modo
onesto e prudente: e non sembrava cosa indecorosa che lei si trovasse in mezzo
a un’assemblea di uomini. Tutti la trattavano rispettosamente per la sua
straordinaria onestà di comportamento. Tutti provavano ammirazione nei suoi
confronti, quando l’invidia si armò contro di lei».
Per quanto deplorevoli nel loro convenzionalismo e normativismo, gli stereotipi
della donna-madonna e della donna-maddalena, non quello della donna-Ipazia,
continuano a decretare le identità di molte donne occidentali. Si vedono così
donne-madonne che si accompagnano a uomini più anziani, mentre scandalizzano
quando si accompagnano a uomini più giovani, e donne-maddalene, dalla natura
tentatrice, giudicate sfortunate se vivono per strada, fortunate se vivono in
belle alcove. Ma forse non è questo tanto il punto, quanto l’iniquità insita
nei due grandi “mestieri” riservati alle donne, donne a cui è raramente
accordato esplorare se stesse, al fine di comprendere le proprie reali
identità, al di là delle maschere da donna-madonna e da donna-maddalena.
La Chiesa
cattolica persiste ben radicata. Probabilmente anche a ciò, nonché ai suoi
stereotipi, dobbiamo un’Italia all’ottantaquattresimo posto nella classifica
mondiale sulle pari opportunità, Italia che, sebbene trentaduesima per
istruzione femminile, piomba in centounesima posizione quando le statistiche
riguardano il lavoro delle donne. E i femminismi? Da noi domina il femminismo
della differenza sessuale, che spesso con la Chiesa cattolica procede, per parecchi versi, a
braccetto, mentre si evita il confronto (utile a ogni Chiesa) coi femminismi
più noti: il femminismo liberale, ove a contare sono uguaglianza e parità tra
donne e uomini; il femminismo radicale, che si oppone in primis al
dominio biologico e/o sociale degli uomini sulle donne; il femminismo
socialista, in cui l’accento cade sui rapporti tra lavoro femminile,
precapitalismo, capitalismo, sistemi patriarcali; il femminismo nero, che
declina l’oppressione in termini razziali; il femminismo islamico, con le sue
ricche e importanti sfumature.
Oltre al femminismo della differenza sessuale, c’è un femminismo connesso al
cattolicesimo? In un certo qual senso sì, c’è storicamente stato, sempre che
sia sufficiente un contributo al miglioramento delle condizioni delle donne –
basti menzionare in proposito le mistiche medioevali a cui siamo debitori
quanto a capacità femminile di tornare a comunicare apertamente. Ma ciò non
giustifica l’odierna Chiesa cattolica, che dovrebbe anzi mettere in discussione
le proprie salde convinzioni su quei concetti atti a stabilire, nel bene o nel
male, l’esistenza di ogni essere umano: differenza sessuale, essenzialismo,
femminismi, genere, nascita, preferenze sessuali, sessi, sessualità. Concetti
antiquati, correnti, pericolosi, sensati? Per rispondere, non è che la lettura
prettamente religiosa giovi più di tanto; occorre preferibilmente affidarsi
alle diverse scienze, nonché alla filosofia della biologia e della medicina,
alla filosofia del sesso, alla filosofia teoretica, alla filosofia politica.
Dalla Chiesa cattolica, che ci ha regalato straordinari filosofi (si pensi, per
esempio, a Tommaso d’Aquino), si pretenderebbe un dialogo assiduo con le
filosofie e un riconoscimento alle scienze che studiano la natura e le nature
sessuali. Eppure, con papa Benedetto XVI, essa si ostina a ribadire le tesi
della differenza sessuale, tesi che ostacolano il progresso di donne e uomini,
e resta probabilmente ignara, sicuramente cieca, di fronte a quelle eminenti
filosofe, come Susan Moller Okin, stando a cui in una società civile le
differenze sessuali e di genere non hanno maggiore rilevanza delle differenze
di colore degli occhi.
Non sappiamo se si sia chiusa una società moderna e ne sia iniziata una
postmoderna, anche perché il significato del termine “postmoderno” non ci pare
affatto chiaro. Sappiamo però che la nostra società mostra un reale bisogno di
civiltà, ovvero di conoscenza e cultura, strumenti di emancipazione per ogni
essere umano, di una conoscenza e di una cultura in cui le donne cessino di
risultare strumenti utili, beni di consumo e di scambio, di natura angelica o
tentatrice: abbiamo bisogno di avanguardie, di buone argomentazioni, di
dialoghi ragionati, e di conseguenza, se proprio agli stereotipi s’intende
ricorrere, di donne-Ipazia. In una società capace di offrire a ognuno di noi la
possibilità di esplorare se stesso/a grazie alla propria etica della
convinzione e a politiche appropriate, non dettate né da miasmi cattolici né da
etiche della convenzione e della convenienza, il corpo finirebbe con
l’ossessionarci in misura minore, vedremmo molti corpi, tanti quanti sono gli
esseri umani, e cesseremmo di crocefiggerli con i chiodi dei cliché. Fin
quando, invece, le donne si troveranno a costrette ad adeguarsi alla
donna-madonna e alla donna-maddalena, fin quando vigerà il dogma della
differenza sessuale, non si darà alcuno spazio adeguato per conoscere il
proprio corpo, in sessualità espressive, disancorate dal determinismo
biologico, né per ricordare che cultura, criticità, onestà hanno risvolti
mentali non da poco sulla fisicità.
http://www.italianieuropei.it 01 Luglio 2010

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