Donne di ieri donne di oggi - Dal diario
A 50 anni dalla scomparsa di Sibilla Aleramo
Giovani amiche, intellettuali, oppur casalinghe, o anche operaie (e perfino contadine come la brava emiliana N.N. che si fermò mesi fa a Roma per conoscermi di persona, qualche ora, reduce da Napoli con una medaglia vinta ad un concorso ove aveva recitato una mia poesia) molte giovani amiche, dicevo, mi chiedono spesso: «Tu, che ci hai tanto preceduto, tu che nel tuo romanzo Una donna, son cinquant’anni, vero? hai alzato il primo grido per la nostra indipendenza e per la nostra dignità, in pagine che ci sembrano scritte oggi, tu, che ne pensi di noi? E io... nessun compenso nella mia lunga vita m’è giunto mai più alto e commovente.
Donne di oggi. Diverse da quelle della mia giovinezza? Certo
sì, dalle intellettuali e dalle borghesi d’allora, italiane che mi furono in
gran parte ostili o finsero d’ignorarmi e n’ebbi profonda malinconia. Le altre,
le massaie, le operaie, le agricole non immaginavano neppure di poter
organizzarsi, di poter difendersi. Esisteva qualche grande semplare maggiore a
me anche d’età, che mi sostenne e che non ho mai dimenticato, Alessandrina
Ravizza sopra ogni altra che fu la fondatrice dell’Università Popolare amata
come una mamma, e il suo ritratto è qua sul mio tavolo; Anna Kuliscioff, Linga
Malnasi, fra le artiste la D.
e, la Serao, la Deledda. Ma ecco, la
differenza d’oggi è soprattutto questa, che le donne che lavorano non si
sentono più sole, sanno di esser tante e d’essere una forza. E non soltanto le
cosiddette lavoratrici del braccio, ma anche quelle del mondo culturale, anche
se non tutte lo dichiarano. Deputate, giornaliste, medichesse, avvocatesse,
pittrici, maestre elementari, libere docenti di tendenze sociali diverse,
persone fra loro avversarie, eppure, eppure hanno quasi tutte, ben nitido o nel
subcosciente, il senso di appartenere ad una esercito nuovissimo, insignite di
una nobiltà che le antenate mai supposero.
Una nobiltà collettiva, ecco, e che nello stesso tempo distingue quell’esercito
da quello maschile, inconfondibilmente. Queste donne manifestano il loro
valore, la loro spiritualità in quanto donne, in modo che non era mai stato
possibile sinché la specie femminea veniva considerata solo per i suoi
attributi - e i suoi meriti - di moglie di madre, in nulla partecipe, in nulla
responsabile, di quel che il mondo virile creava. Le donne, oggi concorrono
nella creazione del mondo nuovo, della nuova società: e vi concorrono con le loro
qualità intrinseche, mai manifestate se non nel leggendario matriarcato, chi
sa?
Quando io, alcuni anni dopo la pubblicazione di Una donna, scrissi e pubblicai
in un giornale letterario alcune pagine intitolate Apologia dello spirito
femminile (poi raccolte nel volume Andando e stando e più di recente
in Gioie d’occasione) pochi in Italia le rilevarono: vi su solo un
critico americano, a me ignoto, ad affermarne l’originalità e l’importanza. In
verità - e le mie giovani amiche d’oggi sono certa non mi accuseranno di vanità
per questo richiamo - originali e importanti erano, quelle paginette, e il
critico d’oltre Oceano diceva nientemeno che le sorelle di tutto il mondo
dovevano essermene grate. Perché io affermavo nientemeno che la donna non s’era
ancor mai rivelata nella sua vera intima essenza, diversa fondamentalmente da
quella maschile (parlavo delle scrittrici ma il discorso poteva avere una
estensione più vasta).
Ebbene, la sorte m’ha dato di vivere tanto da vedere profilarsi l’avvento di
quella mia remota trepida intuizione.
Due tremende guerre si sono succedute da allora. Una nuova formidabile forma di
vita sociale s’è instaurata nella metà quasi del nostro globo, ed anche dove
ancora non s’è attuata i sistemi d’esistenza stanno ovunque mutando, e ovunque,
ovunque, la donna più ancor dell’uomo sta modificandosi nella sua più profonda
essenza, non è forse vero, giovani amiche mie, giovani compagne?
Nella sua più profonda, più segreta essenza la donna va rivelandosi a se
stessa, ora che il campo della sua attività ogni di meravigliosamente
s’estende. Quanto più ella si sente partecipe e necessaria nel grande lavoro di
costruzione della nuova umanità, tanto più il suo spirito coglie le differenze
con lo spirito maschile, le avverte d’uguale valore, ma direbbe, più fresche,
più pure, sì, e ne prova un tacito stupore, che dà al suo sorriso una grazia
quasi infantile.
Un sorriso che credo sia avvertito dagli uomini e li sproni ad essere degni per
la maggior gloria del tempo che sopraggiunge.
Da l’Unità - 29 luglio 1959
http://www.unita.it 11 gennaio 2010

Precedente: Intervista con me stessa

