Donna velata, donna emancipata
Poiché a rivendicare il diritto al velo integrale sono spesso giovani italiane convertite all'Islam, verrebbe da pensare che lo scontro non sia tra civiltà quanto generazionale
Veline o velate? Questo è il dilemma dopo le leggi contro il velo integrale in Francia, in Belgio e persino in Siria dove 1.200 insegnanti con il niqab sono state trasferite a lavori d'ufficio affinché non abbiano contatti con gli studenti. A essere presi di mira sono il niqab e il burqa che lasciano intravedere solo gli occhi. E di fronte a tanta ostilità, il religioso saudita al-Garni ha emesso una fatwa secondo cui «le saudite possono scoprire il volto in quei paesi che vietano il velo integrale».
Il dibattito tocca temi diversi come la libertà religiosa e
la condizione femminile nell'Islam. Un fatto è certo: occorre applicare il
divieto di nascondere il viso e non perseguitare le velate con un'apposita
legge perché altrimenti, come scrive il politologo francese Gilles Kepel, si rischia
di «trasformarle in un esempio di rettitudine».
Sono in molti a pensare che il velo rappresenti una modalità di dominio
patriarcale, ma dopo una serie d'interviste ho l'impressione che per alcune
italiane convertite e per tante donne nate nell'Islam e residenti nel nostro
paese il velo - nelle sue diverse declinazioni - prenda spunto dal discorso
femminista: negli anni 60 si rivendicava il diritto a pantaloni, minigonna e
bikini mettendo in allarme - fra gli altri - il clero cattolico. E nel 1960 il
cardinale di Genova Giuseppe Siri scriveva: «Un certo numero di ragazze e donne
genovesi ha optato nei giorni di gita per il costume maschile: i calzoni
coprono le gambe ma sono troppo aderenti e l'attillatura ha motivo di
preoccupare non meno della stessa esibizione. L'uso dei pantaloni altera la
psicologia e il motivo che spinge a portare abiti maschili è l'imitazione, anzi
la concorrenza rispetto a chi è ritenuto più forte, più disinvolto e più
indipendente».
Le donne con i pantaloni facevano paura e per le femministe sono stati tra i
simboli della lotta per l'emancipazione. Le quarantenni e (a maggior ragione)
le più giovani non hanno però memoria di questa battaglia e gli studiosi di
genere le definiscono post-femministe, nel senso che danno per acquisite certe
conquiste. Ma questo non vuol dire che non abbiano voglia di lottare e, nel
caso delle seconde generazioni di musulmane in Europa, molte sono scese in
campo scegliendo come simbolo il velo. I motivi sono ovvi: dopo l'11 settembre
l'Islam fa paura ma paradossalmente è anche diventato di moda e - come
pantaloni, minigonna e bikini - il velo fa discutere. Ora, se femministe come
l'onorevole Daniela Santanché si scontrano con le giovani musulmane velate è
anche per un divario generazionale: tutte rivendicano una certa forma di
libertà ma utilizzano simboli opposti, il corpo esibito e il corpo velato.
Poiché a rivendicare il diritto al velo integrale sono spesso giovani italiane
convertite all'Islam, verrebbe da pensare che lo scontro non sia tra civiltà
quanto generazionale
Come trovare una soluzione al dilemma tra veline e velate, senza cadere in facili estremismi? Un modello potrebbe essere la principessa Shahrzad delle Mille e una notte: è bella, conosce le cronache del paese e le leggende dei tempi antichi, è intelligente e ha il dono della parola. Ogni notte racconta una storia e riesce così a sedurre (portare a sé) il sovrano triste e rancoroso che ha trovato la moglie fra le braccia di uno schiavo. Shahrzad è un modello senza tempo e frontiere, conquista con l'intelligenza senza esporre né velare.
http://www.ilsole24ore.com 28 luglio 2010

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