Disputa su dio tra un laico e un credente
Corrado Augias e Vito Mancuso intavolano un serrato e appassionante confronto sul problema dell'esistenza di Dio
«Dio è morto», scrisse un giorno Nietzsche. Dio ebbe pazienza, e un giorno constatò: «Nietzsche è morto». Questa battuta, scritta da una mano anonima sui muri di Parigi nel maggio del Sessantotto, si è rivelata profetica: la storia ha i suoi corsi e ricorsi, i suoi flussi e riflussi. Ma oggi come stanno le cose al riguardo? Dio è morto davvero? O si è solo ritirato, come preferiva dire Léon Bloy? Con Disputa su Dio e dintorni (Mondadori, pagg. 240, euro 18,50), Corrado Augias e Vito Mancuso intavolano un serrato e appassionante confronto su questo problema, incalzandosi con interrogativi a cascata: Dio è una strategia ancora efficace per ridurre la contingenza del mondo? Oppure la sua forza è stata erosa dal disincanto tecnoscientifico e la sua immagine non è più in grado di formare un' identità condivisa? Oggi, inoltre, gli insegnamenti della Chiesa sembrano cozzare, prima ancora che contro il modo di pensare dell' uomo moderno, contro il suo stile di vita e contro i contenuti della sua idea di felicità. Qual è lo spazio della religione in una società paganizzata dal consumismo di massa? Per chi crede, ovviamente, nulla è cambiato: le prove dell' esistenza di Dio abbondano per chi non ne ha bisogno. Ma gli altri? «Fede e ragione non vanno d' accordo nello stesso cervello», osservava già Schopenhauer. «Vi stanno come lupo e pecora nella stessa gabbia, e il sapere è il lupo che minaccia di divorare il suo vicino». Peraltro, il conflitto non è tra ragione e fede, ma tra due fedi. E al razionalista perdoniamo più facilmente la sua ragione che la sua fede. Dunque un aut aut indirimibile? Oppure scienza e religione possono contribuire entrambe a fondare e rafforzare l' Umano, l' una con il sapere, l' altra con la sua funzione simbolica e consolatoria?
Non c' è un' altra vita dopo la morte
Apro questa conversazione mettendo subito sul tavolo le mie carte: non credo che siamo stati creati per volontà di un qualche dio; tanto meno che siamo fatti «a sua immagine e somiglianza», ci sono giorni in cui mi guardo intorno, vedo o leggo ciò che succede e trovo questa affermazione (presunzione? supposizione?) come minimo impropria. Se poi penso agli orrori di cui gli uomini, compresi gli uomini di chiesa, sono stati e sono capaci, mi sembra addirittura blasfema. Non credo che la nostra vita su questa terra abbia alcun significato trascendente; non credo che ci sia un' altra vita dopo la morte, sono convinto che con l' ultimo respiro tutto finisca e che ciò che era polvere torni a essere polvere, o cenere, torni cioè nel grande flusso dell' Essere. Per dirla con l' infelice Antoine Lavoisier (grande mente, finito sotto la ghigliottina): «Nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma». Ma in che e come ogni cosa si trasformi mi sarebbe difficile dire qui. Certo è che quando durante un funerale religioso ascolto le parole del celebrante il quale rivolgendosi alla povera salma che si sta corrompendo nella bara, afferma: «Tu oggi non sei morto, tu oggi sei veramente nato a nuova vita», tocco con mano quale poderosa consolazione la religiosità possa rappresentare. Ciò che il sacerdote sta cercando di dire in quel momento non riguarda la chimica (come per Lavoisier), ma, appunto, la sopravvivenza dei caratteri essenziali di una persona (la sua «anima») e poi, in un giorno lontano, la sua fisicità, in una vita trasfigurata ed eterna. Mi sono chiesto talvolta se tutte le religioni non siano nate proprio dall' esigenza di sfuggire in qualche modo al terrore della morte, di dare un conforto al dolore. (...) Credo che il bisogno di una corretta morale sia innato in ogni essere umano quando non venga deviato dalla povertà, dalla malattia, da una società oppressiva e malvagia. Credo in definitiva, che non sia necessario un qualche dio per vivere secondo giustizia, in armonia con la natura e con i propri simili. CORRADO AUGIAS
Non siamo zingari in un universo insensato
Anch' io scopro subito le mie carte. Non credo che la nostra vita di esseri umani liberi e pensanti sia il risultato di un insondabile colpo di fortuna chimico, ripetutosi peraltro milioni di volte nella direzione della crescita della complessità e dell' organizzazione, fino a giungere al livello della coscienza nella mente umana. Non credo che siamo zingari che vagabondano in un universo inospitale e insensato. Credo, al contrario, che il nostro corpo e la nostra mente siano il frutto più bello di una stupefacente avventura iniziata al momento dell' espansione del puntino cosmico primordiale (la «singolarità», la chiamano i fisici) 13,7 miliardi di anni fa. Quando il pensiero religioso parla di creazione intende contrassegnare questo processo evolutivo dell' essere-energia come dotato di direzione, criterio, senso. E, quindi, intende dire che anche la nostra vita, che è parte di tale processo, ha a sua volta direzione, criterio e senso. E' in questa prospettiva che io credo che siamo stati «creati da un Dio» e scrivo il termine Dio con la maiuscola per indicare il sommo mistero dell' alfa e dell' omega del tutto. Se scriviamo in maiuscolo i nostri nomi, come non riservare questo piccolo onore anche all' idea del principio di tutte le cose? Io credo anche che noi essere umani siamo stati fatti a sua immagine e somiglianza. Con questo intendo rimandare alla dimensione spirituale che ci abita, di cui la libertà è il segno più concreto. Anch' io, come lei, di fronte allo spettacolo della vita quotidiana provo talora un senso di insofferenza e, ancor più, di malinconia, ma da ciò non traggo la conclusione che noi esseri umani non siamo a immagine e a somiglianza di nessuno. Al contrario, è proprio la consapevolezza della ricchezza che possiamo attingere da tale somiglianza a farmi mestamente considerare quanto spesso usiamo male l' immenso dono della libertà e della dimensione spirituale che essa suppone. - VITO MANCUSO

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