Strumenti personali
per un pugno di dollari

Diffidare dei buoni

Troppe organizzazioni benefiche fanno del bene solo a se stesse.

 

 

Tornano dal nord dell’Argentina degli amici che vi hanno dei parenti e mi dicono che da quando l’Unesco ha proclamato «patrimonio dell’umanità» alcune ampie zone dove la natura è meravigliosa sono arrivati da Buenos Aires e dall’estero i grandi speculatori per investire nel turismo, ed è cominciata una «pacifica» e massiccia invasione che sta portando alla cacciata degli indios che vi abitano da secoli.
Mi scrive dalla Nigeria un giovane amico che vi è finito con un’associazione di volontariato e mi racconta della scandalosa disparità nell’esistenza degli «assistiti» da quella degli «assistenti» che, recatisi lì con scopi molto umanitari, si dedicano anzitutto al proprio personale arricchimento. Anche le migliori tra le ong spendono, dicono altri amici e studiosi, l’80 per cento delle risorse che ottengono da varie fonti nazionali e internazionali per il mantenimento della propria burocrazia, per stipendi e alberghi, aerei e convegni e via dicendo.

Di recente altri amici hanno avuto modo di partecipare da giornalisti e osservatori alla superconferenza della Fao sulla fame nel mondo che si è svolta a Roma in pompa magna anzi magnissima e i cui lodevolissimi propositi erano conditi di splendide tartine e aperitivi doc. Un gran parlare di fame a pancia piena, un gran giro di soldi che alla fine ingrassano assai più i ricchi che non i poveri, le pance piene che non quelle vuote, nella promozione di massicci investimenti gestiti dalle grandi multinazionali. E mi torna alla mente cosa diceva di queste organizzazioni quel grande scrittore e geniale testimone del suo tempo che fu Graham Greene, già nella seconda metà dello scorso secolo. Mi sconvolse, per esempio, adolescente, il suo romanzo del 1955 «Un tranquillo americano», che narrava degli scopi e degli effetti reali delle «missioni di pace» statunitensi in un’Indocina ribelle, tra la fine dell'imperialismo francese e l’inizio di quello americano, e ho letto più tardi cosa di queste missioni diceva Ivan Illich dal Messico. (Mi ricordai di Greene, quando anni dopo mi venne offerto un posto di lavoro in un’organizzazione internazionale in un paese latino-americano, e credo di aver fatto molto bene a non accettare.)


E ancora... Cerco di seguire e capire cosa succede a Bruxelles, e resto sconcertato dai retroscena che i giornali spesso ci raccontano, per esempio sul «caso D’Alema» proprio in questi giorni. La diplomazia e la politica internazionale sono, dicevano gli antichi, «la continuazione della guerra con altri mezzi». Ma allora, l’idea d’Europa? Come affermarla in assenza di grandi movimenti di opinione e in presenza invece di classi dirigenti non immacolate, neanche quelle dell’Europa più solida e forte, Germania Inghilterra Francia? Si sbaglia, a essere continuamente diffidenti nei confronti delle solenni affermazioni di buona volontà internazionale da parte di stati chiese istituzioni gruppi organizzazioni, locali o globali?

E ancora... Anche in Italia operano migliaia di associazioni benefiche a parole e corporative e autoreferenziali nei fatti (e a volte, anche famose, perfino decisamente truffaldine e costruite sull’astuzia e sulla menzogna), che finiscono per confondere le acque e le idee, e fanno illecita concorrenza – perché sanno trovar soldi, sanno cioè farsi amici nell’area del potere economico e politico – a quelle, più sane e però più fragili, che operano il giusto e si mettono veramente a servizio di chi ha bisogno, emarginati e disastrati di tutte le specie.


Il turbine della propaganda di cui i «buoni» ci investono è veramente massiccio, ed è stordente, perché i problemi ci sono e come, perché è urgente intervenire per risolverli, perché le responsabilità che ciascuno deve assumersi sono da «cittadino del mondo» e non solo del proprio villaggio. Ma come assumersele, se non ci si accontenta delle parole gridate dai megafoni dei furbi e dei mille ricattatorii appelli ai nostri sentimenti che vengono da migliaia di associazioni che sostengono di dedicarsi, in piccolo o in grande, alla soluzione dei problemi dell’umanità più disperata?
Una vecchia regola era che bisogna guardare ai fatti e non alle parole: ma come possiamo riuscire a controllare i fatti, per di più quando «globali»? Un’altra era che «la prova della bontà del budino sta nel mangiarlo»: ma se a noi si chiede solo di finanziare i cuochi, e se gli affamati non siamo noi?

 

 http://www.unita.it   29 novembre 2009

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