Democrazia e grande impresa
Il potere esercitato dalle corporation sulle nostre vite configura un tale deficit di democrazia da costituire ormai il maggior problema politico della nostra epoca.
La democrazia, si legge nei manuali, è una forma di governo
in cui tutti i membri di una collettività hanno sia il diritto, sia la
possibilità materiale di partecipare alla formulazione delle decisioni di
maggior rilievo che toccano la loro esistenza. La possibilità di intervenire
nel processo decisionale, di avere voce nelle decisioni che contano, si può
realizzare sia con la partecipazione diretta, sia attraverso forme di
rappresentanza.
In tema di decisioni che toccano l'esistenza del maggior numero di membri d'una
collettività, di tutti noi, viene naturale includere diversi aspetti attinenti
all'economia, o ad essi strettamente correlati. Tra le decisioni che incidono
sulla nostra esistenza ritroviamo: il tipo di manufatti e di servizi che
vengono prodotti; i luoghi della produzione degli uni e degli altri; le
condizioni di lavoro in cui vengono prodotti nel nostro paese o all'estero; la
possibilità per ciascuno di noi e per i suoi figli di trovare quanto prima un
lavoro stabile, adatto al proprio talento e grado di istruzione.
E ancora, la produzione degli alimenti di cui ci nutriamo, la loro provenienza,
il modo in cui vengono distribuiti, dal negozio all'angolo all'outlet grande
come un campo di calcio; il costo di ciascuno di questi beni e servizi; il tipo
di mezzi di trasporto di cui dobbiamo servirci, insieme con la loro comodità e
costo; la qualità dell'aria che respiriamo e dell'acqua che beviamo; gli abiti
che indossiamo; il tipo di abitazione in cui viviamo, la sua collocazione e i
mobili con cui è stata arredata; l'intensità fonovisiva nello spazio e nel
tempo della pubblicità, cui sono esposti i nostri figli sin dai primissimi
anni; il modo in cui il sistema finanziario si collega all'economia reale; il
modo in cui sono gestiti i nostri risparmi a scopi previdenziali; e, per
finire, la struttura sociale della comunità di cui facciamo parte.
Nelle condizioni che prevalgono da decenni nell'economia e nella società
un'osservazione si impone: la grandissima maggioranza della popolazione è
totalmente esclusa dalla formazione delle decisioni che ogni giorno si prendono
nei campi ricordati sopra. Il soggetto che direttamente le prende o che
indirettamente determina il corso delle decisioni stesse, è la grande impresa,
industriale e finanziaria, non importa se italiana e straniera. Il fatto nuovo
del nostro tempo è che il potere della grande impresa di decidere a propria
totale discrezione che cosa produrre, dove produrlo, a quali costi per sé e per
gli altri, non soltanto non è mai stato così grande, ma non ha mai avuto
effetti altrettanto negativi sulla società e sulla stessa economia.
A questo proposito un uomo politico di primo piano ebbe a dire tempo addietro:
«La libertà di una democrazia non è salda se il suo sistema economico non
fornisce occupazione e non produce e distribuisce beni in modo tale da
sostenere un livello di vita accettabile. Oggi tra noi sta crescendo una
concentrazione di potere privato senza uguali nella storia. Tale concentrazione
sta seriamente compromettendo l'efficacia dell'impresa privata come mezzo per
fornire occupazione ai lavoratori e impiego al capitale, e come mezzo per
assicurare una distribuzione più equa del reddito e dei guadagni tra il popolo
della nazione tutta».
L'uomo politico di cui ho appena citato un discorso era il presidente americano
Franklin D. Roosevelt. Correva l'anno 1938. Roosevelt era preoccupato perché
l'impresa privata creava sempre meno occupazione, e contribuiva a concentrare
il reddito in poche mani anziché distribuirlo. Era ancor più preoccupato per le
sorti della democrazia a fronte della crescita di un potere privato arrivata al
punto di diventare più forte dello stesso Stato democratico. Dopo un interludio
durato pochi decenni, la preoccupante visione di Roosevelt si è pienamente
avverata, in tutti i sensi. Sia in campo industriale che in campo finanziario
poche decine di corporation dalle dimensioni smisurate sono giunte a formare il
vero governo del paese. Se non in tutti, in molti campi della vita civile la
democrazia in Usa è stata svuotata di senso.
Le leggi escono dal Congresso, ma le indicazioni per scriverle provengono
notoriamente dalle corporation industriali e finanziarie. Le quali hanno speso
tra l'altro 500 milioni di dollari per sostenere nel 2008 la campagna
elettorale di ambedue i candidati alle presidenziali; 300 milioni per rendere
il meno incisiva possibile la riforma di Wall Street del 2010; e altrettanti
per tentare di bloccare la modesta riforma sanitaria voluta dal presidente
Obama. Con la previsione che, essendo mutata nel novembre 2010 la composizione
del Congresso, quasi sicuramente vi riusciranno nel prossimo futuro.
Chi ha avuto la peggio sono stati i lavoratori americani. Lavorano almeno
duecento ore l'anno più degli europei, e i loro salari, in termini reali, sono
pressocché al livello del 1973 - quasi quarant'anni fa. Una delle cause è stato
il trasferimento di interi settori manifatturieri dai paesi sviluppati a quelli
emergenti, con la perdita di decine di milioni di posti di lavoro. Grazie alle
delocalizzazioni gli Stati Uniti hanno praticamente smantellato buona parte
della loro industria manifatturiera. Al presente negli Usa risulta quasi
scomparsa la produzione di settori che pochi decenni fa dominavano con le loro
esportazioni, oltre al mercato interno, gran parte dei mercati occidentali. Tra
di essi figurano comparti di dimensioni gigantesche quali gli elettrodomestici;
i televisori e l'alta fedeltà; i computer e i microprocessori; i telefoni
cellulari; l'abbigliamento; i giocattoli.
In merito a tutto ciò, non risulta che quei lavoratori abbiano avuto la minima
possibilità di fare sentire la loro voce, e meno che mai - salvo sporadici casi
locali - di intervenire con qualche efficacia in decisioni che sconvolgevano la
loro esistenza, le loro famiglie, la loro comunità. Pertanto è davvero arduo
capire come il caso americano ci possa venire solennemente presentato da
manager e politici italiani come una forma di modernizzazione delle relazioni
industriali. È ancora più arduo capire - o forse sbaglio: è fin troppo facile -
come, in Italia, tra le file dell'opposizione non si sia levata finora una sola
voce per rilevare che il potere esercitato dalle corporation sulle nostre vite
configura un tale deficit di democrazia da costituire ormai il maggior problema
politico della nostra epoca.
Nell'Ue possiamo coltivare ancora per qualche tempo la nostra distrazione
dinanzi allo svuotamento che il sistema economico e finanziario ha effettuato
della democrazia reale, grazie al fatto che tra la fine della guerra e i
secondi anni Settanta robuste iniezioni di democrazia nel sistema economico
sono state effettuate per via di diversi fattori concomitanti. Tra di essi
ricorderei le lotte dei lavoratori e il peso che avevano allora i sindacati
anche come numero di iscritti; la presenza nei parlamenti europei di robusti
partiti di sinistra; il peso nelle formazioni di centro dei cattolici progressisti;
un certo numero di imprenditori e di manager pubblici che preferivano
affrontare con i sindacati vertenze lunghe e aspre piuttosto che buttare sul
tavolo documenti della serie «prendere o lasciare».
Senza dimenticare che l'ombra dell'Orso sovietico a oriente tendeva a rendere
più malleabili le confindustrie di tutti i paesi dell'Europa occidentale. I
risultati si sono visti. Il sistema sanitario nazionale; lo sviluppo del
sistema pensionistico pubblico; le riduzioni d'orario, a cominciare dal sabato
interamente festivo; il miglioramento delle condizioni di lavoro; lo Statuto
dei lavoratori, rappresentarono tutti pezzi di democrazia reale che furono
estorti alla grande impresa, o che essa - se si preferisce - fu indotta a
concedere.
Ora la grande impresa si sta battendo per riconquistare il terreno perduto tra
il 1950 e il 1980. Di fronte le si aprono praterie senza confini. La
preoccupante ombra dell'Orso è scomparsa. I partiti di sinistra sono peggio che
scomparsi: anche quando si sforzano di dire qualcosa di sinistra si intravvede
subito, in Italia come in Francia, nel Regno Unito come in Germania (in questo
caso, bisogna dire, con l'eccezione della Linke), che sono diventati i migliori
interpreti degli interessi della grande impresa ai tempi della globalizzazione.
In tutti i paesi i sindacati sono indeboliti dal calo degli iscritti - in media
oltre la metà, nell'industria manifatturiera - e dalla divisione tra chi
propende alla collaborazione prima ancora di cominciare una vertenza, e chi
preferisce invece ragionare in termini di composizione caso per caso di un
conflitto che è storicamente strutturale, e strutturalmente irrisolvibile -
salvo si preveda un'uscita dal capitalismo.
Quel che si configura nel nostro paese come in tutta l'Ue a 15 è un
arretramento non solo delle relazioni industriali ma dell'intero processo
democratico. Un arretramento di tale portata da essersi verificato, nella
storia, soltanto quando un sistema politico democratico è stato sostituito da
una dittatura. A guardarlo con occhio distratto, come un po' tutti siamo
inclini a fare, il percorso pare innocuo. La globalizzazione, si afferma, esige
che si riducano i diritti, i salari, lo Stato sociale per fare fronte al potere
economico dei paesi emergenti. La grande impresa contribuisce al percorso
attribuendo ad esso un carattere di ineluttabilità: non esistono alternative;
sono in gioco grandi investimenti e molti posti di lavoro; non possiamo far
altro che adattarci alla logica dell'economia. In realtà, non di logica
economica si tratta, bensì di potere politico. Il fatto di sottrarre
progressivamente ai lavoratori ogni residua possibilità di partecipazione alla
determinazione di orari, salari, condizioni di lavoro e altro preannuncia la
sottrazione a tutti della possibilità di partecipare a qualsiasi decisione di
qualsiasi rilevanza in qualsiasi ambito. Preannuncia, in altre parole, la
sottomissione a un potere totale.
La privatizzazione di ogni cosa, dalla previdenza alla scuola e all'acqua, che
sono uno degli ultimi campi da cui la grande impresa può puntare ad estrarre un
valore elevato perché da noi sono campi ancora poco lavorati, è un altro passo
intermedio significativo. Ed è stupefacente notare anche qui come il
centro-sinistra lo consideri un tema economico, laddove si tratta di un vitale
snodo politico. Privatizzare beni comuni, infatti, significa sottrarre ai
cittadini un ampio terreno di partecipazione politica, di esercizio della
disciplina democratica, per trasferirlo pari pari alla discrezione della grande
impresa. Potrebbe quindi essere giunto il momento di discutere dei modi in cui
il potere oggi debordante della grande impresa dovrebbe essere sottoposto a
regole, al pari di qualsivoglia altro centro di potere. Avendo in vista un
sommesso proposito: ridare vitalità, senso, contenuti quotidiani, motivi di
attrazione culturale e morale all'idea di democrazia.
(Il testo è un'anticipazione del numero di Micromega in edicola da oggi).
il manifesto, 21 giugno 2011

Precedente: I leader europei salvano la Grecia. e anche l'euro

