Decolonizzare l’immaginario 2
Oltre lo sviluppo - Decrescere e abbellire - Rivalutare Ristrutturare Ridistribuire Ridurre Riutilizzare Riciclare - Nord e sud - Sopravvivere localmente
Oltre lo sviluppo
Parlare di doposviluppo non è solamente lasciar correre l’immaginazione su ciò che potrebbe accadere in caso d’implosione del sistema, fare della fantapolitica o esaminare un problema accademico. È parlare della situazione di quelli che attualmente, al Nord e al Sud, sono esclusi o lo stanno diventando; di tutti quelli per cui lo sviluppo è un’offesa e un’ingiustizia e che sono indubbiamente i più numerosi sulla faccia della terra. Il doposviluppo si delinea già tra noi e si annuncia nel segno della diversità.
Il doposviluppo, infatti, è necessariamente plurale. Si tratta della ricerca di modi di rigoglio collettivo nei quali non sarà privilegiato un benessere materiale distruttore dell’ambiente e dei legami sociali. L’obiettivo della buona vita si declina in molteplici modi secondo i contesti. In altri termini, si tratta di ricostruire nuove culture. Questo obiettivo può essere chiamato umran (rigoglio) come in Ibn Khaldun, swadeshi-sarvodaya (miglioramento delle condizioni sociali di tutti) come in Gandhi, o bamtaare (stare bene insieme) come dicono i Tou-couleurs, o in qualsiasi altro modo. L’importante è dare un significato alla rottura con l’impresa di distruzione che si perpetua sotto il nome, ieri, di sviluppo, e oggi di globalizzazione. Per gli esclusi, per i naufragi dello sviluppo, non può trattarsi che di una sorta di sintesi tra la tradizione perduta e la modernità inaccessibile. Queste creazioni originali di cui si può trovare qua e là degli inizi di realizzazione aprono la speranza di un doposviluppo. Bisogna contemporaneamente pensare e agire globalmente e localmente. Solo nella mutua fecondazione dei due approcci si può tentare di superare l’ostacolo della mancanza di prospettive immediate. Proporre la decrescita come uno degli obiettivi globali urgenti e identificabili ad oggi e mettere in opera delle alternative concrete localmente sono prospettive complementari.
Decrescere e abbellire
La decrescita dovrebbe essere organizzata non soltanto per preservare l’ambiente, ma anche per ripristinare un minimo di giustizia sociale senza il quale il pianeta è condannato a esplodere. Sopravvivenza sociale e sopravvivenza biologica sembrano strettamente legate. I limiti del patrimonio naturale non pongono solamente un problema di equità intergenerazionale nella spartizione delle disponibilità, ma anche un problema di giusta ripartizione tra gli esseri umani attualmente viventi.
Decrescita non significa immobilismo conservatore. La maggior parte delle saggezze ritenevano che la felicità si realizzasse nella soddisfazione di un numero ragionevolmente limitato di bisogni. L’evoluzione e la crescita lenta delle vecchie società s’integravano in una riproduzione allargata ben temperata, più o meno adattata ai limiti naturali.
Preparare la decrescita significa, in altri termini, rinunciare all’immaginario economico, cioè alla credenza che più è uguale a meglio. Il bene e la felicità possono compiersi con costi minori. La riscoperta della vera ricchezza nel fiorire delle relazioni sociali conviviali in un mondo sano può realizzarsi con serenità nella frugalità, nella sobrietà, nella semplicità volontaria, se non addirittura in una certa austerità nel consumo materiale. Una decrescita accettata e ben pensata non impone alcuna limitazione nel dispendio di sentimenti e nella produzione di una vita festosa.
La parola d’ordine della decrescita ha soprattutto come fine di marcare con forza l’abbandono dell’obiettivo insensato della crescita per la crescita, obiettivo il cui motore non è altro che la ricerca sfrenata del profitto da parte dei detentori del capitale. Evidentemente, non mira al rovesciamento caricaturale che consisterebbe nel raccomandare la decrescita per la decrescita. In particolare, la decrescita non va intesa come crescita negativa, espressione antinomica e assurda che traduce bene la dominazione dell’immaginario della crescita (questo vorrebbe dire alla lettera: “avanzare indietreggiando”…). Sappiamo che il semplice rallentamento della crescita sprofonda le nostre società nel caos a causa della disoccupazione e del taglio dei programmi sociali, culturali e ambientali che assicurano un minimo di qualità della vita. Immaginiamo quale catastrofe produrrebbe un tasso di crescita negativa! Così come non c’è niente di peggio che una società laburista senza lavoro, non c’è niente di peggio che una società di crescita senza crescita. La decrescita non è del resto immaginabile se non si esce dall’economia della crescita per entrare in una “società di decrescita”. Ciò suppone un’organizzazione totalmente diversa, dove sia valorizzato il tempo al posto del lavoro, dove i rapporti sociali primeggino sulla produzione e sul consumo di prodotti usa-e-getta, inutili se non nocivi. Una riduzione drastica dell’orario di lavoro per assicurare a tutti un’occupazione ne è la condizione di partenza.
Ci si può ispirare alla carta “consumi e stili di vita” proposta dal forum delle ONG di Rio, sintetizzabile nel programma delle 6 “R”: Rivalutare, Ristrutturare, Ridistribuire, Ridurre, Riutilizzare, Riciclare. Questi sei obiettivi interdipendenti innescano un circuito virtuoso di decrescita serena, conviviale e sostenibile.
Rivalutare vuol dire rivedere i valori nei quali crediamo e in base ai quali organizziamo la nostra vita, cambiando quello che bisogna cambiare.
Ristrutturare vuol dire adattare l’apparato produttivo e i rapporti sociali in funzione del cambiamento dei valori.
Ridistribuire si riferisce alla ripartizione della ricchezza e dell’accesso al patrimonio naturale.
Ridurre vuol dire diminuire l’impatto sulla biosfera dei nostri modi di produrre e consumare.
In fine, Riutilizzare le apparecchiature e i beni d’uso, anziché gettarli in discarica, e riciclare gli scarti scomponibili delle nostre attività.
La critica radicale dei valori della modernità non implica necessariamente il rifiuto di ogni scienza o tecnica. Noi non rinneghiamo la nostra appartenenza all’Occidente il cui il sogno progressista ci ossessiona. Tuttavia aspiriamo a un miglioramento della qualità della vita e non a una crescita illimitata del PIL. Reclamiamo la bellezza delle città e dei paesaggi, la purezza delle falde freatiche e l’accesso all’acqua potabile, la trasparenza dei corsi d’acqua e la salute degli oceani. Esigiamo un miglioramento dell’aria che respiriamo, del sapore degli alimenti che mangiamo. Ci sono ancora molti “progressi” concepibili per lottare contro l’invasione del rumore, per ampliare gli spazi verdi, per preservare la fauna e la flora selvatica, per salvare il patrimonio naturale e culturale dell’umanità, senza parlare dei “progressi” da fare per la democrazia. La realizzazione di questo programma è parte integrante dell’ideologia del progresso e presuppone il ricorso a tecniche sofisticate ancora in gran parte da ideare. Sarebbe ingiusto tacciarci di tecnofobia e antiprogressismo per il solo fatto che reclamiamo un “beneficio di inventario” sul progresso e sulla tecnica. Questa rivendicazione è il minimo nell’esercizio della cittadinanza.
Nord e sud
Il doposviluppo e la costruzione di una società alternativa non si declinano necessariamente nello stesso modo al Nord e al Sud.
Semplicemente, per il Nord, la diminuzione della pressione eccessiva esercitata dal modo di funzionamento occidentale sulla biosfera è un’esigenza di buon senso e nello stesso tempo una condizione di giustizia sociale ed ecologica.
Per quanto riguarda i Paesi del Sud, frustrati dalle conseguenze negative della crescita del Nord, non si tratta tanto di decrescere (o di crescere, d’altronde), quanto di riannodare il filo della loro storia rotto dalla colonizzazione, dall’imperialismo e dal neoimperialismo militare, politico, economico e culturale. La riappropriazione dell’identità è un preliminare per dare soluzioni appropriate ai loro problemi. Può essere sensato ridurre la produzione di certe culture destinate all’esportazione (caffè, cacao, arachidi, cotone, ma anche fiori, gamberetti d’allevamento, legumi e agrumi fuori stagione ecc.) come invece può diventare necessario aumentare la produzione delle colture di sussistenza. Si può pensare anche a rinunciare all’agricoltura produttivista del Nord per ricostituire i suoli e le qualità nutrizionali, ma anche, senza dubbio, fare riforme agrarie, riabilitare l’artigianato che si è rifugiato nell’informale ecc. Spetta ai nostri amici del Sud precisare quale direzione può prendere per loro la costruzione del doposviluppo.
In ogni caso, la rimessa in causa dello sviluppo non può ne deve apparire come un’impresa paternalistica e universalistica che la assimilerebbe a una nuova forma (ecologista, umanitaria…) di colonizzazione. Il rischio è ancora più forte perché gli ex colonizzati hanno interiorizzato i valori del colonizzatore. Anche se le sue radici sono meno profonde, l’immaginario economico, e in particolare l’immaginario sviluppista, è senza dubbio, e paradossalmente, ancora più pregnante al Sud che al Nord. Le vittime dello sviluppo hanno la tendenza a non vedere altro rimedio alle loro disgrazie che un aggravarsi del male. Pensano che l’economia sia il solo mezzo per risolvere la povertà quando è proprio quella che la genera. Lo sviluppo e l’economia sono il problema e non la soluzione; continuare a pretendere che sia il contrario fa parte del problema.
Sopravvivere localmente
Si tratta di fare attenzione al reperimento di innovazioni alternative: aziende cooperative in autogestione, comunità neorurali, LETS e SELS, auto-organizzazione degli esclusi al Sud. Queste esperienze che intendiamo sostenere o promuovere non ci interessano tanto per se stesse, quanto come forme di resistenza e di dissidenza al potenziamento dell’onnimercifìcazione del mondo. Senza cercare di proporre un modello unico, ci sforziamo di mirare in teoria e in pratica a una coerenza globale dell’insieme di queste iniziative.
Il pericolo della maggior parte delle iniziative alternative è, infatti, di relegarsi in una nicchia invece di lavorare alla costruzione e al rafforzamento di un insieme più vasto. L’impresa alternativa vive o sopravvive in un ambiente che è e deve essere differente dal mercato globale. È questo ambiente latore di dissidenza che bisogna, oltre che definire e proteggere, anche rafforzare e sviluppare attraverso la resistenza. Piuttosto che battersi disperatamente per conservare una nicchia all’interno del mercato mondiale, bisogna militare per allargare e approfondire una vera società autonoma ai margini dell’economia dominante.
Il mercato globalizzato con la sua concorrenza accanita e spesso sleale non è l’universo in cui si muove, o dovrebbe muoversi, l’organizzazione alternativa. Quest’ultima deve cercare una vera democrazia associativa per sfociare in una società autonoma. Una catena di complicità deve legare tutte le parti. Come nell”informale africano, il segreto della riuscita è nutrire la rete dei “collegati”, allargare e approfondire il tessuto di base; questo deve essere il primo pensiero di tutte le iniziative. È questa coerenza che rappresenta una vera alternativa al sistema.
Al Nord si pensa in primo luogo ai progetti volontari e volontaristici di costruzione di mondi differenti. Alcuni individui, rifiutando totalmente o parzialmente il mondo nel quale vivono, tentano di mettere in atto un’altra cosa, di vivere altrimenti: di lavorare o di produrre altrimenti in seno a imprese differenti, di riappropriarsi della moneta anche per un uso differente, secondo una logica altra da quella dell’accumulazione illimitata e dell’esclusione massiccia dei perdenti.
Al Sud, dove l’economia mondiale, con l’aiuto delle istituzioni di Bretton Woods, ha escluso dalle campagne milioni di persone, ha distrutto il loro modo di vita ancestrale, soppresso i loro mezzi di sussistenza, per gettarli e agglomerarli nelle bidonville e nelle periferie del Terzo Mondo, l’alternativa è spesso una condizione di sopravvivenza. I “naufraghi dello sviluppo”, i respinti al mittente, i condannati dalla logica dominante a scomparire, non hanno altra scelta per galleggiare che organizzarsi secondo un’altra logica. Devono inventare - e almeno qualcuno inventa effettivamente - un altro sistema, un’altra vita.
Questa seconda forma dell’altra società non è totalmente separata dalla prima, e ciò per due ragioni. Innanzitutto, perché l’auto-organizzazione spontanea degli esclusi del Sud non è mai totalmente spontanea. Ci sono anche aspirazioni, progetti, modelli, ossia utopie che ispirano - più o meno - questi bricolage della sopravvivenza informale. Poi perché, simmetricamente, gli “alternativi” del Nord non sempre hanno la possibilità di scegliere. Sono assai spesso degli esclusi, dei respinti al mittente, dei disoccupati o candidati potenziali alla disoccupazione, o semplicemente degli esclusi per disgusto… Ci sono delle passerelle tra le due forme che possono e devono essere percorse in entrambi i sensi. Questa coerenza d’insieme realizza, in un certo modo, certi aspetti che François Partant attribuiva alla sua “centrale”, cioè al suo progetto di coordinamento delle iniziative dissidenti: “Dare ai disoccupati, ai contadini rovinati e a tutti coloro che lo desiderano, la possibilità di vivere del proprio lavoro, producendo, al di fuori dell’economia di mercato e nelle condizioni che determinano loro stessi, ciò di cui stimano di avere bisogno”.
Rinforzare la costruzione di questi altri mondi possibili passa per la presa di coscienza del significato storico di queste iniziative. Numerose imprese alternative isolate sono già state riconquistate dalle forze sviluppiste e sarebbe pericoloso sottostimare le capacità di recupero del sistema. Per contrastare la manipolazione e il lavaggio del cervello permanente a cui siamo sottomessi, la costituzione di una vasta rete sembra essenziale per condurre la battaglia del buon senso.
Gli obiettivi principali della rete possono così riassumersi in quattro punti:
1) Concepire e promuovere resistenza e dissidenza alla società di crescita e di sviluppo economico.
2) Lavorare a rafforzare la coerenza teorica e pratica delle iniziative alternative.
3) Creare vere e proprie società autonome e conviviali.
4) Lottare per la decolonizzazione dell’immaginario economicista dominante.

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