Dalle persone alle cose (che inquinano)
L’opportunità di spostare una parte non marginale del gettito dalle imposte che colpiscono il lavoro a quelle che riguardano il prelievo di risorse naturali è da tempo auspicata sia a livello teorico che istituzionale.
Dalle persone alle cose, dal complesso al semplice, dal
centro alla periferia: sono i tre slogan su cui è costruito il Libro bianco del
ministro Tremonti, recentemente rispolverato dalla naftalina. Nel dibattito che
ne è seguito, è singolare quanto poco spazio sia stato dedicato a quelle che
potrebbero rappresentare un eccellente mezzo per attuare gli obiettivi, e che
da tempo anche a sinistra si guardano con favore: le imposte ambientali.
L’opportunità di spostare una parte non marginale del gettito dalle imposte che
colpiscono il lavoro a quelle che – in senso lato – riguardano il prelievo di
risorse naturali è da tempo auspicata sia a livello teorico che istituzionale.
L’Oecd ha istituito negli anni Novanta un programma finalizzato a promuovere il
trasferimento di almeno il 10 per cento del gettito,
sostenendo che in questo modo si potrebbe ridurre in modo significativo
l’impatto distorsivo del sistema tributario e insieme incentivare comportamenti
più virtuosi da un punto di vista ambientale.
UNA RIFORMA FISCALE VERDE
Fra le “100 tasse” degli italiani, quelle assimilabili a
imposte ambientali sono molte in numero, ma se si escludono quelle sui carburanti,
determinano gettiti trascurabili o poco più che simbolici. Dei
circa 41 miliardi annui di gettito totale (circa il 7 per cento del carico
fiscale complessivo), il 77 per cento proviene dal settore energetico, il 22
per cento dal trasporto automobilistico, e solo l’1 per cento da “inquinamento
e risorse”, pari allo 0,02 per cento del Pil. Per di più, in buona parte, sono
“ambientali” solo di nome, avendo un presupposto correlato con il tema
ambientale, ma non essendo poi strutturate in modo da incentivare comportamenti
virtuosi. Nel resto d’Europa, dove in media l’incidenza delle imposte
ambientali è analoga alla nostra, il peso di quest’ultima voce sul totale è tre
volte superiore, e corrisponde allo 0,12 per cento del Pil. Ma in alcuni paesi
questo rapporto raggiunge valori ben più ragguardevoli. In Danimarca e Olanda,
le tasse ambientali raggiungono rispettivamente il 5,8 e il 4 per cento del
Pil, e quelle sull’inquinamento rappresentano circa l’1,2 e lo 0,4 per cento. (1)
C’è insomma margine per attuare anche in Italia una “green tax reform”
che, a parità di gettito, potrebbe spostare almeno 1 punto di Pil (e 2 punti di
pressione fiscale) dalle imposte distorsive su lavoro e imprese alle
esternalità ambientali: dalle persone che producono alle cose che inquinano,
appunto. Rifiuti, scarichi nell’acqua, prelievi di materiali inerti, rumore,
traffico, smog, attività pericolose: la lista è lunga.
Un serio programma in questa direzione potrebbe rappresentare un passo in
avanti, non solo perché si aumenterebbe l’efficienza complessiva del sistema
(da imposte distorsive a imposte non distorsive o distorsive “in senso buono”),
ma anche perché molte imposte ambientali si prestano a essere prelevate in sede
locale, e rappresentano perciò un cespite ideale per un fisco più
federale. L’impatto potenzialmente regressivo potrebbe essere compensato
costruendole in maniera intelligente e tale da sfruttarne il potenziale
incentivante. Le imposte ambientali potrebbero prestarsi anche a un impiego
incentivante all’interno di schemi bastone-carota, con il fine di
disincentivare certi comportamenti e utilizzare il gettito per promuoverne
altri.
L’ECOTASSA
Tra queste imposte ve ne è in particolare una che si presta
a una seria riforma, attuabile in breve tempo trattandosi di un tributo già
esistente: la cosiddetta “ecotassa”, vale a dire il tributo per il conferimento
di rifiuti in discarica. Attualmente questo prelievo è stato
fissato in un valore massimo di 25 €/t, ma produce per le casse delle Regioni
un gettito piuttosto risicato, pari a 233 milioni di euro nel 2007. Diviso per
i circa 40 milioni di tonnellate che finiscono in discarica (tra urbani e
speciali), ne risulta una media di circa 6 €/t, ma è la solita “media del
pollo” all’italiana, con alcune regioni (Emilia-Romagna, Toscana, Veneto,
Lombardia, Piemonte in particolare) che la applicano in modo più incisivo, e
altre che fingono di applicarla o non la applicano del tutto, come molte
regioni del Sud.
In Olanda e in Danimarca, la tassa sulla discarica raggiunge per certe
categorie di rifiuti rispettivamente gli 85 e 50 €/t. In Gran Bretagna, a
un’aliquota massima non lontana dalla nostra (21 €/t) corrisponde
un’applicazione molto più incisiva e applicata alla totalità dei rifiuti; ciò
porta a circa 800 milioni/anno il gettito complessivo, tre volte e mezzo quello
italiano.
In Italia, ancor oggi, oltre la metà dei rifiuti urbani finisce in discarica, e
di questi oltre la metà sono rifiuti non trattati e putrescibili. Per i rifiuti
speciali la situazione è un po’ migliore, ma si tratta pur sempre di oltre 20
milioni di t/anno, in gran parte inerti da costruzione e demolizione – materiali
per i quali, ai sensi della recente direttiva quadro sui rifiuti, si dovrebbe
puntare sul recupero. Gli spazi per realizzare discariche si riducono,
generando tipiche situazioni di rendita di scarsità. La gestione industriale di
un impianto moderno ha un costo che si può stimare nell’ordine di 45 €/t, ma i
prezzi di mercato possono arrivare tranquillamente a 100-150 euro, e a valori
anche superiori nelle aree congestionate.
Così com’è, l’ecotassa italiana serve a poco, sia in termini di gettito che di
potenziale incentivante. Una proposta che avanziamo è pertanto quella di
aumentare sensibilmente il prelievo sulla discarica, portandolo a un valore che
sia almeno doppio o triplo rispetto a quello attuale, non solo nei valori
massimi ma anche in quelli minimi. Alle Regioni dovrebbe essere garantita una
certa flessibilità nell’applicazione, ma introducendo delle penalizzazioni sui
trasferimenti dallo Stato centrale nel caso in cui non le sfruttassero a
dovere.
Le aliquote potrebbero essere differenziate in senso
incentivante, ad esempio prevedendo maggiorazioni in funzione del tipo di
rifiuti conferiti, per esempio, stabilizzati o putrescibili, pericolosi o non
pericolosi. Oppure in funzione del rispetto degli obiettivi di prossimità e
autosufficienza: la tassazione potrebbe cioè penalizzare chi conferisce i
rifiuti al di fuori del proprio ambito territoriale, e in misura ulteriormente
maggiorata chi dovesse ricorrere a soluzioni al di fuori del territorio
regionale. L’effetto incentivante potrebbe essere
ulteriormente migliorato limitando la possibilità di traslare l’importo della
tassa sulla tariffa pagata dai cittadini, oppure utilizzandone il gettito per
premiare chi si impegna nella raccolta differenziata.
Quote del gettito potrebbero essere utilizzate, analogamente con quanto si fa
con successo negli Usa, per finanziare un fondo statale, gestito dalla
Protezione civile o dal ministero dell’Ambiente, destinato sia a far fronte a
situazioni di emergenza, sia alla bonifica dei siti contaminati.
Insomma, le possibilità sono molte, anche se non tutte attuabili
contemporaneamente; le controindicazioni sono poche e facilmente superabili.
Aliquote maggiori potrebbero incentivare la riduzione della discarica a favore
di altre soluzioni; aliquote più contenute ma applicate in modo più ampio
potrebbero, in compenso, favorire un obiettivo di gettito più costante,
eventualmente destinandolo al finanziamento di politiche attive nel campo dei
rifiuti. Il consenso potrebbe essere ampio e bipartisan. Perché non avviare da
subito una riflessione volta ad approfittare già della prossima Finanziaria?
(1)Eurostat, "Taxation trends in the EU"
http://www.lavoce.info 19.02.2010

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